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La scomparsa di Augusto Graziani

Posted on 08 gennaio 2014 by admin

Il 5 gennaio si è spento Augusto Graziani, economista di fama mondiale, guida per tante generazioni di economisti, riferimento per chi non crede al potere taumaturgico del mercato. La redazione di Economia e Politica partecipa alla commozione del mondo della cultura per la scomparsa del Maestro, che era anche membro del Comitato Scientifico della nostra rivista.

 

Gli economisti e il mondo progressista del nostro Paese sono più soli e poveri. Nella sua casa di Napoli, se n’è andato il maestro dei keynesiani italiani, il professore Augusto Graziani. Economista di fama mondiale, secondo molti il principale esponente della accademia italiana della seconda metà del Novecento, per un paio di anni senatore dei DS, accademico dei Lincei, Graziani è stato punto di riferimento di tutti coloro che, in Italia e all’estero, non credono che il mercato sia la panacea di tutti i mali e piuttosto che il capitalismo necessiti dell’intervento dello Stato, soprattutto per sostenere l’occupazione e regolare la distribuzione del reddito.

Graziani è stato in primo luogo un caposcuola. La sua elaborazione teorica nasce da un confronto senza sosta con i teorici del passato, giganti come Marx, Schumpeter e Keynes. La “teoria monetaria della produzione” di Graziani nasceva da una reinterpretazione degli scritti di Keynes e muoveva dalla sua potente visione del funzionamento dell’economia capitalistica, di tipo classico, secondo la quale il livello di produzione, l’occupazione e la distribuzione del reddito sono sempre il risultato dell’interazione tra forze sociali, con interessi spesso in conflitto. Nella visione di Graziani, nel suo celebre modello di “circuito monetario”, la moneta era la chiave di accesso alla produzione capitalistica e al tempo stesso il fine dell’attività produttiva. E tutto ciò è già sufficiente a comprendere quanto lui fosse lontano dai dogmi dell’economia neoclassico-liberista. C’è da credere che il suo libro “The Monetary Theory of Production”, pubblicato a Cambridge nel 2003, resterà uno dei classici del pensiero economico.

Gli studi di politica economica di Augusto Graziani ne hanno fatto un profeta, spesso inascoltato, di sempre maggiore attualità. Basti dire che negli anni ’90 e poi nei primi anni del nuovo secolo, in una Italia ancora euro-entusiasta, Graziani fu il primo a spiegarci che la moneta unica era stata costruita su basi scricchiolanti, perché le regole macroeconomiche costringevano gli Stati e la Banca Centrale Europea a politiche di austerità. E ciò avrebbe messo a serio rischio la tenuta dell’eurozona. Subito dopo l’introduzione dell’euro, lui spiegava che tutte le banconote sono contrassegnate in modo da comprendere quale fosse la banca centrale nazionale di provenienza: un salvagente per consentire un eventuale “comodo” ritorno alle vecchie monete nazionali.

Ancora prima, Graziani aveva previsto che “un paese a struttura industriale tecnologicamente debole, che si regge nel mercato soltanto per la compressione del costo del lavoro”, avrebbe preso la via del declino. Per contrastare questo esito servivano – e servono – politiche industriali incisive, che facciano compiere alle nostre imprese un salto tecnologico e dimensionale.

In effetti, Graziani conosceva a perfezione le “strozzature” alla crescita del nostro Paese, come comprende chiunque legga il suo bellissimo “Lo sviluppo dell’economia italiana” (1998). Ad esempio, non ha mai smesso di spiegare che la montagna di debito pubblico che ci portiamo sul groppone era in buona misura l’altra faccia dell’inadeguatezza del nostro apparato produttivo. E ciò perché gli elevati tassi di interesse del passato erano serviti a favorire afflussi di capitali adeguati a compensare la cronica tendenza al disavanzo della bilancia commerciale.

