Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?

Antonella Stirati - 18 giugno 2011

L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal Pd.

Come già segnalato in un precedente contributo alla rivista, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su questa rivista) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.

L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della Lettera degli economisti resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile[1] e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei. Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.

Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.

[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.

12 Commenti per questo articolo

  1. Massimo D'Antoni Says:

    Vorrei sapere da dove l’autrice deduca che il Pd (mi riferisco alle dichiarazioni ufficiali, non a prese di posizione di singoli esponenti, magari della minoranza interna) sia favorevole ad un taglio complessivo della spesa e del welfare, o aderisca alle politiche di austerità chieste al paese dall’UE. Per scrupolo ho fatto una verifica e non ho trovato nessuna dichiarazione in tal senso, mentre ce ne sono diverse di segno contrario del responsabile economico del partito, fortemente critiche rispetto all’impostazione della Commissione.
    Quanto al documento di politica economica cui ci si riferisce, sono presenti anche nella seconda parte politiche favorevoli alla domanda: nel rafforzamento del sistema di welfare; in politiche miranti ad aumentare stabilità e sicurezza del lavoro; in politiche fiscali che incoraggiano l’investimento. Non è dunque corretto affermare che ci sia una discrasia rispetto alla prima parte; vero è che a questo punto sembra difficile che l’Italia possa perseguire politiche espansive in modo autonomo dal resto dell’Europa.
    Rispetto alle proposte del Pd, l’unico modo per incoraggiare la domanda in modo più incisivo comporterebbe una rinuncia, non solo nel breve periodo ma anche nel medio-lungo, ad un riduzione del peso del debito pubblico. è questo che vogliamo?

  2. Alberto Says:

    Il PD sta cedendo al fascino seduttivo delle sirene vetero keynesiane. E’ vero che il programma politico che ha pubblicato assomiglia alla Lettera dei 200 economisti critici. Voi dite adesso che il PD dovrebbe fare addirittura di piu’? Che dovrebbe puntare a spingere sulla domanda interna anche solo in Italia? Ma come fate a dire una cosa cosi’? Per me il PD e’ gia’ bello e cotto per i passi indietro che sta facendo. Chi sperava in una svolta liberale di quel partito e’ meglio che si metta l’anima in pace. p.s. Comunque segnalo che su noisefromamerika e’ stato citato un ottimo articolo di glaeser che smentisce la vostra idea di una crisi determinata dalle disuguaglianze.

  3. Francesco Armezzani Says:

    il pd non ha ancora chiaro in che modo si possano rilanciare i consumi interni e soprattutto gli investimenti nei settori strategici senza una politica di finanza pubblica adeguata. a mio avviso se vogliamo provare a battere le destre nelle cose concrete dobbiamo abbandonare il mito liberista dell’austerità pubblica; se il pd vuole essere liberale allora non può essere un partito riformista e socialista. l’appello dei socialisti europei mi sembra chiaro, la sinistra italiana è al bivio. destra, sinistra o nessuna scelta?

  4. Salvatore Monni Says:

    Caro Alberto,

    scusami ma i più speravano in una svolta liberale o liberista del PD? Quella liberista di svolta certamente non c’è stata e personalmente me ne rallegro. Del resto consentimi l’offerta politica è assai varia e io credo che questa mancanza può facilmente essere compensata da altre forze politiche. Sulla mancata svolta liberale invece permettimi di dissentire. Il PD per esempio, pur con molta fatica, sta cercando di porre al centro delle sue battaglie politiche la rivendicazione dei diritti fondamentali dell’individuo. A questo proposito penso alle battaglie sul lavoro, a quelle contro le discriminazioni di genere a quelle in difesa della libertà di preferenze sessuali fino alle battaglie per i diritti sui migranti. Tutti questi temi sono in agenda nel PD e non sempre invece lo sono in altri partiti che con forza rivendicano le loro radici liberali. Ma quello che voglio dire è che cosà facendo il PD pone tra i suoi fondatori ideali pensatori illustri come Piero Gobetti e Carlo Rosselli per esempio e soprattutto come obiettivo della sua politica una vera e propria rivoluzione Liberale. Certo il lavoro da fare è tanto ma almeno il PD ci prova.

  5. Il Nibbio Says:

    l’unica, se non si sa come andare avanti, è quella di tornare indietro. Uscire dall’unione europea, nazionalizzare tutto ciò che si può.

