Eurostat e ripresa occupazionale. Dov’è l’Italia?

Eurostat e ripresa occupazionale. Dov’è l’Italia?

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Sono trascorse poche settimane da quando l’Ufficio Statistiche dell’Unione Europea ha reso pubblici i dati relativi al rilevamento del tasso di occupazione e disoccupazione nell’area della moneta unica e nell’insieme dei 28 Stati Membri (ivi compresi, cioè, i “gelosi”, o calcolatori, custodi delle rispettive valute nazionali).

Questi dati sono stati accolti con un trionfalismo comprensibile dal punto di vista politico, ma poco giustificabile sotto il profilo delle condizioni sostanziali e reddituali delle lavoratrici e dei lavoratori europei. Poco meno di duecentotrentacinque milioni di occupati in Europa: un record mai registrato prima di adesso dalle rilevazioni europee. Circa centocinquantacinque milioni (approssimativamente i due terzi del totale) lavorano negli Stati che adottano l’euro, in ciò dimostrando che, almeno nell’attuale congiuntura, le differenze tra l’area Euro e quella UE, allargata ai 28 Paesi membri, non incidono particolarmente sul trend complessivo.

Entrambi i dati hanno, poi, un volto nascosto che il dossier Eurostat non mette ancora debitamente in luce. In primo luogo, il numero degli occupati nulla ci dice sul reddito pro capite dei lavoratori. L’aumento registrato è inoltre poco indicativo per valutare criticamente le differenze riscontrabili tra i soggetti che erano occupati prima della crisi economica iniziata nel 2007/2008 e quelli, invece, che hanno trovato impiego a partire da quel biennio. Tali differenze sono, all’opposto, rilevanti per una serie di profili che normalmente qualificano le politiche del lavoro di uno Stato membro: disciplina contrattuale destinata agli occupati, opportunità e rilevamento di dinamiche ascensionali nell’esperienza lavorativa, valutazione comparatistica del potere d’acquisto. Non solo: il dossier Eurostat non analizza le condizioni di partenza del mercato del lavoro nei Paesi dell’area Euro e nei Paesi che all’unione monetaria non hanno aderito. Ciò lascia largamente scoperte due questioni decisive: quali erano i dati strutturali dei rispettivi sistemi economici? E la comune afferenza alla UE ha realmente concretizzato l’ambita omogeneità normativa, anche quanto all’agognato profilo della massimizzazione delle tutele (infortunistiche, previdenziali, assicurative, assistenziali)?

Quello che il rapporto di Eurostat dice con chiarezza – ed è notizia da accogliere in modo favorevole – è che il recupero occupazionale riscontratosi ha avuto un’ulteriore accelerazione nei primi tre mesi del 2017, assorbendo in essi quasi il 30% dell’aumento registrato su base annua, sebbene proporzionalmente al periodo ci si fosse prudentemente attesi una quota compresa tra il 20 e il 25% del recupero occupazionale rispetto all’intera annualità. Bisognerà adesso comprendere come trasformare questi segnali di più sostenuta risalita da occasionale dato positivo a fattuale premessa di un miglioramento diffuso per tutto l’arco del 2017.

Nell’analisi dell’ultimo trimestre oggetto della rilevazione, l’Italia registra un miglioramento più debole della media europea, fermandosi a un modesto 0.3% (che riverbera, su base annua, in un incremento incollato alla soglia dell’1%). La crescita del lavoro in Italia è più debole in entrambi i periodi, ma è omologa l’incidenza percentuale, oltre che il trend espansivo, costituita dal primo trimestre del 2017. Le istituzioni europee si sono fermate a certificare con apprezzamento il fatto che l’Italia abbia agganciato, ancorché nelle carrozze di seconda classe, il treno della crescita. È l’argomento di cui la governance europea si è servita per plaudere all’approvazione del Jobs Act, in realtà ancora bisognoso di alcuni dei puntelli attuativi che le stesse norme di introduzione avevano previsto. La lettura di Eurostat rischia, perciò, di sembrare monodimensionale.

Come dimostrano i casi della Francia e della Germania, nella seconda metà degli anni Novanta, ampi interventi di riforma nella disciplina lavoristica, favorendo flessibilità in entrata e in uscita sul mercato del lavoro, creano a breve termine rimbalzi particolarmente positivi sul piano dell’incremento occupazionale, concorrendo collateralmente a determinare un certo avvicendamento nella forza lavoro (saldo attivo tra il collocamento pensionistico di soggetti già occupati e l’ingresso di nuovo impiego). La positività del saldo, per avere effetti veramente giovevoli nella redistribuzione della ricchezza, non può permettersi di poggiare su contrazioni anche drastiche del numero dei pensionati, ma deve essenzialmente concentrarsi nella promozione di nuovo impiego.

Di questi fenomeni di rinnovamento produttivo, in Italia c’è modestissima traccia, tant’è che il dato annuale e quello trimestrale sull’occupazione ci riconsegnano un quadro oggettivamente meno roseo di quello continentale. Fuori da ogni infingimento politico, la promessa montagna del Jobs Act ha partorito, almeno al momento, il topolino dello 0.3% su base trimestrale e dell’1% su base annua. E già questo dovrebbe suggerire, ben oltre l’eterna querelle sulla disciplina legale dei voucher, un ripensamento delle politiche dell’impiego.

I principali competitori del sistema italiano riescono a far meglio. La sola Francia, con una legislazione lavoristica che ha avuto al momento, però, meno scossoni di quella italiana, ha un recupero occupazionale a base annua dello 0.7%. Decisamente meglio la Spagna (al 2.4%, nonostante la formazione dei recenti esecutivi nazionali abbia avuto problematiche molto più rilevanti di quelle italiane, dove si è votato per il rinnovo del Parlamento ormai nel 2013). Meglio anche l’Inghilterra, all’1.2%, fuori dall’area Euro e alle prese con problemi di stabilità politica e pubblica sicurezza, ma soprattutto con le difficili trattative per la fuoriuscita concordata dalla UE (Brexit). Tiene anche la Germania, che al lieve decremento di alcuni dati congiunturali riesce a difendere l’1.5% di recupero occupazionale annuo.

Se si torna all’analisi dei prospetti trimestrali, alcuni spunti interessanti emergono nella considerazione dei picchi di crescita e decrescita del livello occupazionale. A dispetto del presunto recupero di credibilità delle istituzioni unitarie, che avrebbero dovuto segnalare le elezioni in Francia e nel Regno Unito, basterebbe fermarsi a guardare l’ampio differenziale di quasi cinque punti percentuali registrato tra l’Estonia (+2.8% su base trimestrale) e la Lettonia (-1.9%, nel medesimo periodo). Le due Repubbliche baltiche hanno omologa tradizione costituzionale, oltre che approccio sovrapponibile nel quadro dell’integrazione europea. Insieme alla confinante Lituania aderiscono alla UE, afferiscono all’area Euro e tutt’oggi rappresentano una risorsa strategica nell’espansione ad Est del processo della governance continentale. Una forbice del genere tra i due sistemi produttivi non può, perciò, essere ricercata in diverse prospettive di politica internazionale, nell’adozione di nuove e più penetranti forme di deregolamentazione del mercato del lavoro o nell’attitudine del sistema politico a fornire ciclicamente la stessa maggioranza parlamentare. Approcci del genere sono scientificamente poco esaustivi, rispetto ai diversi indicatori di un sistema statale, e sembrano politicamente molto avventati.

Il rapporto di Eurostat, che pure si intestava di riuscire a dimostrare il contrario, ne è la più emblematica conferma.

 

* Università Magna Graecia di Catanzaro

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