Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari

Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari

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L’analisi tecnica dimostra che hanno torto sia i catastrofisti sostenitori dell’euro senza se e senza ma sia gli ingenui teorici della moneta unica come origine di tutti i mali. L’euroexit potrebbe essere una strada per tornare a crescere, ma al tempo stesso cela gravi rischi, soprattutto per il mondo del lavoro. A ben vedere, tutto dipende da
come si resta nell’euro e da come, eventualmente, se ne esce.

1. Con l’austerity l’euro non regge

È dalla fine del 2007 che l’eurozona ha smesso di crescere e i processi di divergenza tra i Paesi centrali e quelli periferici si fanno sempre più impetuosi[1]. Continuando con le politiche economiche di austerità imposte dai Trattati la crisi dell’eurozona è solo questione di tempo[2]. D’altra parte, la permanenza dei paesi periferici nell’euro, nel quadro delle politiche restrittive, produce effetti sociali ed economici drammatici. Il caso italiano è eloquente: stiamo assistendo a un lento, progressivo, declino; con una economia ampiamente decresciuta, la disoccupazione dilagante, una distribuzione del reddito sempre più diseguale, la ritirata dello stato sociale. Certo, cambiare il segno delle politiche europee sarebbe senz’altro l’opzione migliore. Ma si tratta di una soluzione politicamente sempre meno probabile, dal momento che la Germania e i suoi paesi-satellite continuano a respingere ogni apertura in tal senso. Bisogna quindi domandarsi quali potrebbero essere le conseguenze di una fuoriuscita dall’euro.

Naturalmente, non è semplice prevedere gli scenari successivi a una crisi dell’euro. Anche perché molto dipenderebbe dalla possibilità che l’euroexit coinvolga uno o più Paesi, e grande rilievo avrebbe il “peso” economico-politico di tali paesi. Ancora, le cose cambierebbero molto se le fuoriuscite fossero o meno coordinate e se sfociassero o meno in uno o più accordi di cambio. Ed è inutile dire che su tutto ciò per adesso si brancola nel buio.

Qualche passo avanti tuttavia possiamo farlo, a patto di scansare la trappola degli opposti furori ideologici. Evitando insomma sia di cadere nell’irrazionalismo catastrofista dei sostenitori dell’euro a tutti i costi sia nell’ingenua idea che l’euro sia l’origine di tutti i mali, per cui l’uscita dall’eurozona risolverebbe tutti i mali. Rimanendo saldamente nel campo degli approcci scientifici, alcuni economisti sono al lavoro su complessi modelli previsionali. Ma questa modellistica ha spesso in passato dato prova di limiti, dipendenti dalle ipotesi più o meno “eroiche” su cui i modelli poggiano. D’altronde la teoria economica non fornisce risposte univoche. Infatti, i fondamenti di teoria economica ci insegnano che la fuoriuscita di un paese dall’euro e il ritorno alla vecchia moneta, con un cambio iniziale di uno a uno, dovrebbe portare subito a un deprezzamento della moneta rinata, che diverrebbe così più a buon mercato rispetto alle altre valute. Ciò dovrebbe favorire le esportazioni del Paese e limitarne le importazioni, migliorando il saldo della bilancia commerciale, spingendo la crescita e una maggiore occupazione. In che misura però l’abbandono degli accordi di cambio e le svalutazioni aumentino effettivamente la crescita è oggetto di infinite dispute. La svalutazione aumenta il costo dei beni importati e per questa via tende a incrementare il livello dei prezzi interni (quindi il prezzo delle stesse esportazioni), riducendo il vantaggio competitivo. A complicare le cose, si aggiungono gli effetti redistributivi della svalutazione, sui quali pure vi è ampio dibattito. L’aumento del livello generale dei prezzi interni che tende a seguire la svalutazione tende ad esempio a ridurre il potere di acquisto dei salari monetari. La riduzione dei salari reali può generare (in presenza di meccanismi di adeguamento dei salari ai prezzi o per la reazione dei sindacati) una pressione al rialzo dei salari monetari e ciò potrebbe accentuare l’inflazione, erodendo ulteriormente il vantaggio competitivo della svalutazione. Inoltre, la caduta della quota salari sul pil (wage share) può determinare una riduzione della domanda interna di beni di consumo e ciò tenderebbe a ridurre la crescita. Per non parlare dei potenziali effetti sul costo del debito pubblico e sul rischio-fallimento di quei soggetti che hanno elevate quote di debito in valute estere, il cui costo con la svalutazione evidentemente si impenna.

Andiamo allora al di là delle dispute teoriche e, considerata la debolezza intrinseca dei modelli previsionali, rivolgiamoci all’esperienza storica di cui siamo in possesso. Infatti, per quanto mai si sia registrata la rottura di una esperienza simile all’euro, alcune importanti indicazioni possono essere tratte dalle crisi valutarie del passato che più si avvicinano al nostro caso.

