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Auri Sacra Fames

Pubblicato il 12 Novembre 2010 da admin

Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, nel 1971, economisti e politici liberisti hanno costantemente auspicato il ritorno a forme di regolazione delle relazioni monetarie internazionali fondate sull’oro. È con questo spirito che il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, nel momento più acuto della guerra delle monete che sconvolge i mercati valutari, ha proposto ai paesi riuniti al G20 di Seoul una vera e propria agenda per istituire un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla centralità dell’oro. E poiché la Banca Mondiale è - con il Fondo Monetario Internazionale - il pilastro su cui si costruisce l’attuale assetto delle relazioni monetarie internazionali, la proposta di Zoellick ha riscosso grande attenzione e riavviato il dibattito tra economisti e politici sulla possibilità di una restaurazione, anche in forme innovative, del sistema aureo.

Vediamo allora in dettaglio cosa ha proposto Zoellick - già nel suo articolo del 7 novembre apparso sul Financial Times - per superare l’attuale regime di cambi flessibili più o meno controllati. Il nuovo sistema, scrive Zoellick, “dovrà coinvolgere il dollaro, l’euro, lo yen, la sterlina e un renminbi che si muova verso l’internazionalizzazione” e “dovrebbe anche prendere in considerazione di impiegare l’oro come punto di riferimento internazionale su inflazione, deflazione e futuri valori monetari”. In sintesi, le principali monete dovrebbero essere in qualche modo ancorate di nuovo all’oro, in modo da limitare il potere discrezionale delle banche centrali (che la Federal Reserve sta esercitando pienamente) e assicurare la stabilità dei prezzi mondiali. Il ritorno all’oro – a parere di Zoellick – è stato già implicitamente realizzato dall’ordine spontaneo del mercato, visto che il metallo giallo è sempre di più utilizzato “come asset valutario alternativo”.

Per il momento la proposta di Zoellick sembra, fortunatamente, non essere stata presa in grande considerazione al vertice di Seul. Le conclusioni di compromesso del summit mostrano che il tempo di una riforma del sistema monetario internazionale è ancora lontano.

E tuttavia, anche se apparentemente isolata, la posizione di Zoellick è molto indicativa delle preoccupazioni circa quanto sta avvenendo sul mercato monetario. La Fed, anche per rispondere alla politica di sottovalutazione dello yuan condotta dalla Cina, sta pompando liquidità nel sistema. Per il secondo trimestre del 2011, la Fed inietterà nel sistema finanziario altri 600 miliardi di dollari, mediante l’acquisto di titoli di Stato. Di fronte a questa massa di liquidità si moltiplicano le preoccupazioni per la stabilità monetaria e per i “pericolosi” effetti distributivi, favoriti dall’inflazione, a danno delle rendite finanziarie. E perciò Zoellick propone “l’ancora solida” rappresentata dall’oro.

A ben vedere, Zoellick è l’ennesimo adoratore del “vitello d’oro”, l’ultimo ad essere rapito dal mito del gold standard, il regime monetario che dagli anni Venti è stato presentato come una sorta di terra dell’Eden da riconquistare. Negli ultimi venti anni una copiosa letteratura, analizzando le ragioni del successo del gold standard nel periodo della Belle Epoque, ha provato a fornire nuovi argomenti teorici su cui fondare i progetti di restaurazione del monometallismo aureo; sostenendo che il sistema aureo sarebbe l’unico regime monetario in grado di definire regole automatiche, limitare le scelte discrezionali dei governi, garantire un quadro macroeconomico stabile fondato su relazioni internazionali simmetriche.

Eppure, nonostante gli sforzi dei sostenitori del ritorno al gold standard, il ripristino del monometallismo aureo non appare oggi come una strada precorribile e auspicabile.

Per cominciare, ci sono molti dubbi sulla effettiva capacità del gold standard di funzionare come sistema automatico, eliminando l’intervento discrezionale dei governi. Secondo i sostenitori del ritorno al gold standard, se le autorità monetarie si impegnassero a convertire la moneta in oro ad un prezzo fisso, la circolazione monetaria sarebbe interamente regolata dall’ammontare delle riserve auree disponibili. In questo regime, le aspettative inflazionistiche sarebbero estremamente ridotte, o addirittura nulle, e questo assicurerebbe prezzi stabili e saggi di interesse bassi. L’obbligo della convertibilità viene visto come una sorta di efficace disciplina alla discrezionalità del governo. Tuttavia, ad un esame più approfondito della vicenda storica del gold standard, il nesso stabilito tra il regime aureo e l’assenza di discrezionalità delle autorità monetarie non risulta confermato. Infatti, le banche centrali manovravano il tasso di sconto per correggere, con l’afflusso di capitali, crisi di liquidità nel breve periodo e impedire la fuoriuscita di riserve auree. In definitiva, sul piano concreto, il sistema monetario delle Belle Epoque non ha mai funzionato secondo la descrizione della teoria classica del gold standard. E funzionerebbe negli stessi termini se dovesse essere mai ripristinato; con forti squilibri nella distribuzione dell’oro e una insufficiente offerta di liquidità internazionale che condurrebbe all’uso di monete-chiave internazionali, come il dollaro, per sopperire alla mancanza di liquidità internazionale. Nella sostanza, l’evoluzione prevedibile sarebbe come quella che ha condotto al dollar standard degli anni Sessanta, anche se il nostro “dollaro” potrebbe essere questa volta composto da un paniere di monete più importanti (come lo stesso Zoellick propone).

A rendere impossibile qualsiasi sviluppo simmetrico sarebbe inoltre la stessa distribuzione internazionale delle riserve auree, che dalla fine della Prima Guerra Mondiale è fortemente concentrata. Attualmente, infatti, circa il 79% delle riserve è in possesso delle banche centrali di 11 paesi (su 109), e la sola Federal Reserve custodisce ben il 26,63% delle riserve auree mondiali[1].

Una riforma del sistema monetario che tentasse di ristabilire il principio della convertibilità aurea sarebbe quindi fortemente condizionata dall’attuale assetto proprietario delle riserve.

