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Una nuova Gepi per risanare l’industria?

Federico Pirro* - 28 Luglio 2009

Nonostante alcuni segnali di ripresa soprattutto nel comparto dell’auto, nella vendita di veicoli ecologici e in certe aziende dell’automotive - causati dalla politica governativa degli incentivi che avrebbe potuto essere avviata dall’inizio del 2009 e non dal successivo 7 febbraio - la situazione complessiva dell’economia italiana rimane segnata da pesanti difficoltà di molti comparti industriali, in particolare nel Mezzogiorno. Rallentamento della domanda interna, rarefazione del credito, crollo delle esportazioni e del pil nel primo trimestre dell’anno nella misura del 5,9%, rispetto allo stesso periodo del 2008: sono queste, lo sappiamo, alcune delle cause che stanno prostrando numerose piccole, medie e grandi imprese in varie parti d’Italia, con esiti purtroppo molto pesanti sui loro livelli occupazionali.
Le sollecitazioni della Confindustria al Governo sono state pressanti per l’attivazione di sostegni a partire alle piccole aziende, così come forti sono state le pressioni dei Sindacati per garantire il reddito ai lavoratori colpiti da crisi industriali; esse hanno strappato qualche risultato in termini di ammortizzatori sociali, anche se, almeno sinora, non si è stati in grado, neanche fra le forze di opposizione, di delineare un convincente piano alternativo di politica economica sul quale incalzare il Governo in Parlamento e nel Paese.
Intanto a Porto Marghera - polo chimico di rilievo nazionale con interconnessioni produttive con quelli di Ravenna e Mantova - il fallimento del tentativo dell’imprenditore veneto Sartor di rilevare gli impianti della multinazionale Ineos, rischia di causare il tracollo del comparto in quell’area, con pesanti riflessi occupazionali. In Sardegna, invece, a Porto Torres, è stata l’Eni ad annunciare - a causa di rilevanti giacenze di magazzino e di perdite gestionali nell’ultimo trimestre - il fermo per due mesi dell’impianto di cracking, infliggendo così un colpo durissimo alle attività indotte e ponendo a repentaglio, nonostante le rassicurazioni dell’amministratore delegato della holding Paolo Scaroni, l’occupazione diretta e indotta della chimica nella zona. Proprio negli ultimi giorni, peraltro, si è giunti ad un accordo a livello governativo per una rotazione nelle fermate degli impianti su cui operare le relative manutenzioni, scongiurando almeno per il momento i pesanti riflessi sull’occupazione.
Le vicende in Puglia e Basilicata della Natuzzi  -  che pure lotta per conservare almeno su certi mercati esteri la leadership nel settore del mobile imbottito - evidenziano la necessità che nel ‘triangolo interregionale del salotto’ si metta a punto e si persegua concretamente con il concorso attivo di Governo, Istituzioni locali e partenariato sociale un percorso di rigenerazione del tessuto economico territoriale. Bisogna difenderne infatti, sia pure sul medio e lungo periodo, l’occupazione e la stessa tenuta sociale, dal momento che una durissima ristrutturazione selettiva ha decimato nell’ultimo quinquennio le piccole e medie società del comparto legno-mobilio, con la perdita sino ad oggi di oltre 4.000 addetti.
Ma anche in altre aree del Meridione - come ad esempio nel Molise ove è stata collocata in amministrazione straordinaria la grande azienda del tessile abbigliamento IT ERRE con il crollo di un’intera galassia interregionale di piccoli e medi  subfornitori - si registrano sempre più spesso aziende in difficoltà. I loro elementi di debolezza sono prevalentemente di natura finanziaria, gestionale e di management, e in molti casi riguardano imprese che pure sono in possesso di buoni prodotti e tuttavia bisognose di essere supportate da un soggetto pubblico, o a prevalente controllo pubblico. Esso dovrebbe concorrere a rilanciarle, ove necessario, con accorti interventi sul capitale, negli assetti organizzativi, nei rapporti con il mercato e nella conduzione societaria.
Allora, è lecito chiedersi: è giusto assistere impotenti alla scomparsa di aziende che, invece, potrebbero essere salvate e rilanciate dopo, beninteso, accurate due diligence ad esse riferite?  E se si ipotizzasse la costituzione di una nuova Gepi, come struttura di salvataggio, di riorganizzazione e di ricollocazione sul mercato di aziende risanabili, bisognerebbe per ciò stesso gridare al ritorno ad un passato di sperpero di denaro pubblico e di assistenzialismo?
Ragioniamo: in un momento in cui lo Stato vara con il danaro dei contribuenti i ‘Tremonti bond’ per non meno di dodici miliardi di euro come strumento per consolidare gli assetti degli Istituti di credito che li stanno acquistando - anche se al momento non per l’intero importo reso disponibile - sarebbe poi così deprecabile la creazione di un fondo sovrano finanziato con capitale pubblico? Esso potrebbe essere dotato di strumenti e regole di intervento, sia industriale che finanziario, non per interventi a pioggia stile vecchia Gepi, ma per selezionare con rigore progetti industriali di rilancio di intere aree interessate da crisi strutturali di settori in difficoltà e per reimpiegarvi in aziende competitive coloro che, altrimenti, rischierebbero di uscire dai luoghi di lavoro. E se gli interventi di tale fondo - che potrebbe far capo ad una Finanziaria pubblica, o avere esso stesso personalità giuridica - servissero anche a rigenerare con partecipazioni azionarie temporanee e con obbligo di un loro riscatto aziende in temporanea difficoltà?
Si profilerebbe così il rischio che si costituisca una finanziaria destinata a diventare nel tempo una sorta di ‘cronicario’ di imprese decotte? Sì, il rischio potrebbe paventarsi, ma l’evitarlo, o almeno l’attenuarlo al massimo, dipenderebbe dal dettato della legge istitutiva del suddetto fondo, dallo statuto della società chiamata a gestirlo, e dalla concreta operatività dei vertici e del management della struttura.
Si potrebbe, ad esempio, stabilire che non si possa entrare nel capitale di aziende che presentino passività strutturali prolungate nel tempo e costanti perdite gestionali, o nelle quali non vi sia, per la ricapitalizazione necessaria al rilancio, un significativo apporto di mezzi propri da parte dell’azionista privato, o di nuovi soci.  L’obbligo del riscatto della quota pubblica inoltre - una volta risanata la società - dovrebbe essere tassativo e potrebbe essere garantito, all’inizio dell’operazione di ingresso nel suo capitale, anche da una fideiussione dell’azionista privato, escutibile a prima richiesta.
Insomma, molti potrebbero essere gli accorgimenti per evitare una seconda Gepi.  E poi bisogna domandarsi se sia più utile ed economico per lo Stato corrispondere ammortizzatori sociali a persone - che potrebbero essere indotte  in tal modo anche al lavoro sommerso - o se invece non sia preferibile impiegare produttivamente in nuove iniziative industriali, o per il rilancio di industrie risanabili, risorse pubbliche altrimenti destinate solo all’assistenza.
Se ne discuta comunque approfonditamente a livello governativo, in Parlamento, fra i Sindacati, in Confindustria, senza pregiudizi ideologici, ed anche a livello comunitario per non incorrere in possibili violazioni della disciplina degli aiuti di Stato, soprattutto in una fase storica in cui - senza l’intervento risolutivo delle Istituzioni pubbliche e delle risorse dei contribuenti in tanti Paesi anche dell’Unione Europea - si sarebbe profilato il rischio concreto di un vero e proprio collasso planetario del sistema fondato sull’economia di mercato.

