Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo del prof. Cristiano Antonelli, dell’Università di Torino, unitamente a un commento di Roberto Ciccone, docente presso l’Università di Roma Tre e membro della redazione di Economia e politica.
Una premessa dell’articolo di Cristiano Antonelli è del tutto condivisibile: il pessimismo circa la capacità del sistema economico di superare spontaneamente la crisi attuale e tornare a livelli di attività e tassi di crescita relativamente elevati. Mi trovo invece in disaccordo sulle linee di intervento, in particolare per l’economia italiana, che Antonelli propone, e che in parte discendono dalla interpretazione che egli dà delle cause della grave situazione economica che stiamo vivendo.
Un dissenso di carattere generale riguarda l’impostazione complessiva delle politiche proposte da Antonelli, che, come egli tiene a sottolineare, dovrebbero consistere di politiche “dell’offerta”, piuttosto che di politiche della domanda, e ciò sia in riferimento alle esigenze più immediate di uscita dalla depressione, sia, su un orizzonte di più lungo termine, con riguardo allo sviluppo dell’economia italiana. Per l’uno e per l’altro ordine di problemi la strategia che Antonelli suggerisce consiste nell’innalzare il grado di specializzazione dell’apparato produttivo italiano: nel breve periodo evitando di frapporre ostacoli alla contrazione delle attività meno competitive e concentrando il sostegno pubblico sui settori più promettenti in termini di efficienza, e nel lungo periodo mediante un intervento pubblico volto a dare forte impulso all’innovazione tecnologica nell’ambito del “modello di specializzazione” ritenuto più adeguato alla nostra economia. In questa linea di azione, incentrata dunque su un severo processo di selezione, non trovano alcuno spazio manovre espansive della domanda aggregata. Secondo Antonelli le politiche ‘keynesiane’ sarebbero in generale scarsamente efficaci per l’area economica che le mettesse in atto in quanto, data l’integrazione dei mercati, si risolverebbero in aumenti di importazioni piuttosto che del prodotto interno. In particolare per l’Italia, poi, a questo argomento Antonelli aggiunge che l’esistenza di già elevati livelli del debito pubblico non consentirebbe ulteriori aumenti della spesa pubblica.
L’idea che il sostegno alla innovazione tecnologica, concentrato sulle industrie meglio in grado di reggere la concorrenza (lasciando che ‘il mercato’ sgombri il resto del campo) possa essere un intervento sufficiente per l’uscita dalla depressione e la ripresa dello sviluppo si lega alla lettura riduttiva che Antonelli dà delle cause della crisi. Secondo Antonelli questa è interamente riconducibile all’eccesso di capacità produttiva generato da precedenti ondate di investimenti tecnologici, e il suo superamento richiede quindi che una ulteriore serie di innovazioni tecnologiche apra nuove opportunità di investimento. Vengono così del tutto ignorati quei fattori di carattere strutturale che almeno una parte degli economisti ritiene essere alle radici della crisi, e cioè il rilevante cambiamento nella distribuzione del reddito, dalle fasce basse o centrali a quelle più elevate in termini di reddito pro-capite, avvenuto negli ultimi decenni in molta parte del mondo, e i suoi effetti depressivi sulla domanda aggregata—in alcuni casi, come negli USA, compensati per un certo periodo dall’aumento dell’indebitamento delle famiglie, fino al redde rationem della crisi finanziaria che ha coinvolto parte del sistema bancario.