A questo scopo, prendiamo in considerazione quelle crisi valutarie che nella storia recente hanno comportato ampie svalutazioni del tasso di cambio e che si siano accompagnate ad abbandoni di precedenti accordi o sistemi di cambio[3]. Concentrando l’attenzione sulle crisi valutarie successive al 1980, esistono ben 28 casi di ampie svalutazioni – superiori al 25% rispetto al corso del dollaro[4] – che hanno comportato l’abbandono dei precedenti sistemi di cambio[5]. Di questi, 7 casi hanno convolto paesi ad alto reddito pro capite (Australia 1985, Finlandia 1993, Islanda 1985, Italia 1993, Corea del Sud 1998, Spagna 1983 e Svezia 1993) e 21 casi hanno interessato paesi a basso reddito pro capite (Argentina 2002, Bielorussia 1999, Brasile 1999, Cile 1982, Costa Rica 1981 e 1991, Egitto 2003, Guatemala 1990, Honduras 1990, Indonesia 1998, Kazakistan 1999, Messico 1995, Paraguay 1989, Perù 1988, Polonia 1990, Romania 1990, Sud Africa 1984, Suriname 1994, Turchia 1999, Uruguay 1982 e 2002).

Alla luce delle statistiche descrittive riportate qui di seguito, vediamo cosa insegna l’esperienza storica delle maggiori crisi valutarie cui abbiano fatto seguito svalutazioni importanti e connessi abbandoni dei precedenti sistemi di cambio.

2. L’inflazione erode progressivamente il vantaggio delle svalutazioni

La prima cosa da verificare è in che misura le crisi valutarie tendano ad innescare processi inflazionistici e quanto questi ultimi possano vanificare gli effetti positivi della svalutazione. Per sviluppare l’analisi, consideriamo i deprezzamenti rispetto al dollaro nei nostri 28 casi e poi il differenziale tra l’inflazione USA e quello di ciascun Paese.

Ebbene, nell’esperienza storica che stiamo considerando si è avuto un valore medio delle svalutazioni rispetto al dollaro addirittura pari al 558%, il che significa che le crisi valutarie hanno portato a un deprezzamento delle valute interessate dalla crisi di circa cinque volte e mezzo rispetto al dollaro (Tabella 1). Ma è bene tenere l’attenzione principalmente su cosa è accaduto nei paesi ad alto reddito, che evidentemente ci forniscono le maggiori indicazioni per il nostro caso, anche perché la differenza con le dinamiche dei paesi a basso reddito è rilevante. Infatti, il deprezzamento delle valute nei paesi ad alto reddito è stato contenuto intorno al 32%. Ad esempio, la lira italiana si deprezzò, nel 1993, del 27,69% rispetto al dollaro[6].

Ma ciò che più conta è la diversa reattività dell’inflazione, che viene descritta in letteratura con il coefficiente di trasmissione del cambio all’inflazione (pass-through). Infatti, come conferma l’esperienza storica, le svalutazioni danno spesso luogo a processi inflazionistici significativi. Basti notare che nell’anno della crisi valutaria si registra complessivamente un differenziale di inflazione di circa il 58% rispetto agli USA (si veda ancora la Tabella 1), ed entro soli due anni il differenziale di inflazione risulta essere intorno al 450%, mangiando così l’80% del guadagno competitivo legato alla svalutazione. Anche in questo caso però, vi è una differenza non trascurabile tra l’esperienza dei paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito. Infatti, nei paesi ad alto reddito il differenziale di inflazione è pari al 6% nel primo anno e non raggiunge il 16% dopo tre anni. Si conferma quindi che le svalutazioni tendono a innescare significativi processi inflazionistici, che risultano però più attenuati nei paesi ad alto reddito, dove entro due anni dalla crisi l’inflazione erode l’effetto della svalutazione in una misura che sfiora il 50%.

Ma stabilire regole rigide è impossibile. Guardando infatti ai casi specifici dei Paesi ad alto reddito, si osserva che la casistica è eterogenea. In alcuni casi, infatti, nonostante un deprezzamento superiore al 25% rispetto al dollaro non si registra un divario di inflazione significativo con gli USA (Finlandia, Corea, Svezia); in altri casi, la fiammata inflazionistica è contenuta (come l’Italia del 1993 nella quale, dopo tre anni, il differenziale inflazionistico cumulato si limitava al 5,7%); in altri ancora, è piuttosto spiccata (Australia, Spagna e soprattutto la piccola Islanda, unico caso tra i paesi ad alto reddito in cui dopo tre anni il differenziale di inflazione supera il valore della svalutazione)[7].