Ma anche se sul ripristino del gold standard si formasse un ampio consenso politico internazionale resterebbe il rilevante problema tecnico del livello a cui fissare il prezzo ufficiale dell’oro sul quale andrebbe definita la futura convertibilità (il cosiddetto re-entry problem).Il problema della determinazione del prezzo ufficiale dell’oro è strettamente connesso alla possibilità di stabilizzare il suo valore sul mercato. Dall’inizio degli anni Sessanta, lo sviluppo di un mercato privato dell’oro parallelo a quello ufficiale delle banche centrali ha reso estremamente difficile un efficace controllo del prezzo del metallo giallo. Il controllo del prezzo ufficiale dell’oro può essere efficace solo a condizione che la domanda e l’offerta che regolano il mercato privato siano in qualche modo stabili o almeno prevedibili. Sul mercato privato, l’oro è richiesto come materia prima per fini produttivi e come attività finanziaria. La componente per fini produttivi costituisce la parte più rilevante della domanda di oro (circa l’80%) ed è anche quella più stabile e prevedibile, essendo interamente determinata dal reddito mondiale e dall’andamento del prezzo dell’oro, e per questo essa conserva una capacità stabilizzatrice. Diversamente, la domanda a fini di investimento, pur essendo limitata nella sua consistenza, per l’eterogeneità delle sue determinanti, si presenta intrinsecamente instabile ed è all’origine di ampie fluttuazioni del prezzo dell’oro. A fronte, quindi di una offerta sostanzialmente rigida e di una domanda per fini produttivi prevedibile, il prezzo dell’oro fluttua per effetto della mutevole domanda per fini di investimento[2], che è caratterizzata, oggi più che mai, da una forte componente speculativa. Questa particolare evoluzione della domanda si è sviluppata dagli anni Settanta per effetto di fattori quali l’inflazione, l’instabilità dei cambi, le tensioni politiche internazionali che tendono a rafforzare il ruolo dell’oro come bene rifugio.

Nell’ultimo decennio il ruolo dell’oro come bene rifugio si è enormemente accresciuto determinando il continuo incremento del suo prezzo. Dal 2002, in seguito allo sgonfiarsi della bolla speculativa della new economy, il prezzo di mercato (in dollari) dell’oro si è rivalutato del 257%. I capitali in fuga dalla new economy si sono diretti prima verso i mercati immobiliari e poi, dopo lo scoppio della bolla dei suprime, verso i mercati delle materie prime (il petrolio in primo luogo) e dei generi alimentari, per confluire infine, dopo il crollo dei prezzi su questi mercati nel novembre 2008, sul mercato dell’oro, dove il prezzo del metallo giallo continua a crescere, è ha superato la soglia “psicologica” dei mille dollari per oncia[3]. In questi stessi anni, per effetto della recessione mondiale e dello stesso aumento del prezzo dell’oro, se ne è ridotta sensibilmente la domanda per usi industriali (-20 % tra il 2007 e il 2009) e ancor di più è diminuita la domanda per la produzione di gioielli (-27 %). Di contro è drasticamente aumentata la domanda di oro per investimenti (del 95%).

Una riforma monetaria in direzione della convertibilità aurea delle moneta dovrebbe preliminarmente stabilizzare il mercato aureo riducendo fortemente la sua componente speculativa. Operazione estremamente difficile, che richiederebbe di fatto la chiusura del libero mercato privato dell’oro. Ma in questo caso le presunte virtù stabilizzatrici automatiche della merce-moneta cesserebbero di funzionare e vi sarebbe una regolazione politica del prezzo dell’oro. E poco cambierebbe rispetto all’attuale sistema di moneta fiduciaria regolata politicamente.

Resterebbe poi l’enorme ostacolo della sproporzione tra la quantità di dollari in circolazione nel mondo, che alimenta la liquidità internazionale, e la consistenza delle riserve auree. Il problema di ristabilire l’equilibrio tra moneta segno (il dollaro) e le riserve auree, potrebbe essere risolto ovviamente solo attuando drastiche e drammatiche deflazioni. Evento che negli anni Venti fu parzialmente scongiurato con il ricorso al gold exchange standard, cioè ridando legittimità all’uso di moneta fiduciaria, anche se indirettamente legato all’oro.

Insomma, nonostante la sua immediata semplicità, in definitiva, il progetto di restaurazione di sistemi diretti o indiretti a convertibilità aurea è allo stato attuale solo una pericolosa minaccia per fondare politiche di stabilizzazione conservatrici sul piano interno e, a livello internazionale, per imporre una sorta di disciplina ai paesi emergenti (poveri d’oro). Il pensiero conservatore vorrebbe ritrovare il suo mito perduto: Auri sacra fames!

 

[1] Secondo stime del World Gold Council, le banche centrali posseggono il 18% dello stock mondiale aureo.
[2] L’investimento in oro cartaceo (paper gold) negli ultimi anni è divenuta una quota sempre più importante della domanda.
[3] Soglia toccata l’8 settembre del 2009 al prezzo di 1000,75 dollari per oncia.

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Petro Standard

Pubblicato il 12 Gennaio 2010 da admin

Nell’ultima riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), il 17 dicembre scorso, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar (che controllano circa il 45% delle riserve mondiali di petrolio e il 25% di quelle di gas), a cui si è aggiunto l’arcipelago del Bahrein, hanno deciso di avviare la prima fase[1] per  la costituzione di una unione monetaria che dovrebbe portare in breve tempo all’emissione di una nuova moneta, il Gulf, con l’obiettivo annunciato di sganciarsi definitivamente dall’uso del dollaro[2] per gli scambi petroliferi e costituire una nuova moneta di riserva sotto il loro diretto controllo. Tra il 2007 e il 2008, infatti, la tendenza del dollaro a svalutarsi ha colpito  innanzitutto i paesi esportatori di petrolio riducendo le loro entrate in termini reali, determinando forti pressioni inflazionistiche favorite anche dal continuo incremento della domanda interna nella regione.

Se il progetto di moneta comune dei paesi del Golfo si realizzasse, il dollaro potrebbe questa volta seriamente temere di perdere il suo ruolo centrale[3]. Il Gulf si presenterebbe sul mercato con la caratteristica di una moneta di riserva molto più credibile del dollaro (e del suo concorrente euro), in quanto  il suo valore sarebbe garantito, anche se indirettamente, dal petrolio, perché di fatto il fondamento fiduciario della nuova moneta andrebbe a cadere sull’unica ricchezza posseduta dai paesi della penisola arabica che è costituita dalle ingenti riserve petrolifere. Il Gulf sarebbe poi facilmente immesso nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo. La nuova moneta diventerebbe un bene rifugio per molti paesi emergenti, che da anni si vogliono svincolare dalla divisa americana considerata da tempo non più completamente affidabile. Insomma, a differenza dell’euro e dello yen che non sono stati in grado di ridurre sensibilmente il dominio del dollaro[4], il Gulf  potrebbe avere maggiori potenzialità proprio per il suo legame con le immense ricchezze petrolifere gestite dai paesi emittenti, che fornirebbero una garanzia ben più solida di quella che le politiche monetarie degli Usa e dell’area euro possono offrire[5].

