Tempo di “falchi” a Palazzo Koch

Tempo di “falchi” a Palazzo Koch

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«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.

Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri. Draghi tuttavia si guarda bene dal chiarire che questi squilibri sono in larga misura dovuti alla politica iper-competitiva e ultra-restrittiva della Germania, da tempo orientata a schiacciare i salari e la spesa interna in modo da reprimere le importazioni di merci dall’estero, e a favorire invece la penetrazione delle merci tedesche nei mercati dell’eurozona. Attraverso questo sistematico eccesso di vendite sugli acquisti la Germania accumula crediti verso l’estero. Essa quindi non contribuisce allo sviluppo economico europeo, ma anzi paradossalmente si fa trainare dai paesi più deboli dell’unione monetaria, tra i quali spiccano la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la stessa Francia. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dai tedeschi più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti verso la Germania.

E’ significativo che Draghi non accenni a questo enorme problema, che da tempo mina alle fondamenta l’intero progetto di unificazione europea. Quando si tratta di analizzare la crisi a livello globale, egli dichiara senza mezzi termini che per uscirne sarebbe necessaria «una forte espansione della domanda interna da parte dei paesi che hanno accumulato ampi avanzi esterni», e cioè soprattutto da parte della Cina[1]. Tuttavia, quando passa ad esaminare il quadro europeo, il governatore preferisce ripetere diligentemente il verbo delle autorità tedesche, affermando che tocca solo ai paesi debitori farsi carico del riequilibrio, attraverso strette alla spesa pubblica, contenimenti dei salari, aumenti della età pensionabile e ulteriori riduzioni delle tutele dei lavoratori. Il governatore arriva persino a sostenere che «l’impegno a raggiungere un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche, in caso di inadempienze». In altre parole, chi non si adegua alla linea indicata dai tedeschi dovrà perdere il diritto di voto in Europa. Al pari di Padoa Schioppa e di Bini Smaghi, anche Draghi sembra dunque improvvisamente desideroso di concorrere al titolo di banchiere più “falco” dell’Unione. A voler esser tendenziosi, potremmo avanzare il sospetto che tutto questo sgomitare a favore della politica restrittiva si spieghi con la scadenza del mandato di Trichet, e con la volontà di ingraziarsi i tedeschi in vista della prossima nomina del nuovo governatore della Banca centrale europea. Ma se anche non si volesse cedere alla tentazione di pensar male, resterebbe da capire in che modo un simile orientamento possa ritenersi compatibile con i fondamentali interessi economici dell’Italia, degli altri paesi periferici e in fin dei conti della intera Unione europea. A questo riguardo lo stesso Draghi riconosce che nel 2009 si è verificato un boom dei fallimenti tra le imprese italiane, pari a un quarto in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato allarmante, che accomuna l’Italia agli altri paesi deboli dell’Unione. Esso sta ad indicare che la crisi non solo colpisce i lavoratori ma mette anche fuori mercato moltissime imprese situate nelle aree periferiche del continente. Di certo la notizia verrà accolta con favore dagli imprenditori tedeschi che contano di uscire vincenti dalla crisi, con meno sindacato e meno concorrenza estera a intralciarli. Le rappresentanze politiche del capitale tedesco sembrano in sostanza disposte a concepire l’Europa solo nei termini di una Germania allargata, che basi la sua strategia di sviluppo esclusivamente sulla competitività e sulle esportazioni nel resto del mondo. In base a questa visione, i paesi periferici dell’Unione dovrebbero progressivamente ridursi al rango di fornitori di manodopera a basso costo, o al limite di azionisti di minoranza in uno scacchiere capitalistico a stretto controllo tedesco. In effetti, fino a quando c’erano i boom speculativi della finanza statunitense a trainare l’economia mondiale l’idea di una “grande Germania” votata all’export poteva avere una sua pur feroce logica. Adesso però che la locomotiva americana si è inceppata tale progetto risulta estremamente azzardato. Esso infatti crea le condizioni per un avvitamento generale della crisi, che potrebbe scatenare una deflazione da debiti paragonabile a quella degli anni Trenta. Se ciò avvenisse l’intero progetto dell’unità europea crollerebbe. E la principale responsabilità di un simile fallimento sarebbe da imputare non tanto alle spese eccessive di Grecia e Spagna, quanto piuttosto alla politica economica tedesca e ai suoi sostenitori, tra cui purtroppo diversi italiani.