Tabella 1
Svalutazioni e differenziali di inflazione nei 28 casi di crisi valutarie (anni 1980-2013)
Fonte: nostre elaborazioni su dati Banca Mondiale

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3. La bilancia commerciale migliora 

C’è quindi da attendersi che un primo positivo effetto di un abbandono dell’euro riguarderebbe il miglioramento della bilancia commerciale, legato alla crescita delle esportazioni e alla tendenziale riduzione delle importazioni.

Per avere le idee più chiare riprendiamo la nostra casistica storica e operiamo un confronto tra la media del saldo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) rispetto al Pil nei due e tre anni precedenti e successivi alle crisi valutarie. In realtà, come si osserva nella Tabella 2, i paesi a basso reddito non hanno tratto grandi vantaggi dalle svalutazioni, considerato che i saldi della bilancia commerciale si muovono in media molto poco. Ben diversa la conclusione per i paesi ad alto reddito, nei quali evidentemente le crisi valutarie tendono a non avere gli effetti rovinosi (anche sugli assetti istituzionali e politici) sperimentati nei paesi a basso reddito. Infatti, nei paesi ad alto reddito il saldo della bilancia commerciale migliora vistosamente, mediamente di oltre tre punti di pil prendendo come riferimenti temporali i due anni e i tre[8]. Con una sola eccezione (Australia 1985), la bilancia commerciale migliora all’indomani delle svalutazioni.

Tabella 2
Saldo della bilancia commerciale – Valori medi rispetto al Pil nei due e tre anni precedenti e successivi alla crisi (anni 1980-2013)
Fonte: nostre elaborazioni su dati Ameco – Commissione Europea e dati Banca Mondiale

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4. Le esportazioni spingono la crescita, ma non sempre

I miglioramenti della bilancia commerciale che seguirebbero l’uscita dall’euro dovrebbero impattare positivamente sulla crescita. Questo almeno è ciò che l’analisti storica tende a mostrarci, una volta che mettiamo a confronto il tasso medio di crescita registrato nei due e nei tre anni precedenti alla crisi con quello registrato nei due e tre anni successivi.

In realtà, per l’insieme dei 28 casi storici considerati, non si registrano risultati positivi. Tuttavia, disaggregando i paesi ad alto reddito da quelli a basso reddito, ancora una volta possiamo verificare effetti molto diversi (Tabella 3). Infatti, diversamente da quanto accade nei paesi a basso reddito, nei paesi ad alto reddito il tasso medio di crescita aumenta in maniera apprezzabile, passando dall’1,2% dei due anni antecedenti alla svalutazione al 2,2% dei due anni successivi. Una accelerazione della crescita ancora più marcata si ha nell’orizzonte dei tre anni precedenti e successivi, allorché la crescita passa mediamente dall’1,4% al 3,2%. Complessivamente, quindi, i paesi ad alto reddito, spinti dalla bilancia commerciale (che viceversa non migliora nei paesi a basso reddito), hanno aumentato significativamente i ritmi di crescita. Ma a riguardo, l’esperienza storica induce prudenza nelle valutazioni. Infatti, è opportuno notare che non tutti i paesi ad alto reddito hanno registrato aumenti del tasso di crescita. Tra questi l’Italia, benché avesse incassato dopo la svalutazione un aumento del saldo della bilancia commerciale superiore ai tre punti di pil.

Tabella 3
Tasso di crescita del Pil – Valori medi nei due e tre anni precedenti e successivi alla crisi (anni 1980-2013)
Fonte: Ameco – Commissione Europea, Banca Mondiale

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5. L’occupazione spesso non cresce

A fronte di queste indicazioni per alcuni aspetti positive sulla competitività, sul saldo della bilancia commerciale e sulla crescita, gli effetti occupazioni non sono rassicuranti.

Prendendo l’insieme dei 28 casi storici considerati, si osserva che dopo la crisi valutaria il tasso di disoccupazione progressivamente si contrae, riducendosi in media di un punto entro tre anni dallo scoppio della crisi valutaria (Tabella 4). Tuttavia, il calo della disoccupazione interessa in media solo i paesi a basso reddito. Infatti, nei paesi ad alto reddito il tasso di disoccupazione è perfettamente stazionario. Addirittura nell’esperienza di alcuni paesi, come l’Italia, il tasso di disoccupazione è cresciuto piuttosto significativamente. È chiaro quindi che nei paesi ad alto reddito storicamente la crescita dopo le crisi valutarie è stata garantita da un più intenso grado di utilizzo del capitale industriale e del lavoro. Tuttavia, anche su questo aspetto sussistono differenze significative tra i paesi ad alto reddito, segno che i diversi assetti dei mercati del lavoro (istituzionali e normativi) e le diverse politiche economiche adottate hanno inciso significativamente sugli impatti occupazionali.

