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Vent’anni di solitudine. L’ultimo libro di Giuseppe Soriero e il dibattito sul Mezzogiorno

Posted on 10 settembre 2014 by admin

italia-sudVent’anni di solitudine, con un’immagine presa in prestito da García Màrquez Giuseppe Soriero sintetizza bene la condizione del Mezzogiorno negli ultimi due decenni: relegato in secondo piano nel discorso pubblico nazionale, abbandonato a se stesso o peggio visto come zavorra dell’Italia, lato oscuro o da dimenticare della ben più prepotente «questione settentrionale», lacerato oramai fra rassegnazione, rabbia e abbandono. La rassegnazione di chi crede che a questo punto non ci sia più nulla da fare, essendo falliti tutti i tentativi di far «convergere» il Mezzogiorno quando l’Italia funzionava assai meglio di adesso; la rabbia di tutti coloro, e sono sempre di più, che finiscono preda del mito favolistico di un regno borbonico florido e avanzato, e credono che la più parte dei loro mali discendano dall’Unità e dallo stato nazionale (assolvendo così, più o meno implicitamente, le classi dirigenti locali del passato e del presente); l’abbandono di chi se n’è andato, se ne va e se ne andrà.

Giuseppe Soriero è uno di quegli intellettuali meridionali, di radicata tradizione riformista, e di sinistra (già segretario del Pci calabrese, sottosegretario del primo governo Prodi, ora docente universitario), che non si rassegna allo stato di cose presente, né si lascia prendere da illusorie tentazioni revanchiste, ma continua a studiare per capire l’economia del Mezzogiorno e opera per cambiarla. Il suo ultimo libro, pubblicato da Donzelli,[1] offre una puntuale ricostruzione dei venti anni successivi alla conclusione dell’intervento straordinario, dal 1993 ai nostri giorni, e avanza anche qualche proposta. È un libro raccomandabile per almeno due motivi: l’analisi delle recenti politiche per il Sud è accurata, a mio parere, più di altre, e tendenzialmente obiettiva (Soriero non «piange miseria», come si dice, e naturalmente contrasta con forza la retorica nordista che ritiene sprecata qualunque cosa si faccia per il Sud); il libro è scritto bene, non mancano i riferimenti colti, le trovate di stile, una dote non scontata per questo tipo di letteratura. Lì dove il testo mi appare problematico, è invece nelle soluzioni proposte; cioè nella sostanza delle cose da fare, al di là di una ispirazione generale che pure mi trova concorde.

Spieghiamoci meglio. Chi scrive non può che condividere il giudizio secondo cui il riscatto del Mezzogiorno e dell’Italia tutta dipende, al fondo, dalla qualità delle istituzioni, «impersonificate dalle sue classi dirigenti» (p. 174): e «non bastano misure economiche di qualsivoglia dimensione, se non sono sorrette da garanzie assolute, preventive e consuntive, sulla trasparenza e sui controlli» (p. 176). Ben vengano allora il ruolo dell’Autorità anticorruzione e norme più severe come la revoca degli appalti; dopo il fallimento delle regioni, auspicabile un coordinamento delle competenze sovra-regionali;[2] ma soprattutto, si metta mano a una «riforma strutturale» della pubblica amministrazione, che proceda su due binari, quello dell’efficienza della spesa, ma anche quello della trasparenza. Tutto bene, ma purtroppo qui non si va al di là delle mere enunciazioni. Se questi temi hanno l’importanza che Soriero sembra attribuirgli, bisognava parlarne di più. Riformare l’amministrazione è tema cruciale ma anche spinoso, nella pratica, non facile da attuare per le molte opposizioni (ma delle scelte che scontentino qualcuno andranno pur fatte). Si intreccia con la riforma della politica, su cui Soriero sorvola con eccessivo ottimismo, e che forse andrebbe attuata non tanto nella direzione di un abbassamento dei costi (come troppo spesso si sente dire cedendo a una facile demagogia), quanto piuttosto in quella di una maggiore trasparenza e responsabilità. E soprattutto si lega alle più ampie questioni del funzionamento della burocrazia e della giustizia in Italia: cioè all’esigenza di ammodernare, semplificare e snellire le regole con cui operano i soggetti economici, pubblici e privati. Entrambe, burocrazia e giustizia, presentano lungaggini e intoppi superiori a quelli di ogni altro paese avanzato − il che vuol dire incertezza del diritto − ma di tutto ciò nel libro non viene fatta menzione.

L’autore dedica invece molto spazio alla logistica, e alla proposta di creare delle Zone economiche speciali a Gioia Tauro e negli altri grandi scali del Mezzogiorno. Seguendo un’idea già enunciata un decennio orsono da Nicola Rossi,[3] egli nota che il Mezzogiorno ha acquisito oggi una centralità geografica che prima non aveva, essendo diventato il punto di approdo delle grandi navi in arrivo dai mercati in ascesa dell’Oriente. Certo è però che queste opportunità bisogna saperle cogliere (e infatti sono già passati dieci anni). Nella descrizione delle potenzialità e degli sviluppi del porto di Gioia Tauro, Soriero è molto chiaro: «Non più la richiesta di incentivi a medio e lungo termine, ma la riduzione immediata e temporanea delle imposte», ma invece una «Zona economica speciale» (p. 173), ovvero un’area in cui gli operatori godano di sostanziosi benefici contributi e fiscali (da pagarsi con i fondi di coesione europei). Io francamente non so se questa proposta (approfonditamente discussa nell’appendice del libro)[4] sia la strada giusta, almeno nello specifico. In generale è vero che agire sugli incentivi fiscali, in un’area a illegalità diffusa e radicati comportamenti opportunistici quale il Mezzogiorno permane, è meglio che puntare sui contributi a fondo perduto i quali, appunto, si (dis)perdono: Soriero fa quindi bene a mettere in risalto questo aspetto. Ma il problema dei porti meridionali, e delle difficoltà che essi trovano nel recepire le opportunità del grande commercio mondiale, non è tanto dovuto ai costi (da ridurre con incentivi), quanto alla normativa: più che di vantaggi fiscali, i grandi porti del Sud (non solo Gioia Tauro, ma anche Taranto, Napoli, e poi Catania, Cagliari), abbisognerebbero di una semplificazione delle procedure. Questo è quel che dimostra, ad esempio, il recente caso del trasferimento di linee cinesi e taiwanesi dal porto di Taranto al Pireo;[5] ma questo emerge anche dall’analisi che proprio Soriero fa delle recenti difficoltà del porto di Gioia Tauro (che sono legate a contenziosi legali fra le diverse istituzioni presenti nell’area portuale), e credo che valga anche per il caso di Napoli. Sono lo snellimento burocratico e la semplificazione normativa davvero indispensabili, anche per i necessari lavori di ampliamento e per il potenziamento delle circostanti infrastrutture terrestri. È appena il caso di notare che questa riforma delle regole deve avvenire di pari passo con un rafforzamento dei controlli: sembra difficile, ma non lo è, perché in realtà è proprio nelle astrusità burocratiche e nei cavilli che trova terreno fertile l’illegalità.