Quasi a volersi difendere da una simile accusa, Draghi prova a chiudere le sue considerazioni con una nota di ottimismo sui presunti benefici dell’austerità: «Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi europei. Il Governo dell’epoca presentò un piano di rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai mercati. Fu una lotta lunga […] ma fu vinta, perché i governi che seguirono mantennero la disciplina di bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del Paese». Un piano creduto dai mercati? Il governatore non la racconta giusta. In realtà le tremende strette ai salari, alle pensioni e al bilancio pubblico di quell’anno accentuarono la depressione del reddito nazionale e quindi sollevarono dubbi crescenti sulla capacità di rimborso dei debiti. Esse dunque non frenarono la speculazione ma anzi la alimentarono, favorendo in tal modo l’uscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo e la conseguente svalutazione della lira. I lavoratori pagarono così due volte: prima a causa della politica di austerità e poi a causa della perdita di potere d’acquisto della lira. A quanto pare si sta facendo di tutto affinché la storia si ripeta, in termini forse ancor più violenti che in passato. Una resistenza consapevole a questo andazzo si pratica in primo luogo acquisendo coscienza del fatto che l’austerità non costituisce un antidoto sicuro contro la deflazione da debiti e la speculazione, ma anzi potrebbe a date condizioni favorirle.

[1] In effetti Draghi non è l’unico a sostenere questa tesi. Tuttavia, per quanto diffusa, l’idea secondo cui la Cina dovrebbe farsi promotrice della ripresa mondiale attraverso una espansione della domanda interna non sembra molto convincente. In assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale è difficile che un paese che non emetta dollari accetti di espandere la domanda e di collocarsi in posizione di disavanzo commerciale. Più probabile è l’eventualità di un parziale “sganciamento” dal regime di accumulazione mondiale, tramite combinazioni di politica espansiva interna e protezionismo verso l’esterno. Per un approfondimento, rinviamo a “Finché dollaro non vi separi” (in Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano 2010). Sul rapporto tra la crisi globale e la crisi del sistema monetario internazionale, si veda Lilia Costabile, “The international circuit of key currencies and the global crisis. Is there scope for reform?”, in Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, The global economic crisis: new perspectives on the critique of economic theory and policy, Routledge, London (di prossima pubblicazione).

18 Commenti

  1. bell’articolo. E a pensar male di solito ci si azzecca. Intanto Napolitano insiste dicendo che servono scarifici e che occorre concordia tra i partiti. Ma chiedo al Prof. Brancaccio: ci conviene davvero restare in questa Europa?

  2. D’accordo ,aggiungiamo solo la dietrologica (ma non troppo..) impressione che Draghi – non intervenuto sugli hedge fund nel 2007 (e per ci� sopetto a buona parte dell’estabilishment tedesco),riconfermato all’fsf nel 2008 in piena crisi,prossimo candidato alla bce -sia “gradito” anche a persone potenti fuori dalle istituzioni politiche internazionali.Parliamo di detentori di grandi capitali,ma qui siamo nel campo delle ipotesi.
    Comunque ,� riuscito ad applaudire una finanziaria che non tocca le grandi ricchezze e le aliquote degli alti redditi ma toglie la possibilit� dei 250 euro mensili dell’invalidit� a down,sordomuti,tetraplegici,cardiopatici gravi,ecc.
    Anche questo �,politicamente,Mario Draghi,che lo si sappia chiaro e forte.
    Noi alle prossime manifestazioni saremo in piazza,resta solo questo.
    Saluti e buon lavoro a voi.
    Altromedia

  3. E’ dai tempi del Britannia che attorno a Draghi si � sviluppata una letteratura ‘dietrologica’, oltretutto spesso ben documentata. Per� qui mi sembra che Brancaccio faccia una congettura molto pi� semplice e convincente. Draghi � tra i papabili candidati alla BCE, si sa. E’ ovvio che questa candidatura pu� condizionarlo. E comunque, come Brancaccio dice, indipendentemente dalle intenzioni il problema sta negli effetti. Bini Smaghi e Draghi stanno palesemente assecondando la linea tedesca, che desertifica le periferie e che rischia di distruggere la stessa europa. Ma soluzioni politiche? Nell’ultimo articolo sulla Grecia Brancaccio aveva parlato di possibili future reazioni difensive dei Pigs e al limite di protezionismo. Ma � realistico? io qui vedo una passivit� totale di fronte all’attivismo dei tedeschi e dei loro discepoli. Saluti.