  6. Italo Nobile Says:

    Il rilancio dei consumi interni può non essere una causa sufficiente per la ripresa in Italia, ma è una ragione necessaria, di cui cioè non si può fare a meno. Circa il debito pubblico bisogna vedere quali parti della spesa pubblica possono implementare il consumo interno o il miglioramento della bilancia commerciale e quali no. I tagli dello Stato sociale sono un fattore di diminuzione dei consumi interni e di diminuzione della competitività del nostro paese (si pensi all’istruzione ed alla sanità) e quindi vanno evitati assolutamente. Senza contare che proprio questa politica restrittiva, di privatizzazioni, di precarizzazione del lavoro in vigore dal 1992, è alla base dell’attuale declino italiano.
    Quanto alla presunta confutazione di Glaeser, sarebbe meglio leggerlo quell’articolo e analizzarlo, piuttosto che citarlo trionfalisticamente.

  7. Giovanni Milone Says:

    l’articolo di Glaeser, per chi non lo avesse letto, è questo: http://tinyurl.com/6g585k2

    i suoi argomenti sono stati confutati da Marco Leonardi qui: http://tinyurl.com/6jf9hws

  8. Alberto Says:

    Leggero’ la replica di Leonardi a Glaeser. Certo e’ che l’idea di rilanciare i consumi interni in Italia resta inaccettabile. Io considero la proposta di ‘standard retributivo europeo’ del marxista Brancaccio un triste ritorno al passato e mi rammarico per la scelta del PD di averla fatta propria. Ma almeno quella proposta evita di parlare di rilancio della domanda ‘in un solo paese’.

  9. Antonella Stirati Says:

    Caro Massimo,
    sul sito del PD il 31 maggio si leggeva “le ricette di Draghi sono simili a quelle del PD”. E’ vero che poi l’analisi si concentrava sulla critica al metodo dei tagli lineari di Tremonti, ma nulla si diceva contro la sollecitazione di Draghi a procedre rapidamente alla manovra di tagli della spesa – 45 miliardi nei prossimi tre anni. Ti devo perè dare atto, e lo faccio con piacere, che sull’Unità di oggi Fassina è molto esplicito invece nel dire che tagli della spesa pubblica per 45 miliardi porterebbero l’Italia in recessione e che un governo italiano autorevole dovrebbe ricontrattare in Europa gli obiettivi di finanza pubblica.
    Per quanto riguarda la questione che poni circa l’obiettivo di riduzione del rapporto debito-PIL io ritengo che tentativi di ridurre quel rapporto tramite tagli della spesa siano da evitare, e ciò in modo particolare nella situazione presente dell’economia italiana, che ancora non si è ripresa dagli effetti negativi della crisi. Tagli della spesa avrebbero comunque un effetto di riduzione del PIL e dell’occupazione, con la conseguenza, tra l’altro, che potrebbero risultare inefficaci o scarsamente efficaci nel ridurre il rapporto debito-PIL in quanto riducono anche il denominatore del rapporto, e le entrate fiscali. Penso che un’eventuale graduale riduzione di quel rapporto nel medio-lungo periodo possa emergere come risultato: 1) di bassi tassi di interesse sul debito pubblico (che dovrebbero diventare un obiettivo prioritario della BCE) e una crescita del PIL maggiore dei tassi di interesse; 2) il recupero della evasione fiscale; 3) il ritorno a forme di finanziamento monetario di parte della spesa pubblica (ad esempio attraverso il finanziamento di investimenti infrastrutturali in Europa). Quest’ultimo è considerato oggi dagli economisti mainstream come inaccettabile, ma era sino a non molto tempo fa parte normale dell’assetto istituzionale dei paesi industrializzati, in un periodo, quello del secondo dopoguerra sino agli anni ’70, che è stato definito ‘età dell’oro’ perchè caratterizzato da un grande sviluppo economico e sociale, quale non si era mai avuto prima e non si è più avuto dopo.
    Nell’immediato, e nella situazione di crisi in cui versa l’Italia e l’Europa, credo che l’obiettivo assolutamente prioritario debba essere quello di far ripartire la domanda aggregata. Certo la situazione è estremamente difficile e temo che chiunque sarè al governo nei prossimi anni dovrè affrontare gravi problemi e scelte drammatiche.