In quanto alle altre linee strategiche di intervento, Soriero fa bene a insistere sulla riqualificazione urbana, un obiettivo su cui impegnare con più decisione i fondi europei (aggiungo: come avvenuto con successo in altre parti d’Europa, si pensi alla Siviglia andalusa). Fa bene anche a insistere sull’industria: guai a pensare che un’area popolosa come il Sud possa prosperare solo con il turismo o inseguendo i miti della decrescita (che peraltro vive già, da anni, involontaria); e questo naturalmente vale anche per l’Italia. Tuttavia, anche per quel che riguarda l’industria Soriero rimane nel vago: a quali settori dare la priorità, con quali politiche, cioè con quali strumenti? Perché non parlare anche in questo caso di incentivi fiscali (invece che di contributi a fondo perduto o mutui agevolati, come quelli stanziati di recente dal governo Renzi),[6] su cui impegnare i fondi europei? Andrebbe anche detto, in verità, che la scelta tra incentivi fiscali (ex-post) e contributi (ex-ante) è sul piano tecnico un po’ più complessa di quel che appare, perché per erogare i fondi l’Europa impone dei precisi piani di spesa: fare dei credibili preventivi ex-ante sugli incentivi fiscali non è impossibile, ma bisogna predisporsi per tempo e attrezzarsi di conseguenza.

Anche se personalmente avrei dedicato parte dello spazio ad altri temi, purtroppo solo accennati, o ad altre proposte, a me pare che il libro di Soriero vada nella direzione giusta. È un buon segno. Negli ultimi vent’anni diverse chimere hanno attraversato e incantato il discorso pubblico sul Mezzogiorno: il mito dello sviluppo autopropulsivo (ricordate il Mezzogiorno dei distretti? Dissolto nella crisi economica), quello della pianificazione dal basso (su cui si fondava l’esperienza della neo-programmazione, un sostanziale fallimento per quanto le responsabilità siano anche del governo centrale), quello di un Sud a macchia di leopardo (impietosamente sepolto sotto i colpi delle statistiche macroeconomiche, da ultimo il rapporto Svimez dei giorni scorsi, che ci dicono che sì, esiste ancora una frattura netta, profonda, fra le due parti del paese, e che anzi è oggi più forte di prima). Molti intellettuali del Sud si sono lasciati ammaliare da questi discorsi à la page, e anzi ne hanno pure alimentato di altri (ad esempio il mito della Borbonia felix). Da troppo tempo, ha ragione Soriero, siamo davanti al paradosso di un Mezzogiorno senza meridionalismo, «privo cioè di quella incalzante corrente di pensiero che nel passato seppe rappresentare con dignità i diritti dei meridionali» (p. XIII). L’intenso dibattito degli ultimi mesi e anche, mi pare, il messaggio che vuole trasmettere il libro di Soriero, testimoniano però che qualcosa sta cambiando. Forse il pensiero critico meridionale sta risorgendo dalle ceneri accademiche del conformismo, e da quelle mediatiche del populismo C’è ancora molta strada da fare, ma può non essere lontano il giorno in cui la due «solitudini», quella degli intellettuali critici e quella del Mezzogiorno abbandonato a se stesso, si riconosceranno.

 

[1] G. Soriero, Sud, vent’anni di solitudine, Roma, Donzelli, 2014. Nel testo e nelle note, le citazioni dei numeri di pagina fra parentesi sono prese da questo volume.
[2] Anche l’abolizione del ministero per la coesione territoriale, peraltro senza portafoglio, secondo Soriero non è necessariamente un male, se − come indicherebbe l’affidamento della relativa delega al premier − così facendo l’onere della politica per il Mezzogiorno viene assunto in capo all’intero consiglio dei ministri e al suo presidente, «come componente essenziale delle scelte programmatiche nazionali» (p. 180). Gianfranco Viesti (La crisi, il Mezzogiorno e i difetti di interpretazione, in «Meridiana», 2014, 79, pp. 9-27) si è mostrato invece assai preoccupato per quella decisione. Si tratta naturalmente in entrambi icasi di posizioni di principio, la cui correttezza può essere valutata solo alla luce dei fatti concreti. In questa luce, ritengo che i due ministri della coesione territoriale che si sono succeduti, Fabrizio Barca e Carlo Trigilia, peraltro noti studiosi dei problemi del Mezzogiorno e dell’economia italiana, abbiano entrambi svolto un lavoro importante e lodevole. Ma sul piano dei principi, per quel che è diventata oggi la questione meridionale in seno al problema del declino dell’Italia tutta, condivido l’auspicio di Soriero.
[3] N. Rossi, Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno, Roma-Bari, Laterza 2005.
[4]L’appendice è una sintesi della relazione svolta in occasione della Seconda Conferenza internazionale sulla Connettività globale con il bacino del Mediterraneo, tenuta a Gioia Tauro, il 26 e 27 giugno 2013, e promossa dalla Medcenter Continer Terminal e dall’Autorità portuale, d’intesa con la Regione Calabria. Il testo completo è stato pubblicato come G. Soriero, La Zona Economica Speciale per rafforzare la centralità di Gioia Tauro nella Rete Logistica Internazionale, in «Rivista economica del Mezzogiorno», 2013, 27, 3, pp. 699-738.
[5] Ne accenno in E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna, il Mulino, 2013, pp. 205-206 e 233n.
[6] “Renzi firma 24 progetti per un miliardo e mezzo di investimenti: “Garantiti 25mila posti lavoro, in «La Repubblica. Economia e Finanza», 22 luglio 2014.

 

 

 

*Una versione abbreviata di quest’intervento è stata pubblicata su Il Corriere del Mezzogiorno, 5 agosto 2014, con il titolo “Quel Mezzogiorno malato da vent’anni di solitudine”.

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La crisi nel Mezzogiorno. Viene da dire “fujetevenne”

Posted on 04 agosto 2014 by admin

viaScappatevene dal Mezzogiorno, “fuitevenne”, avrebbe ripetuto Eduardo De Filippo*. E nessuno potrebbe restare immune da questa tentazione leggendo il Rapporto Svimez. Il Mezzogiorno è ormai un deserto sociale ed economico, in cui lo Stato investe sempre meno e taglia sempre più, le imprese falliscono, le famiglie cadono in miseria, le donne risultano estranee al mercato del lavoro, i giovani sono disoccupati e nel migliore dei casi precari, la popolazione sempre più anziana. Una realtà dalla quale, non c’è da meravigliarsi, negli ultimi dieci anni oltre un milione e mezzo di persone sono scappate via.