  4. a proposito di evasione, cosa ne pensate della proposta del Fatto quotidiano di applicare una addizionale del 7,5% sui capitali rimpatriati? si pu� fare? grazie!

  5. Vorrei un chiarimento: nell’articolo (di indubbio interesse) si afferma, ad un certo punto, che la “Germania [sarebbe] da tempo orientata a schiacciare i salari e la spesa interna in modo da reprimere le importazioni di merci dall�estero”. Essendo che in Germania ci sono spesso per ricerche (faccio lo storico), e ci ho anche lavorato pi� volte negli ultimi anni come visiting professor, non mi pare proprio che n� i salari, n� il sistema di Sozialstaat col� tuttora vigente siano stati “schiacciati” (francamente ci farei la firma ad avere salari/stipendi e prestazioni sociali [ma anche i prezzi!] vigenti in Germania). � possibile avere un po’ di dati su tale “schiacciamento”, che – senza riscontri materiali – mi pare francamente pi� un presupposto ideologico che un dato di fatto reale?

  6. Altro che ‘presupposto ideologico’… A me sembra che economiaepolitica sia uno dei pochi ambiti in cui le cose che si scrivono possono essere indigeste ma di solito sono ben documentate. All’amico Mantelli faccio notare che non bisognerebbe confondere i livelli salariali con le variazioni salariali. Nessuno nega l’ovviet� che in Germania i salari sono significativamente pi� alti che in Italia. Il problema � che da circa un decennio (secondo me da quando la IG Metall ha iniziato davvero a perdere colpi) in Germania i salari crescono molto meno rispetto alla produttivit�. Questo comporta una caduta dei costi per unit� prodotta tedeschi, a fronte dell’aumento dei costi per unit� prodotta dell’Italia e degli altri PIGS. Il risultato � esattamente quello descritto dal prof. Brancaccio. La Germania potrebbe spendere ma non lo fa, preferendo abbattere i costi. Di conseguenza vende molto e compra poco. Sui dati per esempio si possono guardare quelli OECD riportati proprio in un articolo che � stato gi� citato varie volte: Brancaccio E. (2008), Deficit commerciale crisi di bilancio e politica deflazionista, Studi Economici, 2. Il link � questo: http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2010/04/brancaccio-studi-economici-preliminare.pdf

  7. La tesi dell’articolo di Brancaccio � corretta. Che la Germania abbia fatto deflazione competitiva lo sanno tutti, e lo ammette persino la Commissione europea. Ce lo ricorda un articolo di Cesaratto che riporta proprio i dati della Commissione: ‘Alle origini della crisi europea in corso’ (Quaderni del Dipartimento di Economia politica, Universit� di Siena). L’articolo � scaricabile da qui: https://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1175

  8. Grazie molte a Francesco e a Marcello Pigliaru. Sono esattamente questi i dati che mi servivano! Dato che tra le mie ricerche ci sta l’analisi della politica economica tedesca negli anni Venti e Trenta in rapporto con la politica estera allora condotta da Berlino mi interessa anche individuare eventuale linee di continuit� (parallelamente: discontinuit�) sul lungo periodo (dal Kaiserreich ad oggi). Grazie ancora, leggero e poi magari mi rifar� vivo.