Oltre tutto questo Graziani è stato sempre uno studioso militante, vicino agli interessi dei più deboli e generosamente in prima linea nel difendere la classe lavoratrice. Perché alla fine dei conti l’economista non è mai un tecnico neutrale e lui aveva deciso da che parte stare. Ed è questo l’insegnamento più grande che il Maestro ha regalato a noi suoi allievi: l’amore per la ricerca, il rigore morale, la tensione per la giustizia sociale.

 

* Pubblicato anche da L’Unità, 6 gennaio 2014

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Ascesa e caduta del modello economico italiano

Posted on 15 dicembre 2013 by admin

La debolezza dell’economia italiana, resa evidente dalla crisi globale, ha radici lontane e richiede una attenta riflessione sia sull’andamento della domanda aggregata sia sulle caratteristiche strutturali del nostro sistema economico. Come le due lame della forbice di Marshall, anche dal punto di vista macroeconomico questi due aspetti sono interdipendenti: quello che accade alla domanda aggregata influenza le caratteristiche strutturali e viceversa. Qui mi concentro sugli aspetti strutturali[1], legandoli però alla distribuzione del reddito; in quanto segue confronterò i dati stilizzati della nostra economia con quelli della Francia, della Germania, della media dell’area euro a 12 paesi e degli Stati Uniti, questi ultimi considerati come pietra di paragone per le performance dell’economia dei paesi europei.

I primi dati da analizzare a questo proposito sono le variazioni della quota dei salari sul reddito. La quota tiene conto degli oneri sociali a carico dei datori di lavoro e del compenso attribuito al lavoro autonomo[2]. Come si vede tutti i paesi considerati hanno sperimentato un andamento prevalentemente negativo della quota dei salari, considerando l’intero periodo. Il dato dell’Italia è però veramente impressionante. La caduta della quota si concentra nell’ultimo decennio del secolo scorso ed è molto più forte che negli altri paesi[3]. Tra il 1991 e il 2000 essa è scesa di 8,82 punti percentuali in Italia, mentre è scesa di 3,23 punti nell’area Euro a 12, di 1,08 punti in Germania, di 2,15 punti in Francia ed è salita di 0,3 punti negli USA[4].

Si può immaginare che una tale caduta della quota dei salari abbia comportato in Italia nell’ultimo decennio del ‘900 una crescita dei profitti superiore che negli altri paesi europei. La figura 2 riporta l’andamento dei numeri indice del “net operating surplus”[5] deflazionato ai prezzi del 2005.

Questo indicatore ha avuto in Italia un andamento fortemente crescente nell’ultimo decennio del secolo scorso, per poi mostrare un andamento nettamente decrescente anche in confronto con gli altri paesi.

La crescita dei profitti in Italia negli anni ‘90 non è stata accompagnata da una crescita proporzionale dell’accumulazione del capitale[6]; in altri termini non si è verificato nel periodo un adeguato flusso di investimenti. Infatti le aspettative di alti profitti sono state alimentate dai mutamenti distributivi e non hanno stimolato investimenti innovativi, in grado di far crescere la produttività del lavoro, come vediamo qui di seguito. Come illustrato dalla tabella 1), il tasso di accumulazione del capitale in Italia è, nel primo quinquennio, minore rispetto a quello di tutti gli altri paesi e cresce modestamente nei due periodi successivi. Nel secondo decennio il tasso di accumulazione italiano diviene superiore a quello della Germania[7], ma resta inferiore a quello degli altri paesi. La realtà dunque è che nel periodo tra il 1991 e il 2013 il tasso di accumulazione del capitale italiano è il più basso tra quelli considerati.

E’ utile ragionare su due determinanti fondamentali (tabella 2) per spiegare quanto accaduto: la produttività (apparente, secondo la definizione Eurostat) del lavoro, cioè il PIL a prezzi costanti per ora lavorata, e il salario a prezzi costanti per ora lavorata[9] (comprensivo degli oneri a carico dei datori di lavoro).