  10. Claudio Foresti Says:

    Alcune cosette almeno vanno ricordate. Poi le scelte saranno quelle che saranno. I politici, compresi gli esponenti del PD fingono di non accorgersi (soprattutto Dalema innamorato pazzo di Silvio) che la gente, il popolo italiano, ha deciso di(lo uso di proposito, visto lo squallido personaggio) rottamare Berlusconi. In estrema sintesi per ragioni di inqualificabile ed esecrabile inciucio l’alternativa a Tremonti pare debba essere Tremonti. Siamo nei guai, molto seri. Sul piano politico ed economico abbiamo esponenti di primo piano del nostro parlamnto che manifestano una terribile miseria culturale. Marx e Keynes non vanno utilizzati ideologicamente, ma come modelli generali da discutere e applicare con sintesi intelligente. Loro li hanno buttati a mare.
    I cittadini italiani negli ultimi mesi hanno dimostrato grande maturità poilitica, sanno attendere e al prossimo voto diranno di nuovo la loro.
    Cosa faranno i poltici non è dato sapere. Il caos e il caso ci metteranno una buonaparola.

  11. Sandro Says:

    Troppi economisti parlano di crisi mondiale e non riescono ad individuare seriamente le cause che hanno prodotto questa crisi.
    C’è ancora qualcuno che vede nella crescita il problema di questa crisi.
    Ma non si era detto che la crisi era dovuta ad una domanda inferiore rispetto all’offerta?
    Non si era detto che non è possibile creare ricchezza semplicemnte facendo una moltiplicazione del denaro, a fronte di nessun incremento della produzione-consumo dei beni e dei servizi?
    Non si era detto che una delle cause della crisi è la divisione del lavoro tra i paesi forti er i paesi poveri?
    Non si era detto che la concentrazione della ricchezza è aumentata?
    Possiamo davvero pensare che sia possibile modificare le cose se non ripartiamo con chiarezza e con forza dal lavoro, come forza per riconquistare il concetto di diritto inalienabile dell’uomo come modificatore delle cose a produrre quello che gli serve per vivere meglio e non per distruggere quello che giè ha e quello che avrè nel suo futuro?
    Il denaro visto come produtore di ricchezza non è forse uno degli strumenti più barbari che impedisce l’uscita dalla crisi?
    Dove è il mercato, quello studiato nella scienza economica?
    Spesso è più geniale la casalinga o il casalingo che riesce con questa sua genialità a capire come riuscire a spendere i suoi soldi ricevuti dal suo lavoro per cercare di arrivare alla fine del mese.
    Ho una figlia che ha rilevato l’attività di estetista per un costo mensile di ben 1.200 Euro, al di l’ del costo per affitto del locale di ben 950 Euro mensili.
    Al di l’ degli altri costi fissi, quali l’energia elettrica, il telefono, l’assicurazione contributiva, ecc., deve acquistare i prodotti che servono ala sua attività, prodotti che si trasformano in lavoro per aiutare i clienti a sentirsi “meglio”.
    Ebbene, spesso parliamo di costi troppo alti e non ci rendiamo conto che la cosa più importante per un’attività imprenditoriale, soprattutto quella artigianale, è un problema di natura finanziaria.
    Per aiutare mia figlia, le ho indicato una strada semplicissima. Chiedere un prestito per acquistare la gestione e, conseguentemente, permetterle di avere introiti di natura finanziaria superiori a 600 Euro al mese, che le possano permettere di non andare continuamente in passività.
    Ma, stranamente, le banche, che dovrebbero essere le protagoniste della crescita di un paese, non le danno assolutamente nessun prestito. Di conseguenza, la situazione finanziaria del centro estetico continua a peggiorare e arriverè sicuramente ad una situazione di non ritorno.
    Questa semplice storiella che sto vivendo con angoscia può allargarsi ad uno stato. Certo che se guardiamo al futuro e abbiamo un progetto per creare un paese migliore, non possiamo non pensare a creare investimenti.
    Si parla troppo a sproposito di spesa pubblica, mentre dovremmo decidere cosa fare e quali investimenti effettuare.
    Si spendono soldi oggi per avere i risultati domani.
    Ciascuno di noi fa immensi sacrifici per permettere ai propri figli di avere un loro futuro, autonomo, che non dipenda da noi.
    Noi oggi ci siamo e possiamo aiutarli, ma domani non ci saremo più e i nostri figli, se non avranno una loro strada, non saranno in condizioni di vivere liberi, autonomi con dignità e con la voglia di costruire un mondo migliore.
    E perchè non possiamo costruire questa strada? Perchè ci dicono che non ci sono risorse.
    Le risorse sono quelle che noi creiamo.
    A che cosa serve avere una pubblica ammnistrazione inefficiente?
    A che cosa serve avere un sistema ferroviario che fa acqua da tutte le parti, che non permette di potersi spostare da un posto ad un altro con velocità e tranquillità?
    A che cosa serve avere un sistema dei trasporti che non sia integrato (strade, ferrovie, trasporti marittimi, trasporto aereo) che non guardi al futuro di un sistema basato sul concetto di collettività, con sprechi incredibili di denaro pubblico perchè ognuno pensa di poter risolvere da solo il problema dello spostamento di merci e di persone.
    Senza pensare al costo di denaro e di vittime sulle strade dovute ad incidenti mortali (più di 5.000 l’anno) o di incidenti che creano persone invalide (più del triplo degli incidenti mortali).
    E invece si pensa di aumentare all’infinito la produzione (PIL).
    Ma perchè devo stare meglio semplicemente cambiando ogni anno l’automobile, o acquistandone un’altra?
    Non staremmo tutti molto meglio se avessimo un sistema integrato collettivo che permetta a tutti di potersi spostare com comodità, rifacendo diventare la città un luogo dove vivere camminando, riprendendo il gusto a riempire le strade e le piazze, a passeggiare, ad essere, come dovrebbe, semplicemente cittadini pedoni?
    Ma, purtroppo, dobbiamo assistere alla storia economica staccata dalla realtà dell’uomo come colui che cerca di raggiungere nella sua vita il massimo della felicità e non di essere il massimo consumatore.-
    Nessuno sta meglio se invece di possedere un televisore ne possiede due, tre, quattro,…, un milione.
    Nessuno sta meglio se invece di mangiare un piatto di pasta, ne mangia, due, tre, cento mila, anzi.
    La verità è che tutti starebbero meglio se ci fosse maggiore uguaglianza, e potessero avere tutto quello che è indispensabile per vivere in piena autonomia e dignità.
    Riportare il discorso dall’economia fine a se stessa alla politica è indispensabile.
    Il mio professore di economia diceva: “L’uomo non deve essere al servizio della scienza economica. E’ la scienza economica che deve essere al servizio dell’uomo”.
    Questo è il compito che si deve dare la politica: creare le condizioni culturali e sociali perchè l’uomo riprenda in mano il suo destino.