Tabella 4
La disoccupazione dopo la crisi valutaria – Tasso di disoccupazione negli anni successivi alla crisi (anni 1980-2013)
Fonte: Ameco – Commissione Europea, Banca Mondiale, Eclac CepalStat

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6. Il pericolo della deflazione salariale

Per comprendere cosa potrebbe inceppare una ripresa occupazionale all’indomani di una uscita dall’euro, nonostante il tendenziale miglioramento della bilancia commerciale, occorre esaminare cosa potrebbe accadere sul fronte dei salari.

Qui vi è la preoccupazione maggiore che emerge da questa analisi. Infatti, l’esperienza storica mostra inequivocabilmente che gli effetti delle crisi valutarie sui salari possono essere particolarmente gravi. Per verificare queste conclusioni, consideriamo sia i salari reali (cioè il potere di acquisto dei salari monetari medi dei lavoratori) sia la quota dei salari sul pil (wage share), che mostra quale sia la quota percentuale del prodotto interno lordo che va ai percettori di redditi da lavoro. Come si osserva nella Tabella 5, nei primi tre anni dopo la svalutazione nei 28 casi considerati mediamente si assiste a un calo drastico dei salari reali e della quota salari sul pil, che appare essere principalmente la conseguenza dei processi inflazionistici che generano una redistribuzione dai salari ai profitti e alle rendite.

Naturalmente, ancora una volta è opportuno separare il caso dei paesi ad alto reddito dagli altri. Ebbene, l’effetto è pesante anche considerando solo i paesi ad alto reddito dove – escludendo dall’analisi l’eccezione della piccola Islanda (dove si registrò un forte aumento dei salari reali) – si osserva che i salari reali dopo tre anni continuano ad essere inferiori rispetto al valore registrato nell’anno della crisi valutaria. Soprattutto nei paesi ad alto reddito cade la quota salari del 7,8% in soli tre anni, con un repentino e massiccio effetto redistributivo a danno dei lavoratori. È facile dedurre che la caduta dei salari abbia contribuito a tenere bassa la domanda di beni di consumo interna, a danno dei settori più tradizionali, e ciò abbia frenato significativamente la ripresa occupazionale.

A riguardo può essere significativo ricordare il caso italiano. Come noto, dopo la crisi valutaria del 1993 furono messe in atto politiche salariali restrittive. Ciò limitò evidentemente la spinta inflazionistica, e quindi permise alle esportazioni di continuare a crescere, ma determinò una caduta dei salari dopo tre anni di oltre il 4% e un crollo della quota salari che sfiorò il 9%. Il che spiega il calo della domanda interna e la mancata crescita del nostro paese in quegli anni, oltre alla maggiore disoccupazione. In altre parole, alla luce dei dati sulla crescita del saldo della bilancia commerciale e della diminuzione dei salari reali, è chiaro che in Italia l’aumento della domanda estera è stato sostanzialmente compensato dal ristagno di quella interna con effetti nulli sulla crescita. Si tratta degli effetti complessivi delle politiche di contenimento salariale di allora.

Tabella 5
Salari reali e quota salari sul pil – Valori cumulati nei tre anni successivi alla crisi valutaria (anni 1984-2013)
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Banca Mondiale

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7. Per concludere: l’euroexit non è un toccasana 

La crisi dell’eurozona potrebbe comportare fuoriuscite singole o multiple, autonome o concertate, di paesi piccoli o più grandi, e portare o meno a nuovi accordi di cambio. Naturalmente, non c’è teoria economica o esperienza storica che possa gettare luce con certezza sugli scenari possibili che le diverse combinazioni di queste opzioni determinerebbero. Al tempo stesso, l’esperienza storica ci dice che l’abbandono dell’eurozona da parte di un paese periferico potrebbe costituire una occasione per tornare a crescere. Ma l’euroexit non è un toccasana.

È chiaro che una uscita dall’euro potrebbe aumentare la competitività del paese in questione soprattutto nel breve-medio periodo; poi un po’ per volta l’inflazione eroderebbe il vantaggio competitivo del cambio. Al tempo stesso, i miglioramenti del saldo della bilancia commerciale dovrebbero favorire la crescita, ma è più difficile che aumentino l’occupazione. Molto dipenderebbe dagli assetti del mercato del lavoro, dalle politiche salariali e più in generale dalle politiche economiche poste in essere. Nei casi in cui i salari fossero in qualche misura protetti dall’inflazione, la domanda interna potrebbe non perdere molto smalto e ciò sosterrebbe la crescita e l’occupazione. Laddove, viceversa, i salari non fossero protetti, l’economia verrebbe ad essere maggiormente trainata dalle esportazioni, ma il mercato interno potrebbe risentirne vistosamente, e così anche l’occupazione che molto dipende dai settori tradizionali che soddisfano la domanda interna. In questo caso, l’aumento delle esportazioni genererebbe maggiori profitti, con il rischio di non assistere ad alcun ampliamento dei livelli occupazionali. Al tempo stesso, una svalutazione che si accompagnasse a politiche di sostegno dei salari e a politiche industriali incisive potrebbe sostenere la domanda interna e creare le condizioni per una crescita strutturale della competitività.