  9. Le risposte agli interrogativi posti da Bruno Mantelli da parte di Francesco e credo, peraltro, coerenti con lo scritto originario di Brancaccio, non mi sembrano del tutto convincenti e cercher� di spiegare il perch�. Mantelli domanda di sapere su quali dati si basa lo �schiacciamento� operato, secondo Brancaccio, sui salari e spesa interna da parte della politica economica tedesca , informazioni che a Mantelli non tornano dato che �francamente ci farei la firma ad avere salari/stipendi e prestazioni sociali vigenti in Germania!�
    Francesco risponde che c�� stata una dinamica molto bassa dei salari perch� la Germania ha puntato sulle esportazioni a scapito della crescita della domanda interna e degli equilibri economici tra i paesi dell�UE e che �non bisognerebbe confondere i livelli salariali con le variazioni salariali�.
    Premesso che la necessit� di non confondere le cose deve essere rettificata nel senso che un livello sociale si misura, insieme se non prima, dai livelli salariali e del welfare e poi dalle dinamiche, mi sembra chiaro che gli interrogativi di Mantelli restano perfettamente in piedi. Francesco chiama in causa, poi, gli effetti sugli altri paesi, in particolare i PIGS, della politica della Germania dove �i salari crescono molto meno rispetto alla produttivit� � e di conseguenza vende molto e compra poco! �.a fronte dell�aumento dei costi per unit� di prodotto dell�Italia e degli altri PIGS � ( che, non dimentichiamolo, hanno tutti livelli retributivi significativamente pi� bassi di quelli tedeschi).
    Premesso che un sistema industriale che riesce ad avere salari relativamente elevati ed essere insieme competitivo non � di per se un difetto, sarebbe difficile pretendere che esso di fermi per un po� in attesa di essere raggiunto da quei paesi partner che non hanno quelle capacit�. Sulla storia e sulle critiche alla politica industriale tedesca, sarebbe interessante riandare, seguendo De Cecco, alle origini negli anni 70 di due secoli f�, a partire da Friedrich List che per affrontare il divario di allora tra Prussia e Inghilterra gioc� con successo la carta dell�istruzione e della ricerca scientifica e cos� � le industrie tedesche nei settori chimico, elettrico e siderurgico superarono ben presto le loro concorrenti britanniche.�. Ma senza arrivare cos� lontano ci potrebbe aiutare anche Cesaratto che nel suo recente studio su �Alle origini della crisi europea� del maggio scorso ci ricorda come �la competitivit� di prezzo � pi� importante per l�Italia e meno per la Germania� e che � Per tutti i paesi, � in realt� la domanda la principale determinante della crescita delle esportazioni, ma, data quest�ultima, la competitivit� di prezzo e la tecnologia fanno la differenza �. Il che significa mettere in evidenza che esiste una specializzazione produttiva basata sull�innovazione tecnologica che da anni in materia di competitivit� fa premio sulle questioni di ordine salariale, almeno tra paesi relativamente avanzati.
    A questa riflessione sarebbe necessario aggiungere quella che, sempre ricorrendo al lavoro di Cesaratto, afferma che �la soluzione ragionevole agli squilibri regionali non sta in una maggiore dinamica salariale della Germania perch� la Germania guarda� – ed � difficile darle torto � �oltre i decadenti confini europei, alla sfida delle potenze economiche emergenti . A questo scopo essa non rinuncer� mai all�accoppiata vincente fra stabilit� interna e competitivit� esterna �. Ma quella sfida non dovrebbe riguardare solo la Germania e se allora questo non � un percorso n� possibile n� ragionevole, le strade alternative non sono molte.
    Sergio Ferrari

  10. Con molto interesse seguo i vostri articoli in questi giorni critici per la stabilit� finanziaria, monetaria ed economica dell’UE. Il sospetto che la BCE fosse uno strumento di politica economica ad uso e consumo della Germania trova palese fondamento negli avvenimenti che stanno accadendo in questi giorni.

    Operando, da consulente, direttamente con le imprese percepisco la drammaticit� di una situazione economica allo stallo che rischia seriamente di scollare il tessuto sociale del Paese.

    La manovra finanziara varata dal governo risulta essere palesemente “depressiva” per il sistema economico, c’� stata imposta perch� molti dicono “abbiamo vissuto per troppo tempo al di sopra delle nostre possibilit�”, prendendo in prestito questa frase dagli Americani che la riferivano alla sproporzionata propensione al consumo della popolazione, ma incongrua alla situazione Europea se, come vogliono lasciare intendere, si riferisce al c.d. stato sociale in voga nel nostro continente.

    Manovra depressiva, svalutazione dell’Euro che, dicono in molti, avr� almeno un effetto positivo sulle esportazioni, ma il rischio inflazione dove lo mettiamo? E in che modo i Tedeschi, storicamente terrorizzati dall’inflazione, risolveranno il problema?

    Occorre seriamente ripensare all’Unione Europea, al suo ruolo politico ai pesi e alle misure degli organi decisionali attualmente sbilanciati a favore della BCE.

    Occorre, in questo momento, sostenere la domanda interna con politiche espansive, � necessario trovare strumenti alternativi e condivisi che possano fermare questo flagello. Nel breve periodo…..perch� nel lungo saremo