Questa visione delle origini della crisi suggerisce che la via d’uscita dalla depressione non può prescindere da una correzione delle tendenze in atto, sia con riguardo alla distribuzione del reddito che alla domanda aggregata. Nella situazione presente il problema distributivo, che in larga misura coincide con la diminuzione della quota dei salari sul reddito nazionale, è accentuato dall’aumentata disoccupazione e dalla conseguente difficoltà che un recupero salariale è destinato ad incontrare nella contrattazione tra lavoratori e imprese. Sorge quindi la necessità di una azione redistributiva da parte dello Stato (o in generale del settore pubblico) mediante la politica fiscale, nelle varie modalità che questa può assumere. Ma la gravità della situazione consiglia di affiancare alla politica redistributiva, presumibilmente attuabile solo in modo graduale, un aumento dei livelli di domanda che si presenti come sufficientemente stabile, e che possa quindi incidere positivamente, oltre che sui livelli correnti di produzione, sulle prospettive di aumento della capacità produttiva, e perciò sugli investimenti. Le condizioni attuali sono lontane dal giustificare l’attesa di una espansione spontanea e persistente della domanda privata; ne segue che anche su questo fronte appare necessario l’intervento della politica fiscale, e in particolare un programma di spese pubbliche che innalzi il trend dei livelli di attività economica sia direttamente, sia negli effetti indotti sulla spesa privata.
Alle proposte ora sommariamente formulate sembrerebbero applicarsi le già ricordate obiezioni sollevate da Antonelli, l’una relativa all’aumento di importazioni provocato da una espansione della domanda , e l’altra connessa all’ostacolo che un già elevato debito pubblico costituirebbe per politiche fiscali espansive. Partendo dalla seconda questione, se si accetta che il rapporto tra lo stock di debito pubblico e il prodotto interno costituisca una misura significativa della dimensione del debito (come d’altra parte prevedono le regole dell’unione monetaria), allora gli effetti sul detto rapporto di un programma di politica fiscale devono essere valutati tenendo conto non soltanto dell’eventuale aumento del debito, ma altresì dell’aumento dei livelli del prodotto interno che quelle politiche sono in grado di determinare, sia direttamente che indirettamente; cosicché è concepibile che tali politiche possano produrre una diminuzione del rapporto debito/pil rispetto a quello che altrimenti si realizzerebbe. Sarebbe comunque difficile negare che un valore maggiore del rapporto debito/pil associato a più elevati livelli di produzione e occupazione sia ‘paretianamente’ preferibile, per la collettività, ad un più alto valore del rapporto stesso causato da un prodotto interno discendente o stagnante.
Quanto all’aumento delle importazioni, è difficile concordare con Antonelli circa la possibilità che più elevati livelli di domanda aggregata si rivolgano esclusivamente, o fosse anche prevalentemente, a prodotti esteri: non si vede infatti perchè tale drastica evenienza dovrebbe verificarsi solo per gli eventuali aumenti della domanda e non già per i livelli attuali—come evidentemente non è. Il problema da discutere è piuttosto quello, certo non nuovo, del maggior volume di importazioni, e quindi del deficit commerciale, che potrebbe determinarsi per effetto di un aumento del prodotto interno. In via preliminare è opportuno precisare che si tratterebbe appunto di una eventuale conseguenza della crescita dell’economia, e non, come Antonelli presenta la cosa, una particolare prerogativa di politiche di espansione della domanda: in altri termini il problema attiene al processo di sviluppo, e si porrebbe anche rispetto agli effetti sperati di politiche per la crescita definibili “di offerta”—come le tradizionali ricette basate sul contenimento dei salari e sulla flessibilità nell’impiego del lavoro. Ciò detto, interventi come quelli proposti da Antonelli e, più in generale, strategie di politica industriale che aumentino le capacità di esportazione possono allora utilmente affiancarsi alle misure di espansione della domanda; per le quali misure sono peraltro concepibili articolazioni a basso, o persino nullo, contenuto diretto di importazioni, come presumibilmente sarebbe il caso, ad esempio, di investimenti in infrastrutture o in edilizia pubblica. Non va trascurato, infine, il fatto che l’adesione all’unione monetaria europea, che per un verso ha tolto alla nostra economia lo strumento del tasso di cambio, implica, per un altro verso, il vantaggio che un deficit commerciale nei confronti dell’area dell’euro non genera indebitamento in valuta estera. E, per concludere con ciò che sarebbe quasi ovvio, ed appare invece utopico rispetto alla presente filosofia della politica economica europea, i paesi aderenti all’unione monetaria trarrebbero un beneficio generalizzato e moltiplicato se le politiche espansive venissero applicate (magari in modo coordinato) a livello dell’intera area dell’unione, che alla valuta comune unisce il fatto che una quota importante degli aumentati flussi commerciali resterebbe interna all’area stessa.