Insomma, a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee, con l’abbandono dell’austerità, l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano. E ciò potrebbe anche rianimare l’economia. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono da come si resta nell’euro e, più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali.

 

Per seguire il dibattito sull’euroexit che ha seguito questo articolo su Economia e Politica clicca qui.

 

[1] Rinviamo chi avesse dubbi a riguardo al nostro recente articolo su “Eurocrisi, il conto alla rovescia non si è fermato”, new.economiaepolitica.it, del 2 dicembre 2014.
[2] Questa è anche la previsione del “monito degli economisti”, pubblicato nel 2013 dal Financial Times.
[3] Sviluppiamo in tal senso l’impostazione suggerita da Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini in “Uscire o no dall’euro, gli effetti sui salari”, new.economiaepolitica.it del 19 maggio 2014, e approfondita dai due autori in “Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio”, Rivista di Politica Economica, luglio-settembre 2014; e “Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production”, European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, di prossima pubblicazione.
[4] Questo il valore-soglia cui si fa generalmente riferimento in letteratura.
[5] Il riferimento è alla classificazione dei regimi di tasso di cambio elaborata dal FMI.
[6] Viceversa i paesi a basso reddito hanno sperimentato un deprezzamento superiore al 700%; un valore che però scende intorno al 150% se si esclude dall’analisi la super-deprezzamento messo a segno dallo Suriname nel 1994.
[7] Interessante notare che nei paesi ad alto reddito dopo 5 anni dalla crisi valutaria il differenziale di inflazione erode mediamente il 78% della svalutazione.
[8] A conclusione analogo si giunge prendendo anche in considerazione la media del saldo delle esportazioni nette rispetto al pil nei cinque anni precedenti la crisi valutaria e nei cinque anni successivi. E ciò dimostra che nei paesi ad alto reddito gli effetti positivi della svalutazione tendono ad essere persistenti anche nel medio periodo.

13 Commenti

  1. Interessante articolo.
    Credo che si debba tenere conto della politica fiscale (avanzo primario) per capire meglio i dati. Come fare a capire i dati italiani dopo il 92, se non si tiente conto che l’Italia decise poi di avere tra 93 e 99 i piu’ grandi avanzi primari che una grande economia industrializzata, non produttrice di petrolio, abbia mai avuto nella storia?
    Con detti avanzi primari, senza svalutazione della lira si sarebbe quasi sicuramente andati in recessione prolungata, in disoccupazione elevata, con riduzioni dei salari ancor piu’ accentuate. La domanda estera ha parzialmente salvato la partita.
    Giustamente, come fate notare voi, parlare di politica valutaria, senza parlare della piu’ generale politica economica di un paese, non permette di avere una visione completa.

  2. Estremamente interessante. L’analisi più convincente che abbia letto sin qui, che mette in evidenza con onestà i vantaggi e gli svantaggi dell’uscita dall’euro. Bravi

  3. Eccellente analisi, però secondo me bisognava introdurre una sezione sugli effetti sul debito pubblico, anche se capisco che l’autore si è concentrato sugli effetti finali.

  4. Mi chiedo inoltre cosa potrebbe accadere nel momento in cui un aumento della domanda estera dovesse incontrare un tessuto produttivo semi-desertificato. Vista l’imponente quantità di delocalizzazioni e chiusure di aziende avvenuta negli ultimi anni, l’apparato produttivo italiano sarebbe in grado di cogliere l’occasione offerta da una svalutazione della moneta (prodotta dall’uscita dall’euro) in termini di aumento della domanda e quindi della produzione?
    Un’eventuale uscita dall’euro deve essere ben preparata anche dal punto di vista della reattività del nostro parco produttivo e del suo sviluppo. Per fare ciò potrebbero essere utili politiche mirate all’incubazione e lo sviluppo di aziende in settori ritenuti trainanti nel momento dell’eventuale svalutazione.