I numeri sono da brivido e non ammettono contraddittorio. Basti pensare che ormai il reddito medio di un meridionale vale poco più del 55 per cento di quello di un abitante del resto d’Italia: come accadeva nella metà degli anni ’50, come se l’intervento per il Mezzogiorno fosse stato del tutto assente o inutile. Oppure, basti pensare che nel solo 2013 si sono persi 280 mila posti di lavoro al Sud e le famiglie in condizione di povertà assoluta hanno così largamente superato il milione.

Una condizione a dir poco drammatica che, come correttamente rileva la Svimez, trova una parte della spiegazione nelle politiche economiche all’insegna dell’austerità con le quali i governi nazionali hanno reagito alla crisi scoppiata sul finire del 2007. In altri termini, la condizione del Mezzogiorno è risultata ampiamente aggravata dal fatto che, anziché sostenere l’economia, complici i famigerati vincoli europei, i governi hanno sottratto risorse, tagliando la spesa pubblica e aumentando il prelievo fiscale. Al Sud ancora più che al Nord. Si pensi che nel quadro di queste politiche i soli cittadini della Campania, ad esempio, hanno ceduto tra il 2010 e il 2014 poco meno di 9 miliardi di euro, tra meno spesa pubblica e più tasse. Con un effetto particolarmente doloroso per ciò che riguarda il taglio della spesa pubblica per le infrastrutture a sostegno dei cittadini e delle imprese, che addirittura misura oggi solo la quinta parte dei valori registrati mediamente negli anni ’70.

 Le politiche economiche nazionali hanno quindi finito per alimentare il crollo della spesa delle famiglie per beni di consumo e ciò ha ulteriormente accentuato la spirale recessiva. Se mettiamo nel conto anche le difficoltà nell’accesso al credito, si comprende come mai le imprese abbiano bloccato totalmente gli investimenti produttivi, che infatti si sono più che dimezzati rispetto al periodo pre-crisi.

L’analisi chiarisce due cose su tutte che non vanno dimenticate. La prima è che non potrà esserci una ripresa stabile e duratura dell’economia italiana nel suo insieme senza un rilancio del Mezzogiorno; e questo non potrà avvenire senza un disegno lucido di politica industriale, adeguatamente finanziato, a sostegno della competitività delle imprese del Sud. La seconda è che la crisi economica si alimenta moltissimo nelle colpe del ceto politico meridionale: basti pensare all’imperdonabile ritardo con cui vengono spesi i fondi europei e al modo in cui essi vengono dispersi in mille rivoli, spesso al servizio delle clientele e non del tessuto produttivo. Insomma, senza maggiori risorse e una classe dirigente capace di spenderle per la crescita economica, la desertificazione meridionale risulterà un processo inarrestabile.

*Prima stesura pubblicata dal “Corriere del Mezzogiorno”.

 

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Il dualismo Nord-Sud fa passi indietro nella storia

Posted on 09 novembre 2013 by admin

Il divario tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia si approfondisce sempre più. Infatti, dopo che una residua timida tendenza alla riduzione della forbice tra le due parti del Paese si è arrestata nei primi anni novanta, dal 1995 assistiamo ad un marcato approfondimento del dualismo, resosi ancora più netto con il sopraggiungere e poi l’aggravarsi della crisi economico-finanziaria. In base alle valutazioni formulate dalla Svimez nel recente rapporto annuale[1], nel 2012 il pil del Mezzogiorno ha subito una flessione (per il quinto anno consecutivo) del 3,2%, oltre un punto percentuale in più rispetto alla contrazione registrata nel Centro-Nord (-2,1%). In termini di divario tra i redditi pro capite, il Paese è così ritornato ai valori degli anni cinquanta, quando un abitante del Sud aveva mediamente un reddito che raggiungeva a malapena il 57% di un connazionale che vivesse nel resto della penisola.

La crisi ha avuto un impatto devastante sul valore degli investimenti, ridottisi mediamente di quasi il 26% tra il 2007 e il 2012, con una contrazione che ha raggiunto addirittura il 47% nel settore industriale (contro un calo del 21,4% nel Centro-Nord). Proprio nel settore industriale il gap tra Sud e Centro-Nord si è particolarmente allargato: come rilevato dalla Banca d’Italia[2], tra il 2007 e il 2011 la riduzione del valore aggiunto nel settore è stata rispettivamente del 16% e del 10%. Inevitabile la differente ripercussione sul mercato del lavoro: il calo degli occupati nel Mezzogiorno è stato più che doppio rispetto a quello registrato nelle regioni centro-settentrionali (tra il 2008 e il 2012, rispettivamente -4,6% e -1,2%)[3]. Ciò spiega in grande misura perché nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione abbia raggiunto nel 2012 il 17%, contro l’8% del Centro-Nord. In questo quadro, non stupisce la ripresa in grande stile dell’emigrazione, che contribuisce a impoverire il Sud e a ostacolarne lo sviluppo.

Ciò che invece sorprende è trovarsi a rileggere pagine sul Mezzogiorno scritte oltre un secolo fa e trovarle attuali. Nel 1901 Francesco Saverio Nitti scriveva che «è supremo interesse nazionale che la trasfomazione [industriale] avvenga [e a tal fine] bisogna cercare mezzi straordinari»[4]. Nitti toccava gli aspetti salienti ancora oggi: “interesse nazionale”; “trasformazione industriale”; “mezzi straordinari”. Ancora oggi, tra rigurgiti di regionalismo e tentativi di occultare il dramma meridionale, tocca ribadire che, per dirla con un altro scrittore d’epoca, «fino a quando esisterà una questione meridionale […] l’unità nazionale non sarà raggiunta completamente»[5]. Così come non si può non osservare che nel Mezzogiorno mancano, ancora oggi, le “condizioni ordinarie per la trasformazione industriale” di cui parlava Nitti: capitali, borghesia di produzione, popolazione “educata” alla produzione industriale, capacità di attrarre capitali nazionali ed esteri[6].

Per certi aspetti, il dibattito di oggi può apparire addirittura più “arretrato” di quello del passato. Ciò almeno quando si pensi alla necessità di una “trasformazione”, una “modernizzazione”, industriale del Mezzogiorno, che oggi sembra essere talvolta negata con la tensione verso “platonici rimedi” (per utilizzare ancora una volta una espressione di Nitti) quali “piccolo è bello” e “decrescita felice” o, ancora, invocazioni a «il cielo, il mare, i forestieri. Ecco l’illusione del grande albergo e del grande Museo, la più pestifera di tutte le illusioni. […] d’altra parte è inutile parlare di rimedi che non sono tali […] il porto più grande o più piccolo, sarà sempre quello che è se la produzione sarà scarsa. Sono soluzioni comiche…»[7]. Non è superfluo allora sottolineare che il settore manifatturiero è il motore della crescita e che le economie che presentano dei vincoli nei saggi di crescita del settore manifatturiero registrano tendenzialmente tassi di crescita più bassi. La realtà è che l’economia meridionale è ancora oggi legata a filo doppio alle produzioni di beni tradizionali, con valore aggiunto modesto, ed è ben scarsamente propensa all’innovazione, registrando perciò modesta redditività, scarsa produttività, bassa capacità competitiva e, conseguentemente, minori esportazioni. Una economia che guarda ben poco alla domanda estera, al traino delle esportazioni, e che continua ad essere essenzialmente orientata alla domanda interna, anzi locale, quella che ha risentito maggiormente della crisi, sia dal lato dei consumi che dal lato degli investimenti[8].