In Italia la crescita della produttività oraria del lavoro è molto alta nel quinquennio 1991-1995, decresce e diviene più bassa di quella degli altri paesi nel quinquennio successivo, è stagnante nel primo quinquennio del 2000 e addirittura negativa nel quinquennio successivo, segnato dallo scoppio crisi economica. Per contro l’Italia sperimenta una bassa crescita dei salari reali per ora di lavoro in rapporto agli altri paesi nel primo quinquennio in esame. Nel secondo quinquennio la variazione dei salari reali diviene addirittura negativa. Viceversa il salario reale per ora di lavoro torna a crescere nel terzo e nel quarto quinquennio, con una percentuale, sia pure modesta, superiore a quella della media dei paesi europei. Come è evidente, la modesta crescita degli anni 2000 non riesce a compensare neanche lontanamente la stagnazione e la diminuzione degli anni precedenti. Occorre notare, infine, che negli ultimi anni dopo il 2010 la tendenza torna ad essere negativa[10]. Dal 1991 al 2013 i salari a prezzi costanti per ora di lavoro in Italia sono cresciuti del 3,69%, contro una crescita rispettivamente del 36,34% degli Stati Uniti, del 32,85% della Francia, e del 28,53% della Germania. Insomma, l’economia italiana, per dirla con anglosassone understatement, è stata fortemente caratterizzata da una bassa dinamica dei salari reali.

Ancora una volta per capire le ragioni di questi andamenti conviene approfondire l’analisi, guardando alle due componenti della produttività del lavoro, il PIL e le ore lavorate (tabella 3).

L’andamento del PIL in Italia è solo di poco inferiore a quello della Francia e della Germania nel primo quinquennio (bisogna tener conto che il 1993 è un anno di recessione per tutti i paesi europei considerati) e cresce, pur rimanendo consistentemente più basso degli altri paesi, nel quinquennio successivo. Il tasso di variazione diminuisce sostanzialmente nel primo quinquennio del 2000 e diviene negativo nell’ultimo quinquennio preso in esame. Dal 1991 ad oggi il tasso di crescita del PIL nel nostro paese è stato meno della metà di quello degli altri paesi europei.

L’informazione più interessante ci viene però dalla variazione del numero di ore lavorate. Infatti nel quinquennio 1991-1995 esse diminuiscono considerevolmente, più che negli altri paesi europei. E’ evidente che la crescita del PIL in questo periodo è interamente dovuta alla crescita della produttività oraria del lavoro. Ma quest’ultima, a sua volta, è il risultato di un processo di ristrutturazione e razionalizzazione dell’esistente piuttosto che di innovazione. Il periodo in cui la produttività del lavoro cresce in Italia più che negli altri paesi è anche quello in cui le ore lavorate diminuiscono sostanzialmente, cioè un periodo di alta disoccupazione. Nel contempo, come abbiamo visto, i salari reali orari sono praticamente stagnanti, mentre negli altri paesi europei mostrano tassi di crescita significativi.

Il periodo successivo vede un tasso più alto di crescita del PIL rispetto al periodo precedente. Tuttavia, il tasso è molto più basso dalla media dei paesi europei e della Francia, sebbene vicino a quello della Germania, che ancora risente dei problemi dell’unificazione. Contemporaneamente, crescono le ore lavorate e l’occupazione, mentre la crescita della produttività oraria, come già visto, rallenta sostanzialmente, divenendo più bassa rispetto a quella degli altri paesi. Poiché questo è un periodo di grandi innovazioni, il periodo della cosiddetta new economy, al di là degli aspetti speculativi legati alle dot.com, i dati suggeriscono che l’Italia proprio allora abbia mancato un appuntamento fondamentale per il rinnovamento della sua struttura produttiva. La sostanziale diminuzione dei salari reali e l’aumento della produttività del lavoro ottenuta nel periodo precedente di razionalizzazione spingono a puntare sul contenimento dei costi piuttosto che sulle innovazioni che stimolano la produttività del lavoro. Quelli che sembravano fattori favorevoli allo sviluppo si dimostrano ora ostacoli alla crescita seguente. Nel quinquennio successivo questi fattori si aggravano. La crescita della produttività del lavoro si arresta, mentre il PIL cresce solo a causa della crescita dell’occupazione e contemporaneamente i salari reali orari mostrano deboli segnali di ripresa. Nel periodo successivo, segnato dallo scoppio della crisi globale, tutti i principali indicatori mostrano un segno negativo, con l’eccezione dei salari orari reali.