  5. L’analisi è sicuramente interessante ma secondo me manca di un punto fondamentale, che inciderebbe fortemente sulle politiche economiche da intraprendere. E’ logico attendersi che in un simile contesto la speculazione finanziaria venderebbe massicce quantità dei nostri titoli di stato e porterebbe come minimo ad un rischio di crisi di liquidità dello Stato Italiano nel breve termine e forse ad un vero e proprio default. Oggi quasi il 40% del nostro debito è in mani straniere e il doverlo pagare in valuta con una simile svalutazione sarebbe probabilmente insostenibile e ne deriverebbe quasi certamente un default perlomeno parziale, con il rischio non solo di non potere attuare politiche di protezione dei salari, ma di dover ridurre drasticamente la spesa pubblica.
    Senza contare che la Banca d’Itala dovrebbe intervenire pesantemente emettendo moneta e questo aumenterebbe l’effetto della svalutazione nonchè i tassi di interesse, rendendo difficile convertire il vantaggio competitivo della svalutazione di breve termine dato dall’export in investimenti che creino posti di lavoro a medio termine. Questa è, a parer mio, una delle motivazioni principali che hanno impedito all’Italia di creare nuovi posti di lavoro durante la crisi dei priumi anni ’90.
    In ogni caso di tratta di un’analisi molto interessante e utile.

  6. Avrei alcune domande per lei, professore
    Quando perla di “economisti al lavoro su complessi modelli previsionali” si riferisce a Bagnai?
    Negli ultimi mesi l’euro ha svalutato molto sul dollaro: non crede che la svautazione residua della “neo-lira” sarebbe relativamente contenuta? (rispetto al dollaro naturalmente, non certo rispetto all’euro o al marco)
    Concordo con lei sul fatto che una eventuale uscita dall’euro dovrebbe accompagnarsi a politiche a sostegno dei salari. La percezione è che in Italia attualmente sia in atto una pesante deflazione salariale ma non ho i “numeri” di essa: può aiutarmi a reperire qualche dato?
    Grazie per la pazienza

    Valter Papini

  7. Se il 2014 fosse preso come anno di riferimento di uscita dall’euro, i confronti con i due anni o tre anni precedenti restituirebbero valori alquanto infedeli. Il pil in media sarebbe caduto solo dell’1,1%, quando sappiamo che dall’inizio della crisi ha perso circa il 9%. Questo per dire che se un confronto va fatto, deve essere fatto valutando i costi che si sopportano per restare nell’unione monetaria (ad esempio: in termini di disoccupazione, che passa dal 6 ad oltre il 13%, il debito pubblico – di cui si chiedeva in un precedente commento – dal 100 ad oltre il 130%, ecc.).

  8. continuo a pensare che sia molto meglio un bilancio pubblico europeo pari al 5% del PIL, finanziato da una imposta generale a valere su tutti i cittadini al fine di eliminare i trasferimenti degli stati, investimenti europei coperti da eurobond e banca europea degli investimenti…. magari si potrebbe leggere anche il contributo Pini-Romano di QEM dell’Università di Ferrara…. vogliamo o non vogliamo l’Europa? poi Realfonzo ha sempre ragione perché è un amico! romans

  9. L’analisi è molto interessante (e molto onesta, cosa rara) ma temo che ci sia una differenza sostanziale rispetto al passato. Oggi i sistemi bancari nazionali sono molto più integrati, la valuta nazionale non esiste più e la politica monetaria è decisa dalla BCE. Inoltre bisognerebbe capire cosa succederebbe al debito delle grandi aziende private che spesso è stato emesso sotto giurisdizioni diverse da quella italiana e quindi non potrebbe essere ridenominato nella nuova Lira.
    Però la crisi attuale, peggiorata dalle politiche di asterità, è stata innescata dalla scarsa competitività del nostro paese, appesantito da una pressione fiscale elevata (in realtà pesantissima su chi paga realmente le imposte), da una pubblica amministrazione mediamente poco efficiente e da una classe politica che ha sempre usato il denaro pubblico a scopi clientelari, come del resto uno dei due autori ha potuto sperimentare personalmente. Quindi per me non ha senso discutere di austerità o uscita dall’euro se prima non si risolvono alla radice le cause dell’attuale crisi. Altrimenti diventeremo un bellissimo paese per andare in ferie, ma un bruttissimo paese dove vivere

  10. Gentili,

    analisi tecnica molto lucida e molto ben argomentata. La domanda di fondo però è una. Ma cosa dobbiamo ancora sopportare per riuscire a capire che, checchè se ne dica, l’impostazione dell’Eurozona e dell’Euro è totalmente sbagliata. Cosa dobbiamo ancora dire se addirittura Stiglitz in un suo ultimo editoriale afferma che se c’è un problema, in UEM, questo non è un paese periferico (cioè Italia o Grecia o Spagna o Portogallo) bensì la Germania stessa, buco nero mondiale? Cosa dobbiamo ancora sopportare, come Europei, come Greci, come Italiani, come Spagnoli, sulla nostra vera pelle, e non sulla carta, per far sì che eminenti studiosi come Voi si rendano conto che è l’Euro il problema e la Sua struttura? Dobbiamo evocare proprio Padoa-Schioppa ed il suo trio inconciliabile (o terzetto incoerente)? Ci rendiamo conto che così facendo si lascia spazio alle destre in un contesto che sarebbe invece puramente di sinistra?