Tutto ciò rende evidente la necessità di intervenire sul modello di specializzazione produttiva meridionale, ancora sostanzialmente rivolto alla domanda interna. Ma come fare? Certo, un utilizzo più oculato e meno dispersivo dei fondi europei e una maggiore vigilanza nell’utilizzo delle risorse rappresentano un aspetto non trascurabile del ritardo nello sviluppo del Mezzogiorno su cui intervenire[9]. Ma servono ben più risorse e una vera politica industriale[10]. Insomma, il vero nodo del problema rimane la necessità di recuperare quella “logica industriale” che ha ispirato le politiche di intervento straordinario per il Mezzogiorno negli anni cinquanta del Novecento. In questo senso, le riflessioni suscitate dal Rapporto Svimez e dagli studi in tema recentemente pubblicati servono a ribadire una volta in più che occorre ripensare la “questione meridionale” per rimetterla fattivamente al centro dell’agenda politica come parte di un progetto organico, sistematico e generale per lo sviluppo e la crescita dell’intero sistema paese.

*L’autrice è ricercatore nell’Università del Sannio.

[1] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2013.
[2] Banca d’Italia, “L’industria meridionale e la crisi”, Occasional Papers, n. 194, luglio 2013.
[3] Dati Svimez, 2013.
[4] F.S. Nitti, “La trasformazione industriale di Napoli. Gli ostacoli presenti”, La Tribuna, 1 giugno 1901.
[5] R. Caggese, “Oro, incenso e mirra…”, Il Secolo, 22 gennaio 1913. Sempre Caggese scriveva un secolo fa che «l’unico regionalismo sano e dignitoso consiste nell’indurre in tutti gli italiani il convincimento che la questione del Mezzogiorno è questione nazionale». R. Caggese, “I pericoli del regionalismo”, Il Secolo, 27 giugno 1913.
[6] F.S. Nitti, “Il problema della città di Napoli. Le soluzioni empiriche”, La Tribuna, 8 maggio 1901.
[7] F.S. Nitti, “Le questioni napoletane. Le opinioni del prof. F.S. Nitti. La soluzione del problema”, La Tribuna, 1 settembre 1901.
[8] Sul ruolo della domanda estera e sulla spiegazione di fondo del dualismo italiano valgono ancora, rispettivamente, i contributi esemplari di Nicholas Kaldor (“The Case of Regional Policy”, Scottish Journal of Political Economy, n. 18, 1970, pp. 337-348) ed Augusto Graziani (Lo sviluppo di un’economia aperta, ESI, Napoli, 1969).
[9] Così il ministro Trigilia, ad esempio in “Sconfiggere le clientele per rilanciare il Mezzogiorno”, L’Intervista in L’Unità, 10 ottobre 2013.
[10] R. Realfonzo, “Per salvare il Mezzogiorno”, L’Unità, 6 novembre 2013. Si veda anche R. Realfonzo e C. Vita (a cura di), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano, 2006.

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Mezzogiorno in gabbia

Posted on 05 marzo 2010 by admin

Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all’intervento d’apertura del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora da parte della Banca d’Italia, degli atti del convegno su “Mezzogiorno e politiche regionali” del febbraio 2009.

Non molto tempo fa, inoltre, la Lega ha nuovamente avanzato la proposta di introdurre delle “gabbie salariali”, cioè retribuzioni salariali nominali differenziate che tengano conto del diverso più basso indice dei prezzi (“costo della vita”) al Sud, un tema questo che del resto ricorre ciclicamente nel dibattito economico e politico del Paese. In ciò che segue mi propongo brevemente di analizzare il fondamento teorico generale – e le conseguenze in termini di policy – di quest’ultimo tema che, come apparirà chiaro in seguito, “impregna” buona parte del dibattito sull’economia meridionale (è ad esempio uno dei fili conduttori, ovviamente con ben altro spessore teorico, degli interventi al succitato convegno di febbraio) e rappresenta quindi un ottimo punto di partenza per sviluppare delle considerazioni più generali, seppur provvisorie, sulle prospettive dell’economia del Mezzogiorno.

Nel seguito con “gabbie salariali” non ci si riferirà esclusivamente alla forma estrema di una fissazione ex lege di salari nominali più bassi al Sud, quanto soprattutto alla modalità più “elastica” di un (maggiore) “accomodamento contrattuale”, conseguito nei più vari modi, dei salari alle condizioni dei mercati locali.

***

Anche se esposte in vario modo, le proposte a favore dell’introduzione di gabbie salariali si possono suddividere in due principali filoni argomentativi, che seppur si trovino a volte sovrapposti, converrà inizialmente – anche solo per scopi espositivi – tenere separati.

Una prima giustificazione, che potremmo definire meno analitica ma più “politica”, in quanto fondata su una sorta di “propaganda del buon senso comune”, afferma semplicemente che salari nominali fissati con contrattazione nazionale erga omnes (ci riferiamo ovviamente al CCLN) e quindi uniformi (assumiamo per il momento che le cose stiano effettivamente così, ma come vedremo in generale non è vero), comporteranno salari reali – intesi come il potere di acquisto dei salari nominali[1] – superiori al Sud rispetto al Nord, dal momento che l’indice dei prezzi nel Mezzogiorno risulta sensibilmente inferiore rispetto a quello del Settentrione (vedremo comunque in seguito che anche quest’ultima affermazione necessita di alcune qualificazioni).

Se la causa di questa palese disparità retributiva può essere alternativamente ricondotta al differenziale dei prezzi oppure all’uniformità del salario, la modalità più efficace per rimuoverla pare senza dubbio essere quella di fissare un salario nominale più basso al Sud, in modo tale da ristabilire l’omogeneità dei salari reali sul territorio nazionale[2]. Bisogna aggiungere che questo tipo di manovra “perequativa” avrebbe inoltre degli effetti benefici non secondari in quanto – e qui arriviamo al punto rilevante – il suo vero intento sarebbe rivolto a riequilibrare il funzionamento del mercato del lavoro inopinatamente “disturbato” dall’esistenza del differenziale nei prezzi di cui abbiamo detto. Con una diminuzione dei salari reali al Sud dovrebbe infatti aumentare anche l’occupazione, come sa qualunque studente che abbia frequentato un primo anno di una Facoltà di Economia, e pertanto si rimuoverebbero gli ostacoli (rappresentati da un elevato salario reale) al raggiungimento (o almeno all’avvicinamento) del pieno impiego (ed anche su questa questione lo studente summenzionato sarebbe ben in grado di dimostrare come quest’ultima configurazione sarebbe “Pareto-superiore”, cioè apporterebbe maggiori benefici all’intera società, meridionale aggiungiamo, rispetto alla situazione di partenza).