Appena varato il Gulf, tutti gli ingenti surplus commerciali dei paesi del Golfo detenuti in dollari potrebbero essere rapidamente convertiti e questo determinerebbe il crollo della valuta americana sul mercato con effetti che tutti possono immaginare. Il sistema monetario troverebbe a questo punto un nuovo centro di gravità nei paesi esportatori di petrolio, a cui sarebbe affidato un potere enorme non solo come detentori delle riserve energetiche essenziali, ma anche come emittenti di una nuova moneta riserva di valore internazionale. La moneta comune del Golfo potrebbe essere addirittura utilizzata fin dall’inizio come àncora (peg) per stabilizzare il livello dei prezzi di dei paesi importatori di petrolio che hanno una dimensione trascurabile nel commercio mondiale.

L’iniziativa dei paesi del Golfo si inserisce in un progetto più ampio diretto, nonostante le diplomatiche smentite ufficiali, alla definitiva sostituzione del dollaro come moneta internazionale di riserva. In questo contesto la crisi, cronica ormai, del dollaro potrebbe consolidare il progetto, largamente condiviso soprattutto dai pesi emergenti[6], di un ritorno ad un regime monetario internazionale fondato sull’uso di monete merci.

Un disegno questo che incontra innanzitutto il favore dei paesi islamici che da tempo sostengono addirittura la necessità di un ritorno al gold standard non solo per ragioni legate alla difesa del potere d’acquisto, ma anche per questioni religiose, in quanto per la legge islamica (sharia) è immorale ogni forma di guadagno non legata direttamente alle attività produttive, come sono le entrate provenienti dall’uso speculativo delle ingenti riserve in dollari dei paesi arabi produttori di petrolio. Da più parti nel mondo islamico si preme per la reintroduzione del dinaro aureo, antica moneta araba coniata per ben 13 secoli, fino al crollo dell’Impero Ottomano. Passi concreti in questa direzione li ha già compiuti il premier della Malesia, Mahathir, con l’obiettivo di sganciarsi dalla dipendenza del dollaro e dalle restrizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale dopo la crisi del 1998, coniando nel 2001 una moneta aurea (Kijang Emas) e proponendola, senza successo,  ai paesi della lega araba come nuovo standard.

In questa direzione si muovono da tempo anche autorevoli economisti, come il premio Nobel Robert Mundell,  che ha proposto l’istituzione di una nuova moneta internazionale, l’Intor, che dovrebbe essere ancorata per il 50% del suo valore all’oro  e per l’altro 50% alle monete più forti, dollaro, yen, euro in primo luogo (in prospettiva un ruolo determinante dovrebbe ricoprire la nuova moneta dei paesi del Golfo)[7]. La proposta di Mundell non è isolata: dal 1971 influenti economisti sostengono la necessità di un ritorno a regimi monetari fondati sul ruolo centrale dell’oro come ancora garante della stabilità (ricordiamo tra questi le posizioni esplicitamente favorevoli al regime aureo di Barro e di Greenspan, e la propaganda a favore dell’oro di molti esponenti della scuola austriaca del von Mises Institute). Insomma vi sono precisi segnali che indicano il disegno, più o meno consapevole,  di ritornare a sistemi basati su commodity standard, considerati come lo strumento più idoneo per garantire la stabilità monetaria internazionale.

Ma non ci si ferma all’oro: il progetto di istituire una moneta internazionale garantita direttamente dalle riserve petrolifere, nella sostanza un petroleum standard (o in altri termini un energy-based currency) è stata esplicitamente avanzata al secondo South American-Arab League Summit del marzo 2009, dal presidente venezuelano Hugo Chavez. La nuova moneta, denominata Petro, dovrebbe, nelle intenzioni del presidente venezuelano, proporsi esplicitamente come una nuova commodity money internazionale garantita dalle riserve petrolifere, con l’obiettivo annunciato di superare l’instabilità sistemica che ha caratterizzato l’ultimo quarantennio di regime di moneta fiduciaria[8].

Particolare risalto ha avuto in questi anni il progetto di una nuova moneta internazionale proposto nel 2001 dall’economista belga Bernard A. Lietaer, in The Future of Money: Beyond Greed and Scarcity. La nuova moneta, che Liataer chiama Terra, dovrebbe essere basata su un paniere composto dalle dodici più importanti merci commerciate a livello mondiale e caratterizzate da una relativa stabilità di valore. La nuova moneta dovrebbe essere emessa dalla Terra Alliance, una associazione di iniziativa privata e non governativa, un ente finanziato dai paesi produttori di petrolio con l’investimento dei loro surplus e sarebbe poi immessa nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo.

Ma chi ha un po’ di familiarità con la storia monetaria non può lasciarsi sedurre dal mito della moneta merce come meccanismo infallibile in grado di assicurare automaticamente la stabilità dei prezzi interni ed internazionali. Questa stabilità si ha solo a condizione  che l’offerta di moneta merce sia sempre in proporzione con le variazioni di produttività di tutte le altre merci, sia insomma dotata di una elasticità di offerta tale da evitare sia spinte deflazionistiche (aumento del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci e ristagno dei mezzi di pagamento), sia fiammate inflazionistiche (diminuzione del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci). Le fluttuazioni dei prezzi sarebbero quindi sempre esogenamente determinate in base alle variazioni del prezzo mondiale della moneta merce e quindi politicamente non controllabili. Del resto il sistema del commodity standard, così come la vicenda storica ha dimostrato, tende a creare forti asimmetrie tra i paesi. Sono avvantaggiati innanzitutto i paesi che hanno un maggior peso nel commercio internazionale e che accumulano crescenti surplus, mentre sono del tutto svantaggiati i paesi in deficit o che rivestono un ruolo marginale nel commercio mondiale. La probabile tesaurizzazione delle riserve[9] porterebbe poi ad un ristagno dei mezzi di pagamento internazionale e a pressioni deflazionistiche che sopporterebbero prevalentemente i paesi in deficit, costretti ad adottare politiche di riduzione dei redditi interni per poter ristabilire il loro equilibrio esterno. La maggiore stabilità assicurata da forme di commodity money è quindi solo un’illusione.