  12. keynesiano Says:

    Scusate ma io cambierei il titolo con ” Quali politiche macroeconomiche per l’economia mondiale?”

    Poi mi domanderei perchè non tassare le banche al 90% se non sono funzionali allo sviluppo economico visto che vivono di usura e profitti da signoraggio? ( faccio notare che i soldi iniettati nel sistema sono i nostri,ma per il momento nell’economia reale non si vede un euro.

    Poi giusto per dare un piccolo contributo,proporrei di riprendere l’idea del Bancor.

    LE SVOLTE LIBERISTE DEL PD.

    Per fortuna che non c’è stata visto i danni dell’era clintoniana fra l’altro ammesse dallo stesso B.Clinton che ritiene di aver contribuito al disastro attuale.

    OGGI NEANCHE PIU’ R.POSNER CREDE AL MIRACOLO DELLA MANO INVISIBILE DEL MERCATO LASCIATO LIBERO VISTO L’IRRAZIONALITA’ CHE DOMINA IL MONDO.

    Concludo con una domanda fuori tema.

    MA DOVE STA’ SCRITTO CHE LE BANCHE CENTRALI DEBBONO PRESTARE I SOLDI PER IL DEBITO SOVRANO A BREVE TERMINE E CON TASSI SOPRA A QUELLI DI MERCATO (IO PAGO MENO DELLA GRECIA SE PRENDO UN MUTUO), FACENDO IN MODO DA ESSERE LORO STESSE LA CAUSA DELLE RIVOLTE SOCIALI. NON SAREBBE PIU’ SENZATO UN PRESTITO A 20 ANNI CON UN PIANO OPERATIVO DI LIBERALIZZAZIONE DA TENERE SOTTO CONTROLLO CON UNA PENALIZZAZIONE SUI TASSI QUALORA NON SIA RISPETTATO.

    PS. il maiscolo è per evidenziare.