Contro questo tipo di argomentazione Patalano e Realfonzo hanno già avanzato su queste pagine una serie di critiche che possiamo così riassumere: 1. Differenze nei salari comporterebbero una violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite da varie convenzioni internazionali. 2. Il più alto indice del costo della vita al Nord sarebbe collegato anche a più elevati stock di ricchezza ivi presenti; considerando pertanto anche tali stock, oltre ai flussi di reddito percepiti, non si potrebbe più sostenere che i differenziali salariali comportino nello stesso tempo anche differenze nei livelli di benessere (che sarebbero appunto più che controbilanciate dalla più alta dotazione di ricchezza delle famiglie del Nord). 3. La costruzione di indici di prezzo per territori differenziati come lo sono il Nord ed il Sud comporta numerosi problemi riguardo all’omogeneità dei beni che determinano il paniere di riferimento: è molto probabile che alcuni beni, ed in particolare numerosi servizi, abbiano una qualità più scadente al Sud rispetto al Nord, compensando così il differenziale nei prezzi (nel senso che prezzi più bassi nel Meridione rifletterebbero anche, semplicemente, standard qualitativi inferiori, e quindi non comporterebbero differenze effettive nei salari reali).

A queste critiche, ampiamente condivisibili[3], ne aggiungeremo un’altra che semplicemente dimostra la fallacia di tutto questo tipo di argomentazione a sostegno della “gabbie salariali”.

Cominciamo dicendo che se si volesse trovare una base teorica a sostegno degli argomenti che abbiamo esposto, il modello di riferimento andrebbe presumibilmente ricondotto a quella visione neoclassica del funzionamento del mercato del lavoro che troviamo descritta in un qualunque testo base di microeconomia e che così, per semplicità, andiamo a riassumere. L’equilibrio sul mercato del lavoro (in particolare il livello di occupazione ed il salario reale) è determinato dall’interazione tra domanda di lavoro (da parte degli imprenditori) ed offerta di lavoro (da parte dei lavoratori), domanda ed offerta entrambe funzioni della stessa variabile, il salario reale. Per essere più chiari, la domanda di lavoro è una funzione decrescente del salario reale (rappresentando quest’ultimo il costo che gli imprenditori sostengono per lavoratore) mentre l’offerta di lavoro è una funzione crescente dello stesso (più elevata è la remunerazione che ottengono, più i lavoratori saranno disposti ad offrire lavoro). Con queste premesse si dimostra immediatamente – nel caso che stiamo analizzando di salari nominali uniformi ma di livello dei prezzi differenziati – che al Sud si stabilirà un equilibrio caratterizzato contemporaneamente da un salario reale e da un tasso di disoccupazione più elevati, in quanto qui gli imprenditori devono pagare un salario reale (per lavoratore) più alto. L’unico modo per riassorbire la disoccupazione sarebbe allora quello di abbassare il salario nominale (ristabilendo così l’uniformità dei salari reali tra le due ripartizioni territoriali).

La fallacia di questa argomentazione emerge chiaramente nel momento in cui si riflette sul fatto che questo modello è generalmente valido soltanto nel caso di una one-commodity economy, cioè di un sistema economico in cui si impiega un unico fattore produttivo, il “lavoro”, per produrre un unico bene (che sarà usato come bene di consumo dai lavoratori e/o come bene di investimento dagli imprenditori). Al di fuori di questo caso astratto il modello di funzionamento del mercato del lavoro che abbiamo descritto, e le conseguenti ricette di policy da esso derivanti (le “gabbie salariali”, per essere chiari), non hanno alcuna validità. La spiegazione è molto più intuitiva di quanto si possa immaginare. Cominciamo con il caso ipotetico in cui si produce un unico bene il cui prezzo però, per quanto dicevamo prima, risulta per qualche ragione inferiore al Sud (rispetto al Nord), mentre il salario nominale è uniforme su tutto il territorio nazionale. Gli imprenditori del Sud, evidentemente, starebbero realizzando dei profitti minori dei loro colleghi del Nord, in quanto vendono lo stesso bene ad un prezzo inferiore, sostenendo però lo stesso costo unitario del lavoro. Se assumiamo che la produttività del lavoro sia la medesima al Sud come al Nord (e non si vede perché dovrebbe essere altrimenti, dato che è tacito che si impieghi la medesima tecnologia nella produzione del medesimo bene), ed inoltre, ripetiamolo, che il salario monetario sia uniforme, al fine di compensare questo divario nei prezzi gli imprenditori che operano nel Meridione dovranno comportarsi che come detto sopra, impiegando cioè un numero minore di lavoratori al fine di realizzare un saggio di profitto esattamente pari a quello degli imprenditori del Nord. Si badi bene che l’aspetto importante di questo esempio è che il prezzo del bene (sia al Sud che al Nord) sia lo stesso prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario nominale e gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto (dato che c’è un unico bene)[4].

Allontaniamoci ora dagli algidi schemi della teoria e facciamo un salto nella realtà. La principale modifica da introdurre nel modello è che il prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario reale non è più, in generale, lo stesso prezzo in base al quale gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto, dato che ora ci sono più beni: un paniere di beni di consumo di cui si calcolerà un indice dei prezzi che deflaziona il salario reale dei lavoratori, ed i vari beni – alcuni dei quali potrebbero anche non figurare direttamente nel paniere citato – prodotti dagli imprenditori. In altri termini non sarà più possibile rappresentare il mercato del lavoro come fatto sopra, dal momento che, in generale, il salario reale sarà diverso se calcolato in riferimento ai lavoratori o ai vari imprenditori, e dal momento che – specialmente se si tratta di produzione industriale – c’è un’elevata probabilità che il bene prodotto dagli imprenditori venga venduto allo stesso prezzo al Sud come al Nord.