La strada per evitare il ritorno al barbarico relitto della moneta merce passa attraverso una riforma politica del sistema monetario mondiale che sia diretta al potenziamento di strumenti di liquidità internazionale, come i diritti speciali di prelievo, sotto il controllo di una autorità sovranazionale come il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe essere opportunamente riformato per dare maggior peso ai paesi emergenti. L’uso di tali strumenti insieme a meccanismi istituzionali che tendano a controllare i movimenti di capitali darebbero al sistema monetario internazionale una maggiore possibilità di governo politico degli squilibri (così come aveva intuito Keynes negli anni Quaranta e Triffin negli anni Sessanta), assicurando, attraverso forme di intervento condivise, una maggiore stabilità. E’ questa la direzione che le autorità monetarie cinesi hanno già realisticamente indicato[10] e che è stata raccolta molto limitatamente nel vertice di Pittsburg del settembre scorso. Sul tema della riforma del sistema monetario internazionale gli interessi delle forze democratiche[11], in primo luogo quelle dell’Occidente, dovrebbero convergere sulla proposta cinese di internazionalizzazione delle riserve per evitare che emergano drastiche soluzioni della crisi del dollaro che finiscano “per gettare via il bambino insieme all’acqua sporca”. Il dollaro potrebbe essere la vittima più illustre di questa crisi, ma il definitivo tramonto della divisa americana per una crisi di fiducia potrebbe facilitare il ritorno a tecnologie di pagamento basate su merci, inasprendo le asimmetrie e le rigidità del sistema dei pagamenti internazionali. Gli stessi Usa potrebbero essere spinti per difendere la loro moneta a ripristinare il dollaro convertibile[12], tentazione che nei circoli politici e finanziari di Washington e Wall Street è stata sempre molto viva.

 

[1] La prima fase prevede la costituzione del Gulf Monetary Council, nucleo della futura Banca centrale dell’Unione. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno aderito al protocollo di intesa per contrasti riguardo alla decisone di scegliere Ryad come sede del nuovo organismo e non Abu Dhabi, ma il loro l’ingresso nella nuova unione monetaria avverrà in una seconda fase, quando è prevista anche l’adesione dell’Oman.
[2] Dal punto di vista dei regimi di cambio, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Qatar restano ancorati al dollaro, ed il Kuwait ad un paniere composito, con un meccanismo di conventional fixed peg, il paese cioè, fissa il cambio con un’altra valuta o ad un paniere mantenendo con essi un piccolo margine di oscillazione (es. 1%). Negli ultimi tre anni, soprattutto per evitare pressioni inflazionistiche interne, l’aggiustamento automatico con il dollaro è stato più volte evitato.
[3] Del resto già si annuncia che nel prossimo decennio, Dubai è destinata, insieme a  Shanghai, a superare la piazza finanziaria di Londra.
[4] Se consideriamo il dato delle riserve monetarie mondiale (dati IMF del I quadrimestre del 2009), il 65 %, è costituito da dollari, mentre l’euro si attesta al 26%, seguito dalla sterlina britannica (al 4%) e dallo yen (al 3%). Se si considera poi l’evoluzione della composizione delle riserve mondiali negli ultimi anni,  la percentuale in euro sul totale è passata (fonte IMF, 2005). dal 17,9% del 1999 al 24,9% del 2004, toccando il 25,3% nel 2003 (alla fine del 1998, l’ammontare di riserve mondiali in marchi tedeschi, franchi francesi, fiorini olandesi e in ECU era pari al 14,5%). A fronte di questa ascesa dell’euro, le riserve in dollari Usa sono passate, nello stesso periodo, dal 71,0% al 65,9% , mentre le riserve mondiali in yen giapponesi sono diminuite nello stesso periodo dal 6,4% al 3,9%.  Leggendo questi dati si può dire che il dollaro dopo la nascita dell’euro ha ceduto solo qualche palmo di terreno, restando ben piazzato a rappresentare quasi due terzi delle riserve mondiali, mentre la moneta unica europea si è avvantaggiata soprattutto a spese delle monete minori, yen e sterlina britannica.
[5] Il passaggio dalla egemonia della sterlina a quella del dollaro avvenne nel tempo relativamente breve di due decenni, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, ma in un contesto molto diverso da quello attuale. La sterlina e il dollaro erano in quel tempo monete formalmente convertibili in oro,  e il passaggio dall’una all’altra egemonia fu determinata in primo luogo dall’accumulo di riserve auree negli Stati Uniti e rafforzato dalla posizione assunta da quest’ultimo paese come creditore netto internazionale. Tuttavia, il fatto che la convertibilità in oro del dollaro era assicurata, il passaggio dalla sterlina alla divisa americana non fu percepito come una trasformazione radicale, dato che sempre il metallo giallo permaneva, almeno formalmente,  nelle sue funzioni di standard.
[6] Le autorità monetarie della Repubblica popolare cinese, che detengono in dollari circa il 65% delle loro riserve valutarie (secondo stime non ufficiali, fonte IBS-Reuters),  hanno più volte manifestato in modo esplicito timori sulla stabilità del biglietto verde, e dal 2005 hanno ancorato lo yuan a un paniere composito di monete svincolandosi dal rapporto stretto ed esclusivo con la divisa Usa. Da tempo la Russia, seguita da altri paesi emergenti, è impegnata a modificare al composizione delle sue riserve a vantaggio dell’euro.
[7] L’iniziativa della moneta comune della penisola arabica è stata sempre sostenuta dal FMI, cfr. E. Jadresic, On a common currency for the GGC Countries, IMF Discussion Paper, december 2002, come un passo decisivo verso la semplificazione del sistema monetario mondiale.
[8] E il Gulf potrebbe rappresentare una prima tappa nell’attuazione di questo disegno.
[9] Per questo molte proposte contemporanee di ritorno a forme di commodity money prevedono per evitare la tesaurizzazione la definizione di regole internazionali che impongano il pagamento di costi di deposito per le riserve accumulate oltre un certo limite.
[10] Si veda il recente intervento (http://www.pbc.gov.cn/english//detail.asp?col=6500&ID=178),  Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China); cfr. anche R. Patalano, Keynes a Pechino.
[11] Nel recente congresso dell’Internazionale Socialista del luglio scorso neppure una tesi è stata dedicata al problema della riforma del sistema monetario internazionale, ma solo generici riferimenti alla cooperazione, alla lotta contro la speculazione e alla riforma delle quote di partecipazione del FMI a maggior vantaggio dei paesi in via di sviluppo.
[12] Del resto gli Usa sono ancora al primo posto come detentori di riserve auree (con 8133,5 tonnellate), seguiti dalla Germania (3407,6 tonnellate), dall’Italia (2451,8 tonnellate) , dalla Francia (2435,4 tonnellate) e dalla Cina (1054 tonnellate). Dati dicembre 2009.