Mario Incostante scrive:
MI pare una posizione schumpeteriano-bocconiana. Non la condivido o almeno è solo una parte della verità. Come si fa a non vedere che oggi in Italia c’è una situazione di gravissima difficoltà del mondo del lavoro per i salari troppo bassi? E come si fa a non vedere che tale situazione si riflette negativamente sulla capacità delle imprese di collocare i prodotti sul mercato. Secondo me bisogna per uscire dalla crisi bisogna partire sostenendo i salari. Non si puo’ tagliare quindi la spesa puibblica.
Paolo Di Lorenzo scrive:
I due articoli di Antonelli e Ciccone partono da analisi completamenti differenti, ma entrambe ugualmente valide ma ne traggono delle conclusioni che sono inficiate dalla parzialità della visione iniziale. L’approccio schumpeteriano proposto da Antonelli guarda esclusivamente al lato dell’offerta, sia per l’origine della recessione che come rimedio ad essa, quello keyenesiano è interessato, manco a dirlo, alla domanda…ma non sarebbe meglio avere uno sguardo d’insieme e mettere assieme i pezzi? Altrimenti si rischia di guardare alla realtà come quando dall’oculista si tiene un occhio chiuso per compensare la miopia dell’altro occhio.
Cominciamo con l’analisi in termini keynesiani. I problemi di distribuzioni asimmetrica (anche in senso geografico) del reddito in Italia erano noti già prima dell’esplosione della crisi ed sicuramente ne impediscono un’uscita in tempi rapidi, affidando la ripresa ad un boom delle esportazioni che sembra piuttosto lontano. I dati di contabilità nazionale sulla sostanziale tenuta dei consumi delle famiglie nascondono infatti dei significativi effetti di composizione tra famiglie ad alto reddito e le altre. L’entità del problema è tale che non si può pensare che si possa uscire da questa crisi senza risolverlo, ma nemmeno si può dedurre che i mancati consumi provenienti dalle famiglie basso reddito siano sostituibili nel breve con una maggiore spesa pubblica. Soprattutto, dovrebbe essere finalmente chiaro che il problema italiano non risiede nel livello assoluto della spesa (tra i più alti in Europa) ma nella sua composizione e nella sua efficienza. Il problema redistributivo dell’economia italiana è insomma ineludibile ed il “programma di spese pubbliche che innalzi il trend dei livelli di attività economica” sarebbe solo un palliativo. E anche se servisse, bisognerebbe indicare come si possa realizzare questo programma senza aumentare ulteriormente la pressione fiscale del 44%. L’alternativa proposta, neanche tanto sotto-intesa, è che si debba aumentare il deficit. A questo proposito forse è il caso di smettere di guardare con fastidio agli obblighi posti sulla finanza pubblica dalla partecipazione alla UE, per non parlare dell’insofferenza di fronte alle possibile reazioni dei mercati, specie in un momento in cui l’emissioni di debito sovrano stanno aumentando vertiginosamente ed il rischio di contagio della Grecia è più vicino di quel che si crede. Bisogna realisticamente accettare che si tratta di vincoli cogenti ed ineludibili nel breve (esiste una procedura di deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, che ciò piaccia o meno) e forse pure nel lungo periodo, specialmente con considerazioni come quelle riportate nell’articolo di Ciccone (detto tra parentesi: i consumi pubblici possono pure far aumentare il Pil ma se contemporaneamente diminuisce anche l’avanzo primario l’effetto netto sarà verosimilmente negativo…).
La vera sfida, intellettuale e di capacità di governo consiste quindi nell’inventarsi delle nuove soluzioni restando all’interno di tali vincoli istituzionali.