I salari reali nell’ultimo decennio del secolo scorso sono rimasti stazionari e, in termini di compenso orario, sono addirittura diminuiti a causa della forte disoccupazione nella prima parte del periodo, dei rapporti di forza che si sono stabiliti sul mercato del lavoro e della diffusione delle forme di lavoro precario e dell’alto tasso di inflazione, anche relativamente agli altri paesi. Una caduta della quota dei salari così drammatica come quella sperimentata negli anni ’90 dall’Italia non è però sostenibile indefinitamente, sia perché finisce per indebolire la domanda aggregata, sia per ragioni di coesione sociale. Inoltre, con l’adozione dell’Euro, da una parte non sono più possibili svalutazioni, dall’altra la crescita dei prezzi, anche relativamente agli altri paesi, è rallentata nel nostro paese maggiormente di quanto non sia rallentata la dinamica dei salari nominali. Di conseguenza i salari reali orari hanno mostrato timidi segnali di ripresa. In assenza di crescita della produttività del lavoro e con un PIL stagnante questa timida crescita ha contribuito a far invertire il trend del “net operating surplus”. Alla fine proprio quella che era stata precedentemente la causa di profitti crescenti, i bassi salari reali, si è rivelata essere all’origine della debolezza e della perdita di competitività dell’economia italiana.

L’idea che la particolare fragilità della economia italiana e la sua difficoltà a riprendersi dalla crisi sia dovuta ad un modello di sviluppo che negli ultimi decenni si è fondato sulla ricerca di bassi costi del lavoro piuttosto che sull’innovazione è ulteriormente rafforzata dall’andamento delle spese per ricerca e sviluppo nel nostro paese.

La scarsa spesa che l’Italia dedica alla ricerca e sviluppo è un dato molto noto di cui si parla da diverso tempo. Tuttavia è importante sottolineare, come mostrato nei due grafici che seguono, come questa circostanza si verifichi tanto per quanto riguarda le spese private (BERD) quanto per quello che riguarda le spese pubbliche (GOVERD). Il gap con gli altri paesi non accenna a ridursi nel tempo. Inoltre la quota della spesa pubblica in R&D sul PIL è decrescente nel nostro paese, mentre è crescente in Germania e dal 2000 anche negli USA[11]. Anche da questo punto di vista, si conferma che l’economia Italiana sembra aver rinunciato, nel suo complesso, pur tenendo conto di significative eccezioni, a una strategia basata sulle innovazioni e su un sostenuto progresso tecnologico autonomo.

In sintesi, possiamo chiamare i quattro quinquenni che abbiamo analizzato in questo modo: il quinquennio 1991-1995 è il periodo della razionalizzazione, il secondo quinquennio degli anni novanta è quello dell’occasione mancata, in parte proprio per il successo della razionalizzazione precedente. Il primo quinquennio del nuovo secolo è il periodo della crescita esangue e della perdita di competitività e l’ultimo quinquennio, che purtroppo si prolunga anche negli anni successivi, il periodo della crisi.

Insistere sul modello basato sui bassi costi del lavoro per rilanciare l’economia italiana, come pure da più parti si è tentati di fare, non ci fa uscire dalla spirale bassi salari, scarsa innovazione, bassa crescita della produttività del lavoro. Quello che i fatti stilizzati ci dicono è che questi venti anni si sono aperti con una diminuzione dell’occupazione ed un incremento della produttività oraria del lavoro e si sono chiusi, di nuovo, con un calo delle ore lavorate, ma questa volta con una diminuzione della produttività del lavoro. Nel primo quinquennio l’aumento della produttività del lavoro è stato il risultato di un processo di ristrutturazione e di razionalizzazione dell’esistente. La condizione favorevole che si è creata non è stata sfruttata, soprattutto negli anni successivi, per rinnovare la nostra struttura produttiva. Di conseguenza, quando nella seconda parte del primo decennio del nuovo secolo scoppia la crisi, la struttura produttiva italiana è debole e non è possibile ricreare le condizioni dei primi anni del 1990. Occorre allora ripensare il nostro modello di sviluppo e specializzazione. Ma non è pensabile che il mercato da solo, per quanto si voglia renderlo più efficiente e liberalizzarlo e tantomeno se si insiste sulla flessibilità del mercato del lavoro, con conseguenti ulteriori effetti negativi sui salari, crei gli incentivi sufficienti ad uscire dal circolo vizioso in cui siamo caduti.