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Salari meridionali in gabbia

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della Tennessee Valley Authority (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l’occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell’economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c’è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo. L’introduzione di gabbie salariali, che come è noto costituisce un elemento rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi potrebbe pagare per far passare l’Agenzia per il Sud, con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” e controllare consensi. Siamo evidentemente molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in campo per affrontare il tema del Mezzogiorno come questione nazionale.
Con la proposta leghista, formulata in termini di riduzione dei carichi fiscali sulla contrattazione decentrata nelle aree a maggior tasso d’inflazione, il Paese sarebbe sostanzialmente diviso in macroaree caratterizzate da rilevanti differenze retributive. Ma ad una attenta verifica non c’è alcun elemento sul piano analitico che possa giustificare tale proposta.
In primo luogo, è opportuno precisare che alcuni richiami all’esperienza italiana del passato sono del tutto impropri. In Italia il sistema dei differenziali salariali su base territoriale ha operato tra il 1945 (a seguito dei famosi accordi del 6 dicembre) e il 1969, ed era inizialmente fondato su quattordici aree e poi, dal 1961, su sette. Le gabbie dell’epoca riguardavano essenzialmente la regolamentazione dei minimi salariali in un quadro diretto alla progressiva perequazione retributiva in un Paese che usciva dalla guerra mondiale, dall’esperienza autoritaria corporativa e che presentava straordinarie diseguaglianze nel mercato del lavoro accanto ad un fortissimo grado di concentrazione della contrattazione salariale. Un sistema che all’inizio degli anni Sessanta si presentava ormai fortemente discriminatorio al punto che la sua abolizione - al grido “stessa paga per uguale lavoro” - fu uno dei successi dell’autunno caldo. Oggi se il governo riprendesse sul serio il progetto delle gabbie salariali, pensando di portare indietro l’orologio della storia, si muoverebbe in palese violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite dalle convenzioni dell’International Labour Organisation (ILO).
Un secondo ordine di problemi concerne il fatto che almeno dal XVIII secolo gli economisti sanno che un più alto indice territoriale del costo della vita è generalmente effetto di un maggior livello di ricchezza. Non a caso, come rivela la stessa Banca d’Italia, “l’ordine di grandezza dei divari di prezzo Est/Ovest in Germania appare relativamente simile a quello tra Mezzogiorno e Centro-Nord in Italia”. Si tratta insomma di fenomeni tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale. D’altronde risulta facile comprendere che le dinamiche dei prezzi non possono non riflettere la circostanza che oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d’Italia risiede nel meridione, che l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord) e che sempre al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali. Insomma: la diversità nel livello dei prezzi riflette i profondi e notissimi divari di ricchezza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.
A quanto appena osservato si potrebbe replicare che una fetta consistente del mondo del lavoro (a cominciare dall’impiego pubblico) viene trattato alla stessa stregua al Nord e al Sud, con effetto penalizzante per i lavoratori del Nord. Ma anche questa osservazione ad un esame attento risulta non fondata. Per comprendere il punto occorre chiarire che costruire un indice del costo della vita capace di catturare realmente il diverso livello di potere d’acquisto dei salari non è affatto impresa agevole. Recentemente l’Istat ha compiuto un tentativo in tal senso (”Le differenze nel livello dei prezzi fra i capoluoghi delle regioni italiane”) che tuttavia ha una efficacia molto limitata, dal momento che si ferma solo a tre capitoli di spesa che coprono solo un terzo dei consumi delle famiglie. Problematica è anche la scelta della scala temporale, se cioè si fa riferimento ad un determinato istante (il livello dei prezzi in un anno), o se invece si fa riferimento ad andamento dinamico del costo della vita (variazione dei prezzi da un periodo all’altro), e i risultati ottenuti potrebbero essere radicalmente diversi nei due casi, in quanto il Mezzogiorno di fronte a più bassi indici medi del costo della vita, registra un tasso d’incremento dei prezzi più sostenuto rispetto al Centro Nord. Ma il punto centrale che qui è bene richiamare consiste nella circostanza che normalmente per costruire gli indici vengono considerati panieri di beni considerati omogenei per le diverse partizioni del Paese. Ma la verità è che i panieri non sono affatto omogenei, proprio perché nelle aree più povere del Paese molti beni e servizi offerti sono di qualità inferiore. Per chiarire il punto pensiamo ai servizi pubblici, ad esempio al trasporto o alla sanità. È ben noto che nel Mezzogiorno – per un insieme di fattori, inclusa la cronica povertà di infrastrutture – tali servizi sono più scadenti rispetto a quelli offerti nel Centro-Nord con la conseguenza che il meridionale deve spesso andare sul mercato per sopperire alla deficienza dei servizi pubblici. Per questa ragione le indicazioni provenienti da un semplice esame dei livelli dei prezzi possono essere drammaticamente fuorvianti (a riguardo si veda anche l’articolo di Forges Davanzati e Pacella).
Come se tutto ciò non bastasse vi sono molti altri argomenti contro l’introduzione di gabbie salariali. L’esperienza ormai ci ha infatti insegnato che il l’introduzione di differenziali salariali non costituisce un volano per lo sviluppo del Mezzogiorno. Basti pensare agli esiti dei differenziali del costo del lavoro che di fatto hanno operato nel Mezzogiorno con l’introduzione degli sgravi contributivi introdotti con la legge 1089 del 1968 e che non hanno generato alcun beneficio al Sud. E d’altra parte chi può negare che di fatto i lavoratori settentrionali già godono di una retribuzione mensile significativamente più alta dei colleghi del Sud (il 30%, secondo un recente rapporto della Cgia di Mestre)? La verità è che in tanti anche recentemente, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, si erano anche illusi che i bassi salari potessero rilanciare l’economia meridionale. L’idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l’introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d’Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall’altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.
Insomma, provvedimenti governativi nella direzione dei bassi salari e delle gabbie salariali non farebbero che appesantire ancora il passo all’economia meridionale. Ma, si sa, la tentazione delle destre è sempre quella: fare dei salari la variabile dipendente dell’economia, la spugna che dovrebbe assorbire tutti i capricci del mercato.

