Stabilizzare il debito per arginare l’austerità

Stabilizzare il debito per arginare l’austerità

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La priorità del futuro governo italiano non può che essere un dialogo nuovo con l’Europa, finalizzato ad arginare le politiche di austerità[1]. Si discute molto in questi giorni sui margini di trattativa che potremmo avere, e spesso vengono avanzate proposte come allentare i vincoli del Patto di Stabilità per gli investimenti e allungare i tempi di rientro dai deficit “eccessivi”. Idee anche utili, che però rischiano di non essere all’altezza della gravità del quadro macroeconomico e dei margini effettivi di manovra della finanza pubblica di cui disponiamo.

C’è un punto che bisogna tenere ben fermo: il Paese non è grado di fare i “compiti” che gli sono stati assegnati negli ultimi due anni. Mi riferisco al pareggio di bilancio (in termini strutturali, al netto della componente ciclica) e al sentiero di abbattimento del debito pubblico previsto dal fiscal compact. Per rispettare pienamente tutti questi impegni dovremmo – nelle ipotesi più rosee – portare l’avanzo primario (cioè l’eccesso del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, interessi sul debito esclusi) al 5 per cento del Pil e mantenerlo su quel livello per due decenni. Insomma, il futuro governo del Paese dovrebbe prendersi la briga di spingere la spesa corrente al di sotto delle entrate fiscali per circa 80 miliardi di euro. È chiaro che una politica delle finanze di questo genere non consentirebbe alcuna riduzione della pressione fiscale né lascerebbe spazio per interventi espansivi, ad esempio nel campo delle politiche industriali. E in questo contesto, qualche limatura del Patto di Stabilità o qualche piccola concessione sui tempi equivarrebbe a una pacca sulla spalla data al soldato che va al massacro. Infatti, nelle condizioni attuali, proseguire lungo la linea del pareggio di bilancio e dell’abbattimento rapido del debito significherebbe esporre il Paese al rischio di un circolo vizioso fatto di tagli, riduzioni del Pil, peggioramento delle condizioni della finanza pubblica, nuovi tagli, che potrebbe drammaticamente concludersi con l’abbandono dell’euro[2].

È necessario dunque aprire una riflessione più profonda sulle regole e sugli obiettivi di finanza pubblica in Europa. In tale direzione sarebbe auspicabile che il Parlamento europeo avviasse una inchiesta sui reali effetti dell’austerity e si riuscisse a concordare, anche con l’avallo delle autorità monetarie, un freno a queste politiche recessive. E quale potrebbe essere allora, anche in una fase transitoria, la regola di finanza pubblica alla quale potremmo impegnarci? Una strada prudente e credibile riprende una proposta politica che avanzai già nel 2006, all’epoca del governo Prodi, e che sfociò in un appello sottoscritto da un’ampia parte dell’accademia italiana[3]. Faccio riferimento alla stabilizzazione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil sui valori correnti, nell’orizzonte temporale della legislatura. Secondo questa proposta, il governo potrebbe impegnarsi a controllare il debito pubblico, non nella sua grandezza assoluta ma come quota del Pil, in modo che il valore attuale pari al 127 per cento del Pil risulti confermato al termine teorico della legislatura.

Si tratta di una proposta che assicurerebbe la piena sostenibilità del debito e che libererebbe nell’immediato importanti risorse rispetto al percorso alternativo dell’austerità. Infatti, per stabilizzare il debito pubblico al livello corrente del Pil, il governo dovrebbe fissare conseguentemente il livello dell’avanzo primario, date le stime prudenziali sui livelli attesi della crescita nominale del Pil e del costo medio del debito pubblico. Prendendo per buone le stime di queste grandezze contenute nella “Nota di aggiornamento” redatta dal governo Monti nel settembre scorso, per stabilizzare il debito sarebbero necessari avanzi primari inferiori al 3 per cento del Pil, contro avanzi nell’ordine dei 5 punti percentuali necessari per rispettare le politiche di austerità. Rispetto alla tabella di marcia prevista dalla “Nota di aggiornamento” di Monti (dove si prevede un avanzo che dal 4 per cento del Pil nel 2013 raggiungerebbe il 4,8 nel 2015), già quest’anno la stabilizzazione del debito libererebbe risorse per oltre 20 miliardi di euro.

Nessuno si illude che sia semplice cambiare politica economica in Europa, non fosse altro perché non tutti i paesi subiscono gli effetti deleteri dell’austerità. Ma bisogna muoversi in questa direzione. Prima che sia tardi.

[1] Una prima stesura di questo articolo è apparsa su L’Unità del 6 marzo 2013 con il titolo “Arginare l’austerità”.
[2] Per un richiamo critico ai modelli che hanno sottovalutato gli effetti restrittivi dell’austerità si rinvia al mio articolo “Quei modelli sbagliati alla base della crisi europea”.
[3] L’analisi teorica della stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil prendeva le mosse dal saggio di Luigi Pasinetti pubblicato nel 1998 dal Cambridge Journal of Economics, dal titolo “The mith (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht parameter”. Diversi contributi sul tema della stabilizzazione del rapporto debito/Pil furono raccolti nel volume a cura di Sergio Cesaratto e mia, Rive Gauche. Critica della politica economica, edito dalla Manifestolibri nel 2006. Un primo scritto in direzione della stabilizzazione del debito pubblico in Italia fu firmato da Emiliano Brancaccio e da me nel 2004, e pubblicato dal quotidiano Liberazione.