  11. Non sono uno specialista. Analisi equilibrata che condivido .
    1 – Credo però che il problema principale non sia quello di difendere dei livelli salariali degli occupati ma il fatto che questo sistema si regge (o è costretto a reggersi, in questa fase) sulla espulsione della forza lavoro che, se non sbaglio è quella che produce ricchezza col plusvalori. Quindi in qualche modo bisogna urgentemente far lavorare la gente, questa è la priorità assoluta, secondo me.
    2 – L’Europa. Al di là del fallimento delle teorie liberiste, assistiamo ad una sorta di “dittatura finanziaria” che vuol dettare le regole agli stati sovrani (v. ed es. le privatizzazioni di importanti infrastrutture in Grecia, smantellamento del welfare ecc.) sotto il ricatto di aumentare i tassi di interesse. Così come fanno gli strozzini quando rinnovano le cambiali ai loro debitori. Ma si sa, gli strozzini fanno (quasi) sempre una brutta fine. Questo ovviamente è assolutamente intollerabile.
    3 – Tantopiù che la finanza da una parte dice “fate le riforme” (quali non si sa, ma supponiamo su evasione fiscale e corruzione) e nel frattempo fa affari d’oro proprio coi proventi degli evasori e con i corrotti scaricando i costi sul popolo, sulla democrazia.
    4 – Mi chiedo se l’ analisi economica riguarda il caso di uscita dall’euro di un paese solo o anche di un gruppo di paesi pigs.
    5 – Ipotesi di conclusione: o si fa un’europa onesta (anche al sud) e solidale (anche al nord) oppure due: una corrotta ma solidale, l’altra “virtuosa” ed egoista ma con denaro e prodotti (anche finanziari) che non saprà dove collocare.
    6 – In questo secondo caso, però, cambiano anche le prospettive geostrategiche, l’europa del sud sarebbe libera di allacciare nuovi rapporti politici e commerciali con Russia, oriente e mediooriente.