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La discreta sorveglianza della Fed

Pubblicato il 23 Gennaio 2009 da admin

Per molti economisti la crisi del 1929 fu in gran parte causata dalla decisione della Federal Reserve (Fed), adottata due anni prima, di abbassare il saggio di sconto dal 4 al 3,5 per cento. Con questa politica monetaria accomodante, la maggiore liquidità a disposizione delle banche fu utilizzata per finanziare (con mutui) l’acquisto di titoli azionari da parte dei privati alimentando nei due anni seguenti il boom speculativo di Wall Street. Anche oggi di fronte a questa grave crisi finanziaria la storia sembra ripetersi. La ricerca del capro espiatorio, sport preferito dall’opinione pubblica americana, conduce alla responsabilità della Fed, o più precisamente alla politica accomodante e di deregulation che ha caratterizzato la gestione di Alain Greenspan, alla guida della  Fed tra il 1987 e il 2006.

Al di là delle precise responsabilità che sono ancora oggetto di dibattito, il rapporto tra l’opinione pubblica statunitense e la “sua” banca centrale è stato sempre controverso.

Gli Stati Uniti sono tra gli ultimi paesi ad economia di mercato ad aver istituito una banca centrale. Il sistema della Fed fu varato solo nel 1913, dopo che due precedenti esperienze di central banking (tra il 1791 e il 1836) erano state drasticamente “chiuse” dal Congresso perché entrate in conflitto con il potere delle banche locali. Il central banking negli Stati Uniti per tutto il XIX secolo fu considerato dai politici come un usurpazione delle funzioni fondamentali del Congresso (a cui la costituzione affida la responsabilità della politica monetaria) e dal mondo finanziario uno strumento di ingerenza nella liberta di impresa. La legge del 1864-1865, dopo un periodo di sfrenato free banking, confermando l’autonomia monetaria dei singoli Stati dell’Unione, si limitò ad istituire un Controllore Generale della circolazione di nomina presidenziale.

L’assenza di una banca centrale in un importante mercato monetario come gli Stati Uniti fu una delle principali cause  di instabilità finanziaria mondiale per tutta la seconda metà del XIX. La frequente carenza di liquidità dovuta alla mancata sincronizzazione dei flussi monetari tra i territori dell’Est, dove si concentrava il settore industriale, e l’Ovest agricolo, e l’estrema frammentazione del sistema bancario, esposero il mercato finanziario degli Stati Uniti a crisi ricorrenti, che furono la caratteristica peculiare della storia monetaria americana nel XIX secolo.

Fu solo dopo la grave crisi finanziaria del 1907 che il Congresso si convinse ad istituire  nel 1913 il  Federal Reserve System, che appare nella sua struttura un compromesso tra l’esigenza di autonomia del sistema creditizio privato e la necessità del controllo e della vigilanza in nome dell’interesse pubblico. Il sistema infatti associa alle dodici banche della riserva federale anche le banche private, distinte rigidamente in base alla tipologia operativa. E non si tratta di una partecipazione formale, perché le banche della Riserva Federale in ogni distretto sono amministrate da un Consiglio dei Direttori che è nominato per un terzo dalle banche private, per un altro terzo dai rappresentati del settore agricolo, industriale e commerciale del distretto e per una altro terzo dall’organo centrale di governo della Fed, il Board of Governors. Per questo motivo la Fed  è stata definita come government entity with private components, o come un’istituzione quasi-public. I suoi poteri rispetto al sistema finanziario si sono accresciuti sempre in seguito a gravi crisi. Così, tra il 1932 e il 1933, il suo carattere di istituzione pubblica fu decisamente accentuato con l’inserimento nello Statuto degli obiettivi della politica monetaria rivolta alla massima occupazione, alla stabilità dei prezzi, al mantenimento di tassi di interesse moderati nel lungo termine, e alla promozione di una crescita economica sostenibile.

Negli anni Sessanta la Fed divenne il pilastro della politica interventista “keynesiana” dell’amministrazione democratica, suscitando le proteste del mondo finanziario che lamentavano l’asservimento della politica monetaria a obiettivi di natura politica.  Alla fine degli anni Settanta con la svolta che portò Paul Volker alla presidenza del Board of Governors, la Fed accentuò maggiormente la sua indipendenza dal potere politico divenendo l’attivo protagonista delle politiche di rientro dall’inflazione (ridotta drasticamente tra il 1981 e il 1983 dal 13,5% al 3,2%), assumendo il ruolo di “paradigma” delle severe politiche monetariste e dell’implacabile offensiva neo-conservatrice. Anche se Volcker era fondamentalmente un “uomo di Wall Street”, la drastica riduzione dell’offerta di moneta (la cui conseguenza fu una recessione che  ridimensionò fortemente il peso dei sindacati dando via libera alla restaurazione neoconservatrice) e la maggior regolamentazione del mercato creditizio furono mal sopportate dagli ambienti finanziari  che cominciarono ad elaborare strumenti alternativi per aggirare le restrizioni. Proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò a delinearsi la cosiddetta nuova finanza, costituita da mercati paralleli a quello ufficiale che si ponevano al di fuori di qualsiasi forma di regolamentazione. Anche quando la Fed si è presentata come lo strumento più importante per garantire l’attuazione di politiche sociali conservatrici, il mondo degli affari degli Stati Uniti ha quindi sempre giudicato con diffidenza il suo ruolo  perché sostanzialmente al di fuori del contesto naturale del libero gioco delle forze di mercato.

La gestione di Greenspan (alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006) non è stata altro che il punto terminale di una tradizione che considera l’esercizio del credito come una normale attività imprenditoriale, che è quindi preferibile lasciare alle libere forze del mercato. Una visione che negli ultimi decenni è stata rafforzata da teorie che tendevano a riaffermare la validità del free banking di fronte all’ingerenza del potere pubblico regolatore. Dalla fine degli anni Settanta  si è svolto un serrato dibattito, ispirato da alcuni lavori pionieristici di Hayek, sulla natura delle banche centrali: vari contributi (sulla scia dell’importante saggio di Klein del 1974 sull’offerta di moneta “competitiva”) hanno messo in discussione la necessità dell’esistenza e delle funzioni di un organismo regolatore come la banca centrale. Questa letteratura teorica è stata accompagnata da una grande quantità di  studi storici (sulle orme dei lavori di Rockoff sul periodo del free banking) che hanno analizzato esperienze concrete di free banking e riflettuto sulle circostanze che hanno portato al loro fallimento rendendo necessaria la “scomoda” tutela  di una banca centrale. E non a caso l’esempio più studiato è  l’esperienza storica degli Stati Uniti.