[1] Ho già espresso in questa sede le mie opinioni sulla domanda: si veda l’articolo Bassa domanda e declino italiano, in questa rivista.
[2] Si noti che l’Ameco pubblica tutti i dati anche con le previsioni per i prossimi anni fino al 2015.
[3] E’ bene notare che la caduta della quota cominciata molto prima in Italia. Nel 1975 la quota aveva infatti raggiunto un picco del 70%, per cadere al 62,07% nel 1991 e scendere al 55,39% nel 2000. Dal 1975 al 2000, quindi, la quota è caduta di 14,61 punti percentuali. Tra i paesi Europei, tra il 1991 e il 2000, solo in Irlanda si ha una caduta superiore a quella dell’Italia.
[4] Alla diminuzione della quota dei salari sul reddito corrisponde un aumento della wage adjusted labour productivity, che indica quanti euro si ottengono in media in termini di valore aggiunto per ogni euro speso per impiegare lavoro.
[5] Il net operating surplus è calcolato dall’Ameco al netto del consumo di capitale fisso, delle tasse sulla produzione o sulle importazioni e dei sussidi, ma comprende gli interessi e le rendite. Il deflatore utilizzato, per questa come per le altre variabili, è il deflatore del PIL.
[6] Il rapporto tra andamento dei profitti e più specificatamente tra saggio di profitto e accumulazione del capitale è un rapporto complesso e non è questa la sede per affrontarlo. Qui si può ricordare come in origine l’economia classica abbia collegato l’andamento del sovrappiù all’accumulazione del capitale, ma Smith abbia poi osservato come alti e facili profitti scoraggiano gli investimenti e, in questo caso, “i fondi destinati al mantenimento del lavoro produttivo [che per Smith rappresentano la parte più consistente del capitale] non ricevono alcun aumento dal reddito di coloro che dovrebbero aumentarli di più”. A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Milano, 1977, p. 606.
[7] I dati relativi alla Germania hanno un andamento molto particolare e richiederebbero una lunga analisi che qui non è possibile affrontare, relativamente al suo modello di sviluppo trainato dalle esportazioni.
[8] Consideriamo qui e nelle tabelle seguenti l’ Unione Europea a 15 piuttosto che l’area euro perché sono disponibili molti dati sono disponibili dal 1995 piuttosto che dal 2000.
[9] Come già ricordato il salario a prezzi costanti è qui deflazionato con il deflatore del PIL.
[10] Si veda a questo proposito Banca d’Italia, L’economia nelle regioni Italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, n. 23, Roma, novembre 2103, p. 64.
[11] A proposito della fondamentale funzione fondamentale della spesa pubblica e del ruolo dello stato per la ricerca e l’innovazione si veda Mariana Mazzucato, The Entrepreneurial State, Demos 2011.

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Gli ottant’anni di Augusto Graziani

Posted on 04 maggio 2013 by admin

Si sa che il mondo della politica e i governi spesso non danno ascolto alla migliore accademia*. Ma almeno sul ring della teoria economica – come ha sottolineato Paul Krugman sul “New York Times” – gli economisti favorevoli alle politiche pubbliche espansive, i keynesiani, hanno finito col mettere al tappeto i sostenitori dell’austerità. Sarebbe allora il caso, passata la ventata liberista degli ultimi due decenni, che tante volte ha fatto egemonia anche in campo progressista, che tutti corressero a rileggere i classici dell’economia critica. E in Italia non si può che ripartire dalle pagine di Augusto Graziani, il nostro economista più autenticamente keynesiano, che proprio oggi, 4 maggio, compie ottanta anni.