  12. Come sempre, Riccardo Realfonzo da un enorme contributo alla discussione in corso proprio su problemi che troppi analizzano con insufficienza e senza guardare ai dati che il passato ci mette a disposizione. Io sono di sinistra (con la S maiuscola), ma da troppo tempo le discussioni economiche, invece di partire dagli effetti e studiarne le cause, si fanno discussioni accademiche su come si devono interpretare i dati che abbiamo a disposizione. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Gli effetti li vediamo tutti, anche quelli che non capiscono niente di economia. Quali sono state le cause che nel corso di questi ultimi 50 anni hanno portato alla situazione che abbiamo di fronte? Chi ha fatto studi anche rigorosissimi, come il grande economista francese Maurice Allais, premio nobel nel 1988, morto nel 2010, completamente isolato e dimenticato nel proprio paese, come tanti nel mondo, che nessuno conosce perché l’informazione a livello mondiale non fa il suo dovere di informare correttamente i cittadini (anzi), bene Maurice Allais, ha studiato i dati dal 1950 fino al 2003, e poi al 2005, e ha verificato che dal 1974 nel suo paese la quantità di lavoro ha incominciato a diminuire in maniera progressiva.Al di là dei suoi suggerimenti, sicuramente alcuni avvenimenti ci sono sfuggiti. E’ come se sotto il rubinetto abbiamo messo un grande serbatoio nel quale gocciolano quantità ridicole di acqua. Il serbatoio si riempie talmente lentamente che non ci facciamo caso. Ma il tempo passa inesorabilmente e un giorno accade che quel serbatoi si è riempito e conseguentemente, l’acqua incomincia ad uscire. Dopo 50 anni, quello che noi (esseri umani abbiamo fatto, potrà comportare un alluvione, magari ad Olbia, o a Genova. Nel caso domestico l’acqua è uscita dal serbatoio, perché abbiamo trascurato di riparare il rubinetto. Ma nelle questioni di natura economica non è molto diverso. Anche andando ad un passato lontano, Marx già impostava un lavoro sui suoi studi partendo da quello che lui conosceva (del passato non del futuro). I dati del passato forniscono delle conoscenze incredibili, tanto che i grandi economisti spesso, anche se sono di destra e di sinistra (come dice qualcuno) nell’affrontare i problemi reali, confessano che quello che conta è che le teorie devono poi rappresentare gli avvenimenti che si studiano in modo che quegli avvenimenti rientrano nello schema “a quella causa corrisponde quell’effetto”, altrimenti quella teoria va presa e gettata nella spazzatura. Cosa è accaduto in America quando è stato deciso di dare alla banca centrale il potere (privatistico) di stampare moneta? E’ vero che Kennedy ha deciso di bloccare questo tentativo e per questo venne ucciso e, grazie a Jhonson questa decisione è stata cancellata. E’ vero che tale processo di privatizzazione delle banche centrali sono avvenute negli anni 70. E questo processo ha influito, come disse Maurice Allais, alla corsa verso l’aumento sempre maggiore del debito, e che questo processo di aumento dei debiti pubblici a livello mondiale è inarrestabile. Maurice Allais aveva parlato di signoraggio bancario che ha permesso alle multinazionali americane di avere di fatto il potere di stampare moneta (lui chiamava . Questa operazione denaro ex nihilo, ovvero dal nulla). Il denaro che dovrebbe rappresentare il valore dei beni e servizi che vengono prodotti cioé non esiste. Il sistema che conoscevamo non esiste più perché chi ha questo potere può, per aumentare il proprio profitto, aumentare la quantità di moneta da stampare (anche se non viene stampata perché è soltanto di natura esclusivamente contabile e quindi non esiste nella realtà). Questo comporta un modello dove si stampano monete dal nulla per aumentare i debiti. Più debiti si creano e più questi signori aumentano il loro profitto. Basta pensare che la quantità di questo denaro che non esiste supera di ben 15-16 volte il pil mondiale. Maurice Allais aveva per questo detto con forza che il compito di stampare moneta deve ritornare allo stato perché i soldi dello stato appartengono ai cittadini e non ad altri che per fare quello che fa lo stato si fanno pagare e decidono loro quanto denaro deve essere stampato e più ne stampano e più guadagno (altro che fare un servizio alle imprese e ai cittadini). Ma questo, anche se è un fattore negativo eccezionale, non basta. Siamo all’interno di una società che è in piena crisi. Tutte le società come qualsiasi cosa che nasce, crescono, arrivano alla loro massima espansione e poi, inesorabilmente incominciano a decadere e sempre più velocemente arrivano alla loro scomparsa. Questa non è una nostra decisione è un processo che comunque è avvenuto e avverrà sempre anche contro la nostra volontà. Il sistema capitalistico così come lo abbiamo conosciuto può continuare a reggere o invece ha necessità di un suo superamento. Oggi sembrerebbe di sì. Tutti i governi si stanno sforzando per alimentare ossigeno ai sistemi economici perché credono che così riusciremo ancora una volta, e questa volta senza passare attraverso una terza guerra mondiale, a superare le difficoltà che abbiamo come umanità, in un mondo finito che si chiama terra e dove le risorse sono oggettivamente limitate e dove la parte più numerosa della popolazione mondiale si trova in una situazione incredibilmente non molto diversa rispetto a 100 anni fa. E oggi dovremmo invece tutti insieme riprenderci la memoria che serve per guardare al futuro e cercare di trovare un’altra strada che porti al consumo delle risorse naturali del pianeta nel modo migliore possibile, affinché, come dicono anche i cosiddetti liberisti, si consumi di meno (diminuzione dei costi) per stare tutti meglio (aumento dei ricavi), avendo a disposizione le stesse risorse anche per il futuro, pena il consumo globale che porta alla morte di tutti.

  13. E’ assurdo come si continui a parlare di una uscita dall’euro invece di focalizzarsi sui veri problemi dell’Italia.
    Se l’euro ha portato alcun cambiamento, ha fatto sicuramente del bene all’Italia negli ultimi anni. Si pensi unicamente ai tassi di interesse bassissimi (spread vs Bunds ridicoli, per la situazione in cui l’Italia versava) e a cosa sarebbe potuto essere senza di essi.
    Non ci vuole un genio per capire che uno smembramento della moneta unica porterebbe alla svalutazione pesante di tutte le monete EU tranne del Marco, visto che la Germania di fatto e’ l’unica nazione con una economia stabile e seria.

    Se l’Italia producesse energia, allora direi perche no, usciamo e svalutiamo. Ma purtroppo in seguito di una svalutazione ci sarebbe eccessiva inflazione importata, appunto con l’energia. Troppa gente gia fa la fame, mi dite come questo potrebbe migliorare la situazione?

    E’ chiaro solo a me che il mercato del lavoro e’ eccessivamente vischioso, e lo e’ sempre stato?

    La soluzione e’ eliminare le inefficienze e snellire il pubblico – unica cosa in cui Grillo ha ragione (e non bisogna essere eccessivamente intelligenti per capirlo). Ma per il resto e’ tutto facile populismo su concetti troppo complessi per la gente normale da capire.

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