Fa bene quindi Antonelli a mettere in rilievo l’importanza della riforma del sistema fiscale in maniera progressiva, cui si dovrebbe assolutamente aggiungere un rilancio della lotta all’evasione fiscale, che attualmente sta puntando al miglioramento del sistema di riscossione coattiva e degli accertamenti ex-post, ma che ha subito un significativo stop al miglioramento della compliance spontanea. La riduzione degli ingiusti privilegi fiscali (anche introducendo una maggiore tassazione patrimoniale, come perfino l’OCSE consiglia di fare) sarebbe un passo avanti verso una maggiore equità distributiva molto più deciso di molte politiche pseudo-keynesiane (altra considerazione tra parentesi: maggiore equità fiscale in un fisco come quello italiano non vuol dire aumentare le aliquote sullo scaglione di reddito più alto, composto da un numero ristrettissimo di persone quasi esclusivamente lavoratori dipendenti).
La politica industriale proposta da Antonelli può essere la via giusta per aumentare il livello d’innovazione, di intensità di capitale e per questa via della produttività e dei salari (come suggerisce il bell’articolo di Romano). Essa potrebbe permettere di rimediare anche ad una delle principali idiosincrasie dell’economia italiana, ovvero il contributo nullo dato dalla total factor productivity alla crescita. Forse Antonelli cosi lucido nell’analisi e nella diagnosi dovrebbe però interrogarsi sulla presenza in Italia di uomini politici capaci d’individuare “il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese” e di capitani di d’impresa in grado di attuare concretamente questo ambizioso disegno di politica industriale. Inoltre un tal processo di distruzione creatrice ha delle invitabili conseguenze in termini di costi sociali, i quali il nostro sistema di welfare è assolutamente incapace di gestire, sia per gli strumenti a disposizione che per la sua attuale composizione, squilibrata verso la previdenza. E qui la palla torna di nuovo nel campo keynesiano, da cui si capisce che l’esito di questo dibattito non dovrebbe essere di cercare di portare l’altro dalla propria parte, ma piuttosto di trovare una sorta di punto d’accordo tra queste due visioni che se sono complementari nell’analizzare i mali dell’economia italiana, e che quindi a maggior ragione lo devono essere al momento della proposta. Per far questo forse occorre avere una maggiore attenzione alla realtà e meno a quanto scritto sui “sacri testi” dell’economia.
E magari ne beneficerebbe anche la produzione dell’economia politica in quanto disciplina, che in questo momento più che mai avrebbe bisogno di uno schema che sappia pragmaticamente mettere assieme i migliori contributi del pensiero economico di matrice eterodossa.
Paolo Di Lorenzo
Ministero dell’Economia e delle Finanze
Dipartimento del Tesoro
Direzione Relazioni Finanziarie Internazionali
samuele scrive:
non sono un’economista, ma sono in mezzo alla gente ogni giorno e mi chiedo perché analisi così complicate non rispondono alla semplice domanda che ognuno oggi si fa: come faccio ad arrivare alla fine del mese?
Mi permetto di avanzare delle domande.
1) a parità di pressione fiscale è possibile far pagare meno i lav dipendenti e di più i redditi alti? a parità di pressione fiscale media, è possibile abbassare gli scaglioni di reddito più bassi e innalzare quelli alti? è possibile sostituire le imposte indirette come l’iva (che “pesano” progressivamente di meno all’innalzamento del reddito…) con le dirette come l’irpef?
2) a parità di spese correnti è possibile migliorare la qualità dello stato sociale? che so, oggi gramellini a “che tempo che fa” ha spiegato il costo delle auto blu nel nostro stato (governo, parlamento, regioni, province e comuni) e devo dire che se questo fosse l’inizio, sarebbe un buon inizio
3) si può pensare di azzerare l’attivo di bilancio dell’inps e usarlo per obbligare il turn over nelle aziende?
4) si può prevedere un meccanismo di recupero automatico del potere d’acquisto dei salari?
insomma, io non sono un teorico e non credo che il PIL sia una giusta unità di misura per la misura dell’andamento di un paese (preferisco di gran lunga il tasso di disoccupazione…), ma l’economia qualcosa deve dire, visto che tra le scienze moderne è quella che ha sbagliato molto più delle altre…. in alternativa facciamo a meno degli economisti e sostituiamola con i politici.
grazie