A questo punto il problema dovrebbe essere chiaro: per valutare il salario reale del lavoratore-consumatore dobbiamo deflazionare il salario nominale per un certo indice dei prezzi al consumo, mentre per valutare il salario reale che l’imprenditore paga dobbiamo fare riferimento al prezzo del bene che questi produce, ed ovviamente i due prezzi in generale non saranno uguali, perché si tratta di beni diversi. Ma allora ne consegue che non c’è alcuna ragione per pagare un salario differenziato ai lavoratori del Sud rispetto a quelli del Nord. Un esempio può risultare illuminante. Immaginate un imprenditore che produce un certo bene al Nord e che decide di aprire un’azienda distaccata al Sud: avrà dei buoni motivi per richiedere salari nominali più bassi al Sud? In base al “buon senso” sembrerebbe di si: dato che l’indice dei prezzi al consumo è più basso al Sud, potrebbe pagare un salario nominale minore, garantire un più elevato livello di occupazione e contemporaneamente un uguale livello nel potere di acquisto ai lavoratori meridionali. Ma questo ragionamento sarebbe giustificato se il nostro imprenditore vendesse il proprio bene al Sud ad un prezzo minore rispetto a quello praticato al Nord, ma ciò ovviamente non accade, in quanto il listino prezzi, in mercati non competitivi, prevederà sicuramente un uguale prezzo alla produzione per questo bene sia al Nord che al Sud. Alternativamente pensate al caso di una grossa azienda che produce automobili: avrebbe dei buoni motivi per pagare salari più bassi al Sud? Solo nel caso in cui le auto che vende avessero un prezzo minore, ma anche questo è un caso che non si dà. La morale di questa storia dovrebbe essere chiara: per tutti quei beni prodotti con prezzi di listino uniforme sul territorio nazionale, nessun imprenditore potrà mai richiedere e giustificare salari differenziati, in quanto il proprio salario reale su cui farà i conti non coinciderà con il salario reale sul quale il lavoratore salariato fa i suoi, ed inoltre tale salario reale che paga sarà esattamente lo stesso, al Sud come al Nord.

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Una giustificazione, analiticamente più fondata, in favore dell’introduzione di “gabbie salariali”, fa riferimento alla più bassa produttività del lavoro – misurata dal valore aggiunto al costo dei fattori per unità di lavoro – empiricamente rilevabile al Sud rispetto al Centro-Nord, con un differenziale medio che si attesterebbe per le imprese intorno al 17% (si veda l’intervento di Accetturo et al. nel già citato volume della Banca d’Italia e si veda anche il Rapporto Svimez, p.6, che addirittura stima tale differenziale per la produzione industriale in un meno 22%)[5]. In tale luce i più bassi salari dovrebbero semplicemente riflettere tale più bassa produttività, ed inoltre sarebbero praticabili proprio grazie anche al più basso costo della vita di cui abbiamo appena detto (insomma, una differenziazione dei salari nominali in questo caso non solo sarebbe giustificata ma anche possibile).

Se dal punto di vista teorico – almeno per quanto riguarda la determinazione di equilibrio del salario nominale – il ragionamento suddetto parrebbe non fare un grinza, le implicazioni che esso comporta devono essere invece attentamente vagliate. Cominciamo intanto con il dire che focalizzare l’attenzione sull’omogeneità dei salari nominali in una situazione come questa equivale a vedere il dito e non la luna che esso indica, per rifarci ad una famosa allegoria, in quanto il punto rilevante è ora specificamente rappresentato dall’origine della diversa minore produttività del lavoro riscontrata nel Mezzogiorno. Si badi bene, qui siamo ovviamente in una visione del mercato del lavoro sicuramente più complessa del semplice “modello” a cui abbiamo fatto riferimento nella prima parte di questo articolo, in quanto ora abbiamo beni generalmente diversi prodotti con configurazioni tecnologiche diverse. Detto in altri termini la diversa produttività riflette sostanzialmente[6] una “peggiore”, nel senso di meno efficiente, dotazione quanti-qualitativa dello stock di capitale – all’interno del quale va ovviamente considerata anche la dotazione di capitale umano[7] – che si sostanzia appunto in un valore aggiunto per occupato inferiore. Una tale situazione indica un processo di specializzazione territoriale del tipo hub and spoke già ampiamente in atto nel Paese, che l’istituzione di gabbie salariali, in un certo senso, “consacrerebbe” definitivamente, delineando un (non troppo) futuro scenario nel quale a fronte di un Nord con una struttura produttiva tecnologicamente avanzata starebbe un Meridione attestato su segmenti di mercato medio bassi (a “basso valore aggiunto”, come si usa dire), con una produzione presumibilmente sempre più incentrata su microimprese operanti nella catena di subfornitura dei cosiddetti comparti tradizionali (si pensi ad esempio al TAC). A prescindere così dalle dichiarate buone intenzioni – che generalmente fanno leva sul carattere transitorio che dovrebbero avere queste ed altre misure simili, si pensi ad esempio ai vari contratti “difensivi” per favorire la (ri)emersione di imprese operanti “in nero” – l’effetto più probabile sarebbe proprio quella di “sancire” definitivamente il divario Nord-Sud, attraverso l’istituzionalizzazione di un mercato del lavoro rigidamente segmentato. Ci possiamo spingere oltre nell’esaminare le conseguenze più rilevanti di un simile processo di specializzazione territoriale, ricordando che, come recita un noto teorema di economia internazionale, affinché ci possa essere un qualche tipo di vantaggio nel commercio tra due territori così diversificati, il costo del lavoro al Sud dovrebbe subire una diminuzione ancor più consistente del divario di produttività, in modo tale da assicurare comunque quello che si chiama un “vantaggio comparato” ai beni ivi prodotti. Se a ciò aggiungiamo che i lavoratori meridionali verrebbero messi in concorrenza, nella produzione di beni a “basso valore aggiunto”, con i lavoratori di tutti i “Sud del mondo” (oltre che con quelli che lavorano nel settore informale ed irregolare all’interno del proprio territorio) si realizza facilmente che sarà sempre possibile trovare qualcuno in grado di produrre tali beni a costi del lavoro ancora più bassi, innescando così ulteriori riduzioni salariali (accompagnate per di più da ingenti processi di delocalizzazione, come ben sanno i numerosi lavoratori, non solo meridionali, occupati nei comparti tradizionali). Il quadro poi si fa ancora più fosco, se possibile, considerando che in un tale processo i flussi migratori di lavoratori più qualificati dal Mezzogiorno verso altre aree del Paese saranno destinati ad aumentare, dato che ormai per questo tipo di lavoratori – vista la composizione della domanda di lavoro – ci sarebbero sempre meno opportunità di impiego[8]. Da ultimo aggiungiamo che è altamente improbabile che un simile processo non provochi spinte al ribasso, prima o poi, anche sui salari corrisposti ai lavoratori del Nord (con particolare riferimento a quelli con più bassa qualifica).

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Prima di passare a delle considerazioni conclusive, è importante esaminare brevemente altri due problemi di natura più empirica: l’effettivo divario dei prezzi e la presunta uniformità salariale tra Nord e Sud.