D’altra parte Graziani – già presidente della Società Italiana degli Economisti, una breve parentesi da Senatore, maestro di tante generazioni di studiosi – si è da tempo assicurato un posto nella storia del pensiero economico. La sua fama è principalmente legata agli sviluppi della teoria monetaria della produzione, che riprende e rielabora le opere di John Maynard Keynes. Il lavoro teorico di Graziani – culminato nel volume The Monetary Theory of Production, pubblicato a Cambridge nel 2003, anche conosciuto come teoria del circuito – pone le interrelazioni tra gli attori sociali concreti ad oggetto dell’analisi, in contrasto con l’astratto individualismo del pensiero liberista. Nel suo approccio, l’economia di mercato si caratterizza per la natura monetaria e per la presenza di incertezza. E anche le conclusioni teoriche cui giunge sono in conflitto con il rassicurante mainstream. Secondo Graziani, infatti, il mercato non assicura spontaneamente gli equilibri tra domanda e offerta, non genera piena occupazione, non fa coincidere la distribuzione del reddito con la produttività dei fattori. Da qui la necessità di uno Stato che funga da regolatore e che possa entrare nella sfera economica anche per sostenere la domanda in chiave anticiclica.

Sulla base del suo impianto teorico Graziani è stato in grado di svelare – anche con i suoi articoli ospitati su “L’Unità” tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 – le magagne dello sviluppo economico italiano. Ad esempio, chiarì sin da allora quali fossero le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano, che a partire da valori inferiori al 60% del Pil nel 1980 in un quindicennio andò a superare il 120% del Pil. Soprattutto chiarì che la forte crescita del debito pubblico italiano non andava tanto spiegata con la “finanza allegra” – e quindi con disavanzi primari – bensì con l’elevato costo del debito pubblico dovuto all’elevato regime dei tassi di interesse. E questo a sua volta era l’esito di un problema strutturale di squilibrio dei conti con l’estero, legato a una insufficiente dinamica delle nostre esportazioni che andava compensata con afflussi di capitale. Il problema del debito pubblico italiano, dunque, coincideva in grande misura con l’inadeguatezza dell’apparato produttivo nazionale, di cui egli intravide il futuro declino prima di ogni altro economista. Già all’epoca di quegli scritti, Graziani evidenziava l’urgenza di una strategia di politica industriale che spingesse le nostre imprese verso un salto tecnologico e dimensionale, e metteva in guardia che inserire all’interno di una unione monetaria “un paese a struttura industriale tecnologicamente debole, che si regge nel mercato soltanto per la compressione del costo del lavoro, potrebbe rilevarsi un obiettivo assai arduo da conseguire”.

Molto altro c’è da imparare rileggendo Graziani. In lui c’è la piena consapevolezza del nesso tra crescita della disuguaglianza e crisi, e in particolare l’idea che la riduzione della quota dei salari nel Pil possa avere effetti depressivi sulla domanda e dunque sui livelli di attività dell’economia; una tesi questa ripresa persino da economisti mainstream come Fitoussi e Stiglitz. Per non parlare della sua ineguagliata lezione – ribadita anche nel classico Lo sviluppo dell’economia italiana del 1998 – sulle tendenze spontanee all’allargamento del dualismo tra Centro-Nord e Mezzogiorno, in assenza di incisive politiche industriali.

Insomma, c’è molto da rallegrarsi che la teoria economica di qualità sia nuovamente in auge. Per quanti si fossero distratti, è tempo di tornare a leggere Graziani.

 

*Pubblicato anche da L’Unità del 4 maggio 2013.

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Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?

Posted on 18 giugno 2011 by admin

L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal Pd.

Come già segnalato in un precedente contributo alla rivista, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su questa rivista) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.

L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della Lettera degli economisti resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile[1] e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei. Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.

Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.

[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.

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