Perchè conviene che l’Europa investa in istruzione e sanità

Giuseppe Fontana* - 11 giugno 2010

Mentre i Paesi europei lottano con difficoltà per cercare di uscire dal collasso finanziario che ha preso il via nell’estate del 2007, e per superare la crisi di sfiducia nell’euro, è con occhi un pò invidiosi che guardiamo ad Est. L’economia cinese resta forte e con ogni probabilità sarà una delle più grandi potenze al mondo nel giro di qualche decennio. Ciò solleva un’interessante domanda: c’è qualcosa che possiamo apprendere dalla Cina per alleviare i postumi della crisi?

Uno degli aspetti più affascinanti della recente esperienza economica in Cina è la combinazione di alti tassi di crescita economica e di una riduzione sostanziale delle disuguaglianze con gli altri paesi più ricchi del mondo. Tra gli anni sessanta e la metà degli anni novanta molti Paesi asiatici hanno compiuto importanti passi avanti in termini di crescita economica. Ma non tutti questi Paesi sono riusciti con successo a ridurre il gap con i paesi più ricchi. Per esempio, mentre alla metà degli anni ottanta il Pil pro-capite in Cina e in India era piuttosto simile, intorno a 800 dollari, nel 2008 è cresciuto fino a raggiungere i 6.000 dollari in Cina, mentre si è arrestato intorno ai 2.700 dollari in India.

In un lavoro scritto in collaborazione con Aurelie Charles e Abhinav Srivastava dal titolo “India, China and the East Asian Miracle: a human capital development path to high growth rates and declining inequalities” – che sarà pubblicato a breve sulle pagine del Cambridge Journal of Regions, Economic and Society – offriamo un contributo alla spiegazione del successo cinese.

Ben consapevoli del rilievo che hanno le dinamiche della domanda aggregata nel sostenere la crescita, nel lavoro in oggetto ci siamo concentrati sul contributo arrecato dai miglioramenti del capitale umano, che in breve è una misura della capacità produttiva dei lavoratori di un Paese. Il capitale umano viene generalmente misurato attraverso la capacità della forza lavoro di contribuire alla crescita della ricchezza di un Paese. Questa capacità viene principalmente acquisita attraverso due fattori, l’istruzione e il benessere fisico (il quale a sua volta deriva da una buona salute e dunque da una adeguata alimentazione). In sostanza, questi fattori si traducono in una vita più sana e più lunga, e tutto ciò si concretizza generalmente in un lavoro migliore e in migliori condizioni lavorative.

Nella ricerca abbiamo analizzato tre indicatori del capitale umano: il reddito personale, i benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e quelli determinati dal livello di istruzione della popolazione, per alcuni Paesi asiatici, inclusi Cina ed India, negli ultimi tre decenni. A tal proposito, nel lavoro viene precisato che alcuni indicatori chiave dei benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e dal livello di istruzione, come ad esempio l’aspettativa media di vita ed il tasso di alfabetizzazione , mostrano che il livello di benessere fisico ed il livello di educazione della popolazione in Cina è migliorato molto nel corso degli ultimi degli ultimi 30 anni. Viceversa l’India, come mostrano gli indicatori chiave che misurano i benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e dal livello di istruzione indicano, è rimasta considerevolmente indietro rispetto alla Cina, sebbene anch’essa abbia conosciuto alcuni miglioramenti. Inoltre, a partire dalla metà degli anni 80, i salari reali – in altre parole i beni e servizi che è possibile comprare con il proprio reddito – dei lavoratori del settore manifatturiero in Cina sono cresciuti notevolmente, mentre in India si sono ridotti.

È interessante anche notare che nel 1980 il valore di beni prodotti da ogni persona impiegata nel settore manifatturiero – ciò che gli economisti chiamano produttività del lavoro – era tanto in India quanto in Cina appena al di sotto dei 2.000 dollari. Nel 2006, la produttività del lavoro nel settore manifatturiero ha superato la soglia di 12.000 dollari per lavoratore in Cina, mentre in India è cresciuta molto meno toccando un livello di poco superior ai 4.000 dollari per lavoratore.

In effetti, la ricerca mostra che i lavoratori manifatturieri cinesi, con più denaro nelle loro tasche, hanno investito parte del loro salario nel migliorare il livello di assistenza sanitaria e di accesso all’educazione per sé stessi e per le loro famiglie. Tutto ciò ha creato un circolo virtuoso: una forza di lavoro meglio pagata, che gode di un più alto livello di benessere fisico, di un maggior livello di istruzione, diviene più produttiva e questo rende possibile ulteriori investimenti nel settore della sanità e dell’educazione, i quali migliorano ulteriormente la produttività del lavoro. Viceversa, in India questi investimenti nel settore della sanità e dell’educazione non sono stati realizzati, ed anche per questo il Paese non ha potuto sperimentare un livello di crescita economica analogo a quello cinese.

Ritornando ai Paesi europei, ed alla loro difficoltà nel superare tanto gli effetti deleteri della crisi finanziaria quanto la crisi di sfiducia nell’euro, crediamo ci siano importanti lezioni che essi possono apprendere dalla Cina. Avere una forza lavoro ben pagata, con un più alto livello di benessere fisico ed un maggior livello di istruzione, rende i lavoratori più produttivi e il paese più ricco. Insomma, mentre i responsabili della politica economica europea si concentrano esclusivamente sui tagli alla spesa pubblica, ignorando gli effetti depressivi che questi in generale hanno sulla domanda aggregata, l’esperienza cinese degli ultimi decenni ci insegna che è particolarmente importante sostenere il settore dell’istruzione e della sanità.

Naturalmente, il modello cinese non rappresenta la cura miracolosa per i nostri problemi, ma quella esperienza dimostra che ridurre la spesa pubblica in settori vitali quali sanità ed educazione certamente prolungherà i dolorosi postumi della crisi che stiamo cercando di neutralizzare. Sacrificare gli investimenti nel settore sanitario e dell’istruzione significherebbe sacrificare il futuro dell’economia europea.

*Università del Sannio e University of Leeds

2 Commenti per questo articolo

  1. Emanuele Pillitteri Says:

    La ricerca di cui parla l’articolo mi sembra che possa valere per paesi in “riterdo” di sviluppo economico e sociale. per noi credo che il discorso valga fino ad un certo punto. In Italia la formazione è sicuramente ad un livello abbastanza alto. Perè una considerazione va fatta: quanti sono i nostri giovani laureati o diplomati in cerca di prima occupazione e che per disperazione si accontentano di lavori sicuramente sottoqualificanti da un punto di vista professionale, vdei quanti ragazzi/e lavorano nei call center. Allora non si può dire che bisogna puntare sulla rafforzamento della formazione quando si finisce per fare dei lavori per cui la scuola dell’obbligo è più che sufficiente.
    Impieghiamo “bene” prima di tutto i nostri diplomati/laureati e poi si possono fare tutte le discussioni che si vogliono su quali parametri puntare per lo sviluppo economico del paese.

  2. lino rossi Says:

    tutto bene, tutto condivisibile.
    ma a quale “sanità” facciamo riferimento?
    quella di big-pharma e del sottomesso SSN, quella che pretende di curare avvelenando ulteriormente cronicizzando sistematicamente ciò che cronico non è, oppure quella che mira alla reale guarigione?