Per quanto riguarda il primo punto, le stime dipendono da come sono costruiti i panieri di riferimento, ed il dibattito metodologico è ovviamente aperto: se il paniere che l’Istat costruisce per valutare la soglia di povertà assoluta costa approssimativamente il 20% in meno al Sud rispetto al Centro Nord (si veda: La Misura della Povertà assoluta, in particolare pp. 68 e segg.), nell’ottimo lavoro di Cannari e Iuzzolino, presente nel più volte citato volume della Banca d’Italia, si mostra come in relazione alla metodologia adottata il divario del costo della vita oscilli approssimativamente tra un -3% – nel caso “meno favorevole” al Sud, in cui si considerano soltanto i prodotti alimentari, dell’abbigliamento e dell’arredamento – ed un -21 % – nel caso “più favorevole” in cui si includano altre voci, in particolare gli affitti effettivi e figurativi. L’indice a cui gli autori danno preferenza condurrebbe ad una stima complessiva del costo della vita al Sud inferiore del 17% rispetto al Nord, che comunque scende approssimativamente intorno al 10% se si escludono gli affitti figurativi. Questi ultimi sono gli affitti imputati a chi vive in case di proprietà, e rappresentano cioè il mancato guadagno, ovvero il costo-opportunità, derivante dalla decisione di non affittare la propria casa: conviene sottolineare che l’inclusione di tale elemento da un lato gonfia l’indice complessivo del costo della vita, dall’altro fa comunque lievitare anche il reddito familiare disponibile di queste famiglie del medesimo importo. È evidente che in un Paese dove circa il 70% delle famiglie vive in abitazioni di proprietà, come in Italia, il considerare o meno questa voce porta a variazioni di rilievo nell’indice che misura il costo della vita complessivo[9]. Ad ogni modo, qualunque indice si voglia adottare, il divario nei prezzi comunque rilevato non dovrebbe destare eccessiva meraviglia, configurandosi come un tipico caso di fallimento della cd “legge del prezzo unico”[10]. Come è noto questa legge non funziona, in generale, per le cd non-tradeable commodities, quei beni e servizi cioè che non si possono commerciare o perché deperibili e/o perché i costi di trasporto eccederebbero i benefici (si pensi ad esempio a vari prodotti alimentari ed a numerosi servizi), o perché assolutamente non trasportabili (si pensi nello specifico al mercato immobiliare): ed è esattamente questo che fa la differenza tra il livello dei prezzi del Mezzogiorno – ovviamente inferiore dato il più basso livello di attività economica – e quello del Nord. Conviene inoltre ricordare che i differenziali di prezzo spesso riflettono anche l’operare di meccanismi di mercato non concorrenziali, ove alcuni soggetti guadagnano posizioni di rendita originate anche dalla possibilità di discriminare i prezzi e di razionare i beni (si pensi nello specifico al mercato immobiliare).

Sul secondo punto è ben noto che in realtà i salari non sono omogenei sul territorio nazionale e risultano mediamente inferiori al Sud (su questo argomento è già intervenuto Forges Davanzati) risultando quindi già sufficientemente “coerenti” con le dinamiche della produttività di cui abbiamo detto sopra. Specificamente, come ci ricorda Casadio nel citato volume della Banca d’Italia (pp. 93-136), “nell’industria i differenziali nei livelli retributivi totali tra il Nord e il Mezzogiorno sono di circa 15 punti percentuali tra gli operai e circa 22 tra gli impiegati. Quei valori scendono rispettivamente a circa 11 punti percentuali per gli operai e a circa 15 per gli impiegati, controllando tutte le variabili considerate” (p. 122), tra le quali variabili di particolare rilevanza sono i diversi minimi salariali fissati, per qualifiche equivalenti, in settori produttivi diversi e/o in imprese di diversa classe dimensionale. I differenziali totali risultano così imputabili per un terzo ai “variegati livelli delle retribuzioni contrattuali” e per i restanti due terzi alle varie voci retributive fissate in azienda (la cd contrattazione di secondo livello che prevede premi di risultato ed altri premi aziendali aggiuntivi). Anche qui non c’è da meravigliarsi se, data la struttura produttiva del Mezzogiorno, la maggior parte dei lavoratori che riceve soltanto i minimi salariali (il cui potere d’acquisto è stato letteralmente falcidiato negli ultimi anni) si ritrovi tra le piccole imprese del Sud, così come i maggiori differenziali siano presenti proprio tra la forza lavoro maggiormente qualificata.

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Sul destino del Mezzogiorno si sta giocando una partita rilevante per tutto il territorio nazionale, sia in termini di politica di sviluppo industriale che più in generale per l’assetto socio-economico dell’intero Paese. Come abbiamo cercato di mostrare, tutte le iniziative volte a differenziare i livelli salariali non potranno che tradursi, malgrado le buone intenzioni dichiarate, in una definitiva segmentazione del mercato del lavoro – dinamica del resto già ampiamente in atto, come abbiamo più volte sottolineato – configurando un tipico modello di specializzazione ove ad un un Centro-Nord “sviluppato” si contrapporrebbe un Sud caratterizzato da bassa produttività, bassi salari, elevata disoccupazione, bassi tassi di partecipazione (che nel caso delle donne in alcune aree diventano a dir poco allarmanti), servizi pubblici scadenti, e definitivo deterioramento del capitale umano e sociale. Ed in questa direzione non può che tendere qualunque proposta volta ad incrementare il peso della contrattazione di secondo livello sulle remunerazioni totali, configurandosi come una sorta di rimedio “omeopatico” che può soltanto aggravare lo stato di salute del “paziente”, dato che è difficilmente immaginabile che tali tipi di riforme contrattuali possano in seguito favorire incrementi di produttività nel Mezzogiorno.

Dal momento che, come ricordava il vecchio Marx, sono i salari reali ad essere funzione dell’offerta di lavoro e non il contrario (come predice invece la teoria economica mainstream), questo esercito industriale di riserva di lavoratori che si è formato nel Sud, se da un lato può rappresentare un ottimo serbatoio per le necessità di “espansione subitanea del capitale”, dall’altro lato sarà sempre più un pungolo contro le rivendicazioni salariali anche dei lavoratori del Nord. Per quanto specificamente riguarda i lavoratori high skilled, gli ancora più elevati differenziali salariali riscontrati stanno a confermare ulteriormente questo legame tra offerta e domanda di lavoro, la cui conseguenza principale è esemplificata nel già citato aumento dei flussi migratori di questi lavoratori. Se poi si riuscirà in qualche modo a contrastare o regolamentare anche ex lege i flussi migratori (si pensi ad esempio all’altra “provocazione leghista” sulle quote di insegnanti meridionali da ammettere nelle scuole settentrionali), e considerando i crescenti costi di trasferimento (si pensi soltanto ai costi delle abitazioni nel settentrione, che disincentivano i flussi migratori), allora si passerà direttamente da un modello segmentato a quello che viene tecnicamente definito un mercato del lavoro “segregato” per il Sud.

L’uniformità salariale resta pertanto un necessario collante tra il Mezzogiorno ed il Nord, e può inoltre rappresentare l’unico modo per spingere le imprese del Sud ad attivare incrementi di produttività attraverso innovazioni di prodotto e di processo.

Numerosi altri autori, sulle pagine di questa rivista, hanno già spiegato perché si dovrebbero aumentare, in generale, i salari nominali sia al Nord che al Sud[11], e non è il caso di tornare su questo argomento. Ad ogni modo, per rifarci alle considerazioni iniziali del nostro intervento, a chi specificamente chiedesse di ridurre i salari nominali al Sud dato il differenziale nel costo della vita con il Nord, basterebbe semplicemente rispondere con l’opposta indicazione “minimale” che si dovrebbero elevare i salari reali al Nord, anche attraverso incrementi del “salario indiretto”, ovvero attuando una redistribuzione dei redditi attraverso adeguate politiche che riducano i prezzi di quei beni “scarsi” (ma spesso razionati) che garantiscono elevate posizioni di rendita (ad esempio, attuando una seria “politica per la casa”, per intenderci). Insomma, chiedere di abbassare il salario del lavoratore meridionale, che con grande probabilità è già al minimo contrattuale, perché le case al Nord “costano troppo”, è veramente privo di senso.

Ci sono ovviamente altri temi che abbiamo volutamente tralasciato, anche per motivi di spazio, parimenti fondamentali nell’analisi del divario Nord-Sud: la distorsione nell’allocazione delle risorse provocata dalla presenza della criminalità organizzata; l’inadeguatezza quanti-qualitativa del capitale umano nel Mezzogiorno; il rapporto in un certo senso “patologico”, ancora riscontrabile in alcune aree del Sud, tra beni pubblici e beni privati (penso in particolare alla difficoltà di considerare il proprio environment come un asset strategico); lo scarso impatto delle “Politiche per il Mezzogiorno”, con particolare riferimento a tutto il sistema di agevolazioni ed incentivi messo in campo anche in ambito comunitario (si pensi inoltre all’elevato tasso di frodi, irregolarità, ecc., che hanno contraddistinto l’utilizzo dei fondi strutturali), tutti temi, questi, importanti, che lasciamo però ad un prossimo intervento.

* Università degli Studi del Salento.

 

[1] Per essere più espliciti, il salario reale va inteso come il salario nominale deflazionato, cioè diviso, per qualche indice dei prezzi, ad esempio l’indice dei prezzi al consumo
[2] Come pura curiosità facciamo notare (in particolare ai sostenitori delle proprietà taumaturgiche del libero mercato) che l’operare della concorrenza prevede comunque dei meccanismi di aggiustamento automatici che consentono di superare tale disparità, senza necessità alcuna di dover introdurre le “gabbie salariali”. Una situazione come quella descritta sopra dovrebbe infatti dare vita ad un consistente flusso migratorio di lavoratori dal Nord (ove si “vive peggio”) al Sud (dove come è noto “si sta meglio”). In conseguenza di ciò l’aumento della domanda aggregata al Sud spingerà progressivamente verso l’alto i prezzi, ed il contrario accadrà al Nord: questo processo – che si badi bene, è pienamente coerente con la teoria economica mainstream – deve alla fine ristabilire l’omogeneità nelle remunerazioni reali, anche in presenza di salari nominali uniformemente fissati. Il fatto che poi tali dinamiche non si mettano in moto è una delle tante prove che generalmente le economie reali funzionano in maniera diversa da quanto previsto dai semplici modelli microeconomici del mercato del lavoro.
[3] Ad esempio, la più bassa qualità di servizi essenziali, quali trasporti pubblici, sanità, ecc. ecc., è supportata da un’ampia evidenza empirica ed è richiamata anche nell’intervento citato del Governatore Draghi (p.4). Per quanto riguarda invece lo stock di ricchezza, avvertiamo il lettore che l’argomento è notevolmente più complicato e si corre il rischio di sfociare in ragionamenti circolari: i sostenitori delle “gabbie” potrebbero infatti a buon diritto sostenere che le differenze nelle dotazioni iniziali di ricchezza riflettono anch’esse il diverso livello dei prezzi e quindi confermerebbero in un certo senso la bontà della richiesta di differenziali salariali. Insomma una volta che tali stock vengano espressi in termini “reali” (e certamente non è cosa semplice) nulla assicura che le differenze non si annullino. Ritornerò comunque brevemente in seguito su questo punto, che è di fondamentale importanza in particolare in relazione alla proprietà immobiliare.
[4] Per essere ancora più espliciti, si ipotizzi che si produca e si consumi un solo un bene omogeneo, il “pane”, e che tale bene venga venduto ad un prezzo minore al Sud: con salari nominali uguali, gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) al Sud un salario reale più alto, o detto in altri termini gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) una quantità di “pane” per ora lavorata maggiore al Sud che al Nord.
[5] La ricerca di Accetturo et al. è basata sul dataset della Centrale dei Bilanci per il 2006 (cfr. http://www.centraledeibilanci.it/cb_dati.htm). Può essere utile sottolineare che secondo la Banca d’Italia il divario complessivo di produttività (includendo quindi anche i servizi, ove tale divario è minore) sarebbe stato pari, per il 2008, a 13 punti percentuali (si veda L’Economia delle Regioni Italiane nel 2008, p. 10).
[6] Ma non solo, ovviamente: qui stiamo per semplicità tralasciando, anche perché non avrebbe senso imputarli ai lavoratori, altri elementi che incidono sui costi complessivi e causano distorsioni nell’efficiente allocazione delle risorse al Sud, quali differenziali nei tassi di interesse, insufficiente infrastrutturazione, spese addizionali derivanti dai noti problemi connessi alla sicurezza del territorio, ecc.
[7] Dotazione che va correttamente riferita sia ai lavoratori che agli imprenditori.
[8] Come ci ricorda lo Svimez questo è un fenomeno in continua crescita, in quanto “è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione [...] nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tra anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%” (pp. 39-40).
[9] Più specificamente, se si considerano anche quelli figurativi sale il peso complessivo della voce “affitti” nel paniere di riferimento, e ciò si traduce in un incremento relativo del costo della vita rilevato nel Centro-Nord, essendo qui gli affitti mediamente più alti che al Sud.
[10] In base a questa legge un bene dovrebbe approssimativamente avere lo stesso prezzo – una volta convertito nella stessa valuta – in qualunque angolo del mondo. Se ad esempio un determinato bene costasse la metà nel territorio A rispetto al territorio B, gli operatori economici (i cd. “arbitraggisti”) acquisterebbero tale bene in A per rivenderlo al più alto prezzo in B, in modo tale da lucrare su tale differenza di prezzo: in questo modo però il prezzo in A tenderebbe a crescere, quello in B a diminuire, fino a ristabilire – al netto dei costi di trasporto – l’uguaglianza nei prezzi tra le due “piazze”.
[11] Ed è ciò che dovrebbe essere emerso anche da quanto abbiamo fin qui detto, con particolare riferimento a quei lavoratori, relativamente più numerosi al Sud, che hanno sperimentato negli ultimi anni una costante perdita di potere di acquisto essendo “inchiodati” ai minimi salariali stabiliti dal contratto nazionale.

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