 

*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.

4 Commenti


  1. Saverio scrive:

    Non mi sembra un’idea peregrina, andrebbero studiate bene le regole per evitare che si ripetano tristi storie del passato, ma la logica che ne sta alla base è un po’ la stessa dei fondi di rotazione con cui privati ed istituzioni agevolano e favoriscono la nascita di imprese innovative …


  2. Silvano Scaiola scrive:

    Salve, sono Silvano Scajola della CISL confederale, Dipartimento Industria, e curo i rapporti annuali della CISL sullo stato dell’Industria nazionale
    (posso inviarle le ultime pubblicazioni, se mi fornisce un indirizzo e-mail).

    Trovo molto interessante il suo articolo e assolutamente degno d’approfondimento anche nel sindacato, come lei auspica. Un punto da approfondire mi sembra proprio quello degli spazi che la disciplina europea agli aiuti di stato lascia per una proposta di questo tipo e di come si possa discuterne anche a livello comunitario. Ma i tempi sono tali che il rapporto Stato-mercato è cambiato radicalmente, almeno per il sistema bancario e quindi salvataggi mirati e temporanei di aziende industriali non possono scandalizzare nessuno. In attesa di un suo cortese riscontro, un cordiale saluto.


  3. Francesco Musotti scrive:

    La nauseante crisi di classe dirigente del nostro Paese sconsiglia simile ipotesi: lo sbocco sicuro sarebbe quello di creare un
    altro, infame, a dire poco, carrozzone.
    La linea possibile, forse, è consentita, a mio parere,
    da uno strumento “leggero” come il “contratto d’area”.
    Qualche tecnico capace di lavorarci sopra l’abbiamo e se qualche
    ministro meno indecente degli altri lo mettesse al lavoro…


  4. Giampaolo scrive:

    scusate, nella mia ignoranza di operaio mi pare di vedere in questo cose una sorta di welfare “per ricchi” o “manager”. La collettività spende soldi , rimette in sesto queste aziende e poi le ripassa al privato. In cambio di cosa, del posto di lavoro? che il padrone (o manager)è buono è Dà “conforto e lavoro”(vedi De Andrè). Del resto questo è già stato fatto per i servizi dati ai privati per quattro lire, si pensi solo ad autostrade o alitalia. Poi proprio su questo sito si parla di evasioni ed elusioni e non vado oltre.
    Mi permetto un suggerimento, difficile ma … provate a pensare qualcosa in rapporto al titolo III della costituzione.

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