La “discrezione” con cui Greenspan ha sorvegliato lo sviluppo tumultuoso dei mercati finanziari negli ultimi due decenni, attraversando tre bolle speculative (nel 1987, nel 1998-2000 e ancora tra il 2003 e il 2005) non è quindi avulsa dal contesto storico ed è stata molto funzionale ai desideri delle lobby finanziarie e dei loro rappresentati al Congresso, e ha raccolto ampio consenso nell’opinione pubblica affascinata dal mito della ricchezza facile. Greenspan ha perseguito una politica tollerante per ridurre al minimo il peso e il ruolo dell’istituzione che era chiamato a dirigere. Sotto la sua discreta vigilanza i mercati dei derivati e di strumenti finanziari sempre più complessi hanno goduto di una assoluta deregolamentazione; le banche d’affari hanno avuto una straordinaria libertà d’azione; la crescita anormale degli indici azionari è stata volutamente sottovalutata e  benevolmente considerata come una manifestazione di esuberanza irrazionale. Una politica monetaria in grado di assicurare  liquidità abbondante in un contesto di inflazione contenuta e di una costante, anche se moderata, tendenza alla crescita, ha creato un ambiente favorevole alle tendenze speculative che hanno caratterizzato il mercato finanziario americano. Con una certa soddisfazione gli ambienti di Wall Street indicavano la politica del governatore con l’espressione Greenspan put per indicare il “senso di “protezione” che la Fed forniva alle esuberanti attività dei mercati finanziari (il put, infatti, è una opzione che permette al possessore di un titolo di venderlo a terzi a prezzo prefissato in qualsiasi circostanza) e che si esprimeva attraverso riduzione dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità ai primi segni di rallentamento. Una politica che portava vantaggi anche al resto del mondo, dato che gli Stati Uniti assumevano il ruolo di “grande consumatore” mondiale di capitali e merci, favorendo quello che lo stesso Bernanke non ha esitato a definire un nuovo equilibrio monetario mondiale (significativamente chiamato Brettoon Woods 2) .

Ma ormai il Greenspan party è finito, e la gestione della sua pesante eredità spetta al suo successore Bernanke. Studioso ossessionato dal problema della deflazione, Bernanke, fino ad ora, non si è discostato molto nella gestione di questa crisi dal modello Greenspan (e per questo si è parlato anche di un Bernanke put), adottando gli stessi strumenti del suo predecessore con il ricorso ad iniezioni di liquidità e alla riduzione dei tassi d’interessi.  Una strategia che è stata spinta al suo estremo dalla Banca del Giappone (proprio su consiglio della Fed) che per un decennio tra il 1995 e il 2006 ha tenuto i tassi di sconto in prossimità dello zero con l’obiettivo di contrastare una grave crisi finanziaria innescata dal crollo del mercato immobiliare (con una dinamica che per certi aspetti è simile a quella attuale). La riduzione del tasso sui Fed Fund, portato il 16 dicembre 2008 in una banda di oscillazione tra 0 e 0,25%, il minimo storico negli Usa, appare del tutto in linea con questo modello ampiamente sperimentato, sulla cui efficacia il dibattito è ancora aperto. E’ comunque chiara la volontà di promuovere una politica monetaria espansiva, una scelta che in un altro contesto avrebbe “assicurato” Wall Street, ma che di fronte al grande falò distruttivo acceso dalla crisi dovrà esser necessariamente accompagnata da altre più radicali misure.  Quello che è certo che Bernanke è ancora il miglior garante dell’autonomia di Wall Street. Nello scorso novembre, di fronte alla richiesta di una Commissione del Congresso di conoscere i nomi delle banche che hanno fatto ricorso ai programmi speciali di prestito, Bernanke si è rifiutato di collaborare, chiedendo alle autorità politiche di derogare a ogni obbligo di trasparenza in nome della “difesa” dell’immagine delle istituzioni bancarie coinvolte. Una affermazione che molti hanno definito sconcertante di fronte al disastro che è sotto i nostri occhi.

Saremo molto probabilmente testimoni di una nuova fase della vita della Fed e di una rinnovata stagione di regolamentazioni, indotte dalla circostanze drammatiche della crisi, ed è molto probabile che in seno alla nuova leadership si apriranno delle contraddizioni sul ruolo da attribuire a quella che sarà la nuova  Fed, ed è a questo che lascia pensare il peso attribuito a Volcker nella nuova amministrazione di Obama. Ma si può essere certi che passata la tempesta, il mondo della finanza americana vorrà liberarsi di ogni soffocante tutela per gettarsi ancora a capofitto nell’esuberanza irrazionale del libero mercato.

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Lehman Brothers, contagio strategico

Pubblicato il 22 Dicembre 2008 da admin

Nel suo discorso di fine mandato come presidente di turno dell’Unione Europea, pronunciato il 16 dicembre scorso davanti al Parlamento di Strasburgo, con la solita franchezza, Nicolas Sarkosy ha affermato che: “La crisi non è nata ad agosto 2007, ma è iniziata quando gli Usa hanno preso la decisione gravissima di lasciare fallire Lehman Brothers” (fonte: Adnkronos).

Non possiamo dargli torto, la crisi finanziaria che si trascina ormai da più di un anno, ha avuto una netta accelerazione dopo il 14 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers ha ceduto alle pressioni che da qualche mese assediavano i suoi titoli a Wall Street, per annunciare l’intenzione di avvalersi della protezione in caso di bancarotta prevista dal Chapter 11 dell’U.S. Bankruptcy Code, gettando così nel panico le borse di tutto il mondo. Dopo l’annuncio del fallimento in un solo giorno tra le due sponde dell’Atlantico sono andati in fumo 825 miliardi di dollari. Secondo i dati della Federazione Mondiale delle Borse nei primi dieci giorni di ottobre sono stati persi dai listini azionari mondiali 4000 miliardi, portando a 25 miliardi di dollari la perdita complessiva rispetto all’ottobre 2007.  Solo nei paesi Ocse dall’inizio dell’anno alla fine di ottobre le borse hanno bruciato 15.630 miliardi di dollari, circa il 30% del PIL mondiale.

La scelta dell’amministrazione americana di lasciar colare a picco il colosso Lehman è stata considerata da alcuni commentatori una decisione inspiegabile di fronte al salvataggio del gigante assicurativo AIG effettuato proprio il giorno dopo, al sostegno dato lo stesso giorno dalla Bank of America alla Merril Lynch (pilotato dalle autorità monetarie federali), e ancor più di fronte al doppio salvataggio di Fanni Mae e Freddie Mac, istituzioni specializzate nel campo dei muti avvenuto una settimana prima, e alla scelta compiuta sei mesi prima in favore di un’altra grande banca d’affari statunitense, la Bear Stearns, tenuta a galla dall’apertura di garanzie da parte della Fed, pari a 30 miliardi di dollari. La scelta è apparsa inspiegabile anche allo stesso Richard Fuld, amministratore delegato della Lehman Brothers, cheil 6 ottobre scorso di fronte alla Commissione del Congresso Usa, ha ammesso candidamente: “Avrei voluto essere salvato anch’io. Certo ancora non mi spiego perché siamo stati gli unici a non essere salvati. E ciò che mi colpisce è che il venerdì prima del fallimento Lehman e Merryll Lynch erano nelle stesse condizioni”.

Molti influenti commentatori hanno interpretato questa scelta come un banale fatto emotivo, l’errore tipico di un momento di caos finanziario e politico. Questa lettura non sembra tuttavia molto convincente. Facendo attenzione a non cadere in semplificazioni “complottiste”, proveremo allora ad avanzare una diversa congettura sulle ragioni per cui proprio Lehman, e non altri, sia stata abbandonata al suo destino. L’idea, in proposito, è che la decisione di lasciar cadere il colosso finanziario sia stata in parte favorita dalla volontà diffusa nell’establishment americano di estendere più rapidamente il contagio fuori degli Stati Uniti e riaffermare la propria leadership mondiale, minacciata da più parti nell’ultimo anno. Fino al 15 settembre in molti ambienti della finanza e della politica europea questa crisi era stata descritta come esclusivamente statunitense, con limitati effetti in Europa e nei paesi emergenti. A parte le iniezioni di liquidità, la Bce e le altre banche centrali avevano seguito un comportamento non coordinato con le scelte della Fed, privilegiando gli obiettivi interni ancora in buona parte legati alla difesa della stabilità dei prezzi. Ma il fallimento di Lehman Brothers ha rivelato che il coinvolgimento dei gruppi bancari europei e asiatici era molto più ampio di quanto non si credesse. Da qui l’onda della crisi si è propagata su scala mondiale, e con essa anche le varie misure di salvataggio e di nazionalizzazione.

In questa particolare ottica, il fallimento di Lehman Brothers potrebbe dunque esser letto come un’azione temeraria, collocata però nell’ambito di una necessità strategica. Qualcosa di simile, in un certo senso, a ciò che nella terminologia militare si definisce un “rischio calcolato”, in base al quale appare lecito perdere sul campo qualcosa oggi per cercare di ottenere maggiori benefici domani. Lasciando la banca d’affari a sé stessa, gli Stati Uniti potrebbero aver lanciato un duplice segnale, una sorta di invocazione che è pure al tempo stesso una minaccia. E il segnale in effetti è giunto forte e chiaro. Dopo il 15 settembre la crisi, non più americana, è stata realmente percepita nella sua dimensione mondiale. Lo dimostra il primo intervento coordinato dell’8 ottobre scorso della banche centrali di sei importanti paesi con la riduzione di mezzo punto del tasso d’interesse. Un coordinamento senza precedenti, che è stato chiaramente forzato dalla situazione di emergenza e che può essere considerato come una sorta di “disciplina” imposta dalla Fed alle altre banche centrali.

Che sia stata sacrificata proprio la Lehman, la quarta banca d’affari degli Stati Uniti, non è casuale:  era il leader mondiale per le cartolarizzazioni dei mutui residenziali gli ormai famosi ABS, Asset Backed Securities e CDO, Collateralized Debt Obligations) e le conseguenze del suo fallimento colpiscono in modo consistente istituti di credito al di fuori degli Stati Uniti. Le “apprezzate” obbligazioni strutturate Lehman, sostenute da un alto rating attribuito dalle più importanti  agenzie come Moody’s e Standard’s & Poors, sono finite ovunque negli ultimi anni e hanno costituito l’ossatura delle polizze index liked che sono servite a raccogliere  capitali drenandoli verso il mercato americano, affollato di consumatori pronti a sottoscrivere mutui e prestiti per alimentare il loro standard of live da anni ruggenti. Come dimostrano i dati dell’agenzia internazionale di rating Fitch Ratings, la Lehman ha avuto un ruolo essenziale come controparte negli ormai tristemente famosi credit defaul swaps (CDS) soprattutto in Europa e in Asia (su 69 CDS, 31 riguardano l’Europa, 35 l’Asia e solo 3gli USA).

Con la scelta strategica del 15 settembre gli Stati Uniti potrebbero avere esercitato una peculiare azione di contrasto nei confronti delle sempre più numerose minacce alla loro leadership egemonica. Ed è indubbio che il nuovo scenario geo-economico disegnato dall’attuale crisi ha ridimensionato fortemente quelle minacce: la concorrenza economica dell’Unione Europea, la restaurata potenza militare della Russia (esplosa come si ricorderà con la crisi georgiana dell’agosto scorso e con la minaccia di installare propri sistemi missilistici nell’enclave di Kaliningrad, in risposta alla decisione della Nato di militarizzare i paesi dell’ex Cortina di Ferro)e il ricatto dei paesi produttori di petrolio (compreso il pericoloso vicino Chavez) sembrano ormai questioni superate dai fatti. Nelle nuove incertezze che emergono dal dilagare della crisi, gli Stati Uniti riaffermano ormai a tutto campo la loro egemonia, anche con la forza della nuova autorevole leadership appena insediata.

Se, quella che per ora resta solo una congettura, trovasse in futuro dei riscontri documentari, il fallimento della Lehman potrà essere ricordato come l’ultima delle numerose, tragiche e discusse decisioni che hanno costellato l’indirizzo di politica estera dell’amministrazione Bush.

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