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Lettera degli economisti

lettera aperta - 15 Giugno 2010

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

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In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

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Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

***

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).

Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).

Per ulteriori informazioni consulare il sito www.letteradeglieconomisti.it o scrivere a info@letteradeglieconomisti.it.

13 Commenti


  1. Sandro scrive:

    La cosa interessante è che finalmente si pone il problema della crisi su un piano molto concreto. Se la divione internazionale del lavoro ha permesso che la RICCHEZZA PRODOTTA abbia svantaggiato coloro che tale ricchezza producono, ovvero i lavoratori, e, conseguentemente, la domanda è andata a picco, è ovvio che si debba intervenire su questo versante. Ma, quanto ha inciso la politica del ribasso del tasso d’interesse che i governi, a partire da quello degli Stati Uniti, hanno portato avanti? Sarebbe interessante, così come ho letto in qualche articolo del sito, capire se quello che abbiamo studiato all’università sulla trappola della liquidità può essere un argomento da approfondire. D’altronde con i derivati si è di fatto sostituito lo Stato, che stampa moneta, con le grandi banche che hanno immesso sul mercato enormi quantità di carte in sostituzione della moneta, creando così un meccanismo infernale dove il denaro non rappresenta più la ricchezza esistente.


  2. Catello scrive:

    Documento condivisibile nei seguenti punti:
    1. Combattere la speculazione a tutti i livelli politici, nazionale e sovranazionali.
    2. Spingere la BCE a comprare effettivamente le obbligazioni degli Stati dell’Eurogruppo dalla banche.
    3. Allertare gli Stati sulla assurdità della loro intenzione di rientrare dal deficit già dal 2011.
    Però carente nei seguenti punti:
    • Non si evidenzia l’importanza fondamentale del punto 2 nel contrastare l’unica speculazione pericolosa attualmente in atto, quella sui debiti sovrani.
    • Non si distingue abbastanza tra tagli e rientro dal deficit. I tagli agli sprechi infatti sono un bene fondamentale, e devono partire da subito, mentre è solo il rientro dal deficit già dal 2011 che sarebbe catastrofico. Infatti ciò che va puntellato sono gli utili delle imprese affinché non chiudano diminuendo la domanda catastroficamente per effetto dei licenziamenti, il che comporterebbe negli anni successivi un riaumento del deficit, per calo del gettito, che sarebbe irreparabile, a produzione ferma, e a quel punto neanche la BCE potrebbe o vorrebbe salvarci dagli speculatori sui debiti sovrani. Perciò tagli e detassazione ai lavoratori e alle imprese da subito, dando i proventi dei tagli al lavoro, mentre il rientro dal deficit deve incominciare non prima del 2012.
    • Non si evidenzia abbastanza che uscire dalla crisi non serve a nulla se rimangono al varco, alla ripresa, gli speculatori al rialzo sul prezzo del petrolio. Andrebbe precisato che non c’è nessun picco del petrolio per i prossimi decenni, quindi correre per realizzare le energie rinnovabili, ma anche fare accordi diretti coi paesi produttori di petrolio, trivellare in patria, non credere al riscaldamento climatico, tassare o vietare questa speculazione. Infatti ogni aumento di produttività fa incorporare più energia nella unità di prodotto, e non porta ad un aumento degli utili, se il costo dell’energia sale troppo; e anche i prodotti innovativi in genere incorporano molta energia.


  3. antonio scrive:

    Qualcuno dei 100 risponderà al duro editoriale ergato v(irriguardoso sotto il profilo dello stile) dal duo dei professorini, meglio sarebbe dire cervelli in fuga, Bisin- Boldrin che ripropone la vecchia solfa liberista? Riporto di seguito il link dell’editoriale di cui sopra.

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/L%27economia_politica_de_%22gli_economisti%22_


  4. Catello scrive:

    La concorrenza, assieme ai cartelli speculativi è il mostro che porta allo sfascio generalizzato. Ci dovrebbe essere un garante che lo combatta, ma questo garanzia la possono dare solo gli Stati in collaborazione tra di loro regolando l’economia e la finanza e il commercio. Un solo esempio:

    Le banche.
    Esse dovrebbero aprirsi a collaborare con gli Stati per favorire l’economia reale seguendo una nuova gestione del rischio che scongiuri l’eccesso del credito seguito dal credit crunch, cioè la stretta creditizia nei momenti di crisi. Per far ciò dovrebbero trovare un accordo tra di esse e gli Stati per fissare i criteri generali, che consentano a ciascuna banca di individuare il massimo rischio che può correre basandosi sulle proprie forze, la propria migliore offerta, e non schiodarsi da essa, senza essere per questo soprafatta dalla concorrenza delle altre banche.
    Supponiamo che per un cliente (A) mediamente affidabile risulti un giusto guadagno, facendogli pagare un certo prestito con interessi del 5%. Considerando che il rischio di insolvenza varia esponenzialmente con la variazione lineare dell’entità del prestito e del tasso di interesse, se si presenta un cliente (B) meno affidabile, o che chiede un prestito maggiore di (A), sarebbe assurdo concederglelo ad un tasso maggiore di (A), perché così l’insolvenza diventerebbe certa.
    Si dovrebbe invece calcolare che interessi dovrebbe pagare affinché il rischio rimanga sempre lo stesso del cliente (A).
    Supponiamo che venga l’1%, e con un cliente (C) venga il -4%. Se lo Stato paga la differenza rispettivamente di 4 e 9 punti di interesse (per favorire lo sviluppo economico di certi settori produttivi) non c’è nessun motivo perché anche i clienti B e C non possano essere finanziati rispettivamente al 1% o al -4%.
    Altrimenti, in assenza di collaterale da valutare attentamente, B e C non sono finanziabili, sia in espansione che in recessione, a prescindere da qualunque garanzia da parte di qualunque entità terza, che si metta a garantire il mare aperto del rischio sistemico.
    Naturalmente lo Stato dovrebbe multare pesantemente le banche che facessero concorrenza alle altre, violando i criteri stabiliti, affrontando rischi maggiori, e trascinandole tutte verso la bancarotta.


  5. Sergio Vellante scrive:

    Se sono ancora in tempo darò l’adesione alla lettera degli Economisti di cui apprendo l’esistenza dal sito. E darò tale adesione come economista applicato e spurio, Ordinario in Ingegneria Economico-Gestionale (già in Economia ed Estimo rurale) e di docente in: a) Economia e Organizzazione dell’Impresa e del Territorio; b) Politica di Gestione delle Risorse Ambientali; c) BioEconomia e Sviluppo. Tre insegnamenti che, tenuti nell’ambito dei corsi di laurea in Ingegneria Civile e Ambientale, sono erogati presso l’omonima Facoltà della Seconda Università di Napoli (SUN).
    Il mio succinto commento critico alla lettera - e mi piace farlo attraverso chi mi ha invitato condividere l’evento - è il seguente: i contenuti mi convincono per il 60% (stima non plausibile in termini quantitativi ma esplicativa). Tali contenuti, sebbene condivisibili dal semplice versante socio-politico ed economico, li avverto come rinchiusi in un ambito eccessivamente economicistico proponendo un’analisi riduttiva dello stato della crisi attuale. Secondo il mio modo di vedere, invece, si tratta di una crisi strutturale che travalica, pure includendolo, il rapporto capitale/lavoro (nell’economia della conoscenza tra capitale virtuale e lavoro concettuale) per affondare le sue radici nel rapporto più complessivo tra uomo e natura. Ciò sta intaccando le strutture vitali del pianeta e ci troviamo di fronte a un declino socio-economico che è spia di un declino storico di civiltà e di un altrettano declino biologico di un’era. Mi convincono quindi in modo declinante (per restare in tema), tutte quelle analisi e quelle proposte, economiche e di politica economica, che pongono in un ruolo secondario le questioni della BioEconomia (o Economia della Vita, nuova branca disciplinare della tradizionale Economia Rurale e Territoriale) e dell’implicito problema ambientale.
    Le brevissime affermazioni - e non considerazioni, necessitanti di più ampi spazi - sono frutto ed estrema sintesi di ragionamenti e studi che si stanno portando avanti da più di un decennio dal peculiare osservatorio del Mezzogiorno: luogo dove i peculiari caratteri assunti dalla rottura dell’equilibrio territorio-produzione (paradigma bioeconomico) permettono di comprendere in modo adeguato perché fenomeni di meridionalizzazione coinvolgono anche il nord Italia facendo sorgere una Questione settentrionale.
    Si spera che l’adesione a tale iniziativa, ed essa stessa, possano dare minimamente spazio a posizioni ritenute, esplicitamente o implicitamenre, eretiche dal pensare economico standard tanto di destra quanto di sinistra. E che tale iniziativa possa avviare un primissimo approfondimento e confronto critico sugli aspetti prima enucleati non limitandosi, contrariamente a moltissimi altri casi analoghi del passato, a supportare un’azione politica, individuale o collettiva, ma una battaglia delle idee volta a ipotizzare un futuro e non un limitato (s)ragionare sulla sola drammaticità del presente.
    Certo che chi di speranza vive di speranza muore! Ma è pur vero che la speranza è l’ultima a morire.


  6. Patrizio scrive:

    Ecco i dati (fonte OCSE) commentati in un articolo nel sito noisefromamerika. I dati sembrano contraddire questa tesi dei 100 economisti
    ” crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori”.

    Qualcuno si degna di replicare? Ecco il iink all’articolo.

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Gli_economisti_e_i_fatti#body


  7. saverio scrive:

    Non so dove questi signori di noisefromamerika abbiano trovato i dati in questione, o meglio come li abbiano elaborati (la c.d. premessa metodologica dell’articolo indica chiaramente che, come tutti gli economisti mainstream i dati se li adattano in funzione di quello che vogliono dimostrare). Uno studio molto più serio ve lo segnalo al seguente indirizzo: http://www.nens.it/_public-file/Diseguaglianze%20BIS291009.pdf dove v’è amplissima dimostrazione della crescita delle diseguaglianze misurate con l’indice di Gini che è ancora l’unico strumento universalmente riconosciuto per la misurazione del grado di concentrazione della ricchezza.
    Quanto alla tesi che sia cresciuta la quota di ricchezza prelevata dallo stato, beh, questa è talmente fuori dalla realtà che non merita neppure lo sforzo di contraddirla


  8. saverio scrive:

    Dimenticavo un ottimo sito: http://www.criss-ineq.org incentrato tutto sulle diseguaglianze, con amplissima documentazione!


  9. daniela scrive:

    Può essere inoltre utile considerare la complessa e non univoca relazione tra “labor share” e misure della disuguaglianza dei redditi fornite dall’indice di Gini. Per questo un utile supporto di elaborazioni può trovarsi in:

    http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2007/wp07169.pdf


  10. Catello scrive:

    Stampando moneta non si crea valore, ma neanche se ne distrugge. Si suddivide la stessa acqua in un numero maggiore di recipienti: ognuno ha meno acqua, ma ce ne sono di più e la quantità complessiva di acqua rimane la stessa. Ogni singolo dollaro o ogni singolo euro vale poniamo il 10% in meno, ma ce n’è il 10% in più di pezzi.
    A questo punto ogni cosa, cioè ogni bene, ogni servizio, ogni casa, ogni azione, ogni capitale nascosto nei paradisi fiscali o sotterrato, ogni credito e ogni debito, mantenendo lo stesso valore nominale, vale il 10% in meno.
    Abbiamo però creato una immensa disponibilità, che potremmo assegnare agli Stati, che la possono usare per pagarsi i debiti in scadenza, senza regalare soldi agli speculatori coi rendimenti, per alleggerire le tasse sulle aziende e sul lavoro, e anche per darli ai poveri, con una social card.
    Solo a questo punto avremo una variazione della inflazione pari all’aumento della massa monetaria circolante, poniamo del 20%, se la metà della liquidità resta impigliata in mano agli speculatori. Cioè se ora c’è una deflazione reale, al netto dell’aumento dei costi delle materie prime, del -10%, si avrebbe un’inflazione, una a tantum, del +10%.
    Però se lo facciamo senza creare debiti o crediti, abbiamo spostato definitivamente il 10% della ricchezza complessiva, intesa come valore monetario, al mercato reale dei beni e servizi, battendo la deflazione al momento.
    Se contemporaneamente impediamo e rendiamo seriamente illegali tutti i marchingegni in mano agli speculatori per estrarre ulteriormente denaro dal sistema e rimetterlo dove era, cioè nei titoli e nei paradisi fiscali, ecc, soprattutto impedendo la speculazione al rialzo delle materie prime, i soldi stampati in più rimangono nel sistema a lungo, tenendo alta la domanda e consentendo un ulteriore sviluppo, attraverso un aumento degli investimenti e della produttività.


  11. Giuseppe scrive:

    Finalmente i nodi vengono al pettine…., dopo aver creduto che il mercato si autoregola con buona pace per l’EUROPA e l’EURO in particolare ci rendiamo conto che così non è e che i soliti noti nei singoli stati membri hanno continuato a speculare finanziariamente senza ritegno e senza che le autorità di controllo facessero il loro dovere e soprattutto si guadagnassero i soldi ( tanti) che costano a tutti i cittadini europei, Adesso che le stalle sono atate aperte per più di un decennio, adesso che i soldi dei lavoratori che avevano messo da parte con giudizio sono FINITI, si cotraggono i consumi si perdono i posti di lavoro le aziende non hanno più liquidaità… in relatà non l’hanno mai avuta ma la garantiva la BANCA che adesso ha chiuso i rubinetti perchè le insolvenze e gli insoluti fanno faldoni enormi al loro interno!!!! ADESSO finalmente si dice che aver fatto l’europa significa non solo aver deciso il cambio dell’euro? ecco come sempre sul senso delle cose , sull’importanza dei valori che sottostanno alla formazione dell’EUROPA ci arriviamo quando tutti gli stati membri sono in… braghe di tela con la facile prospettiva che ogni stato membro cercherà di salvaguardare i propri interessi a discapito dei paesi meno importanti…. Ecco questo è l’uomo sapiens che non prevede mai nulla ma agisce nella emergenza sociale, occupazionale, economica e allora mi chiedo a cosa sono serviti i nostri rappresentani del PARLAMENTO EUROPEO, LE COMMISSIONI, I MINISTRI EUROPEI che ci sono e ci stanno costando una marea di soldi? ecco credo proprio che tutto stia qui abbiamo una clase dirigente ed una classe politica che vanno a braccetto pensando solo a se stessi e facendo politica come mestiere e non come servizio e con passione Concludo con la solita amarezza di chi ne ha viste abbastanza ma dichiara che qualche anno fa certe cose non avvenivano i derivati non esistevano eppure i lavori pubblici si facevano comunque, perchè gli amministratori spendevano solo ciò che avevano non buttavano via di tutto e di più nella certezza che un domani qualcuno pagherà!!! ecco adesso il conto è arrivato e si grida all’europa unita ma prima a cosa si gridava forse a : chi arraffa arraffa tanto qualcuno pagherà!!! corialmente Arch.Giuseppe Marsco Melegnano (MI)


  12. guido bertini scrive:

    Scrivo questo commento dopo oltre due anni dalla pubblicazione di questa “Lettera degli Economisti”.
    La strada per risolvere la crisi è stata esattamente l’opposto da quanto qui consigliato con i disastrosi risultati che tutti conosciamo. La teoria economica applicata da MOnti si chiama “Deprezzamento Reale” ed è messa in atto contro il parere di centinai di economisti (non solo i firmatari di questa lettera!) e nella totale ignoranza dei partiti che lo sostengono.
    Comunque, complimenti a tutti. Avevate visto giusto!


  13. free business classified ads scrive:

    Ρeсuliaг artiсle, еxаctly what I nеeded.

18 Trackbacks

  1. Lo stupore di Alesina-Giavazzi e la favola dell’austerit Scrive:

    […] a rischio la tenuta dell’area euro, e complessivamente frena l’economia Europea (con la Lettera degli economisti

  2. Lo stupore di Alesina-Giavazzi e la favola dell’austerit Scrive:

    […] a rischio la tenuta dell’area euro, e complessivamente frena l’economia Europea (con la Lettera degli economisti

  3. La favola dell’austerit Scrive:

    […] a rischio la tenuta dell’area euro, e complessivamente frena l’economia Europea (con la Lettera degli economisti del 2010). Purtroppo, però, la politica italiana di questi ultimi anni ha preferito dare ragione al […]

  4. Se dicessi che sui vincoli europei ha ragione Berlusconi? - Riccardo Realfonzo - Il Fatto Quotidiano Scrive:

    […] più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito gi

  5. Se dicessi che sui vincoli europei ha ragione Berlusconi? | Ultime Notizie Blog Scrive:

    […] più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito gi

  6. Se dicessi che sui vincoli europei ha ragione B? | ilquotidiario Scrive:

    […] più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito gi

  7. Reinvestire l’avanzo primario. Un passo prima di abbandonare l’euro? | Tracce Bianche Scrive:

    […] più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito gi

  8. La crisi continua, come volevasi dimostrare - Riccardo Realfonzo - Il Fatto Quotidiano Scrive:

    […] della dottrina neoliberista dell’“austerit

  9. La crisi continua, come volevasi dimostrare | Keynes blog Scrive:

    […] della dottrina neoliberista dell’“austerit

  10. La crisi continua, come volevasi dimostrare | bòn da gnìnta Scrive:

    […] della dottrina neoliberista dell’“austerit

  11. Il monito degli economisti che sono contro l’austerit Scrive:

    […] divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona,

  12. Il monito degli economisti sul Financial Times* | Noi Dem Salerno Scrive:

    […] tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona,

  13. La Lettera degli Economisti contro le politiche restrittive | EthosBlog Scrive:

    […] con queste parole la Lettera degli Economisti, una missiva firmata da 300 economisti e

  14. Il monito degli economisti | Sviluppo Felice Scrive:

    […] divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona,

  15. Ma quali economisti sostengono l’austerit Scrive:

    […] divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona,

  16. Ma quali economisti sostengono l’austerit Scrive:

    […] divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona,

  17. Le illusioni di Maastricht e l’Europa reale - Il Fatto Quotidiano Scrive:

    […] sui diritti globali, a cura di Associazione Societ

  18. Sorpresa. La manovra è da 62 miliardi e non da 25 | FrancoMostacci.it Scrive:

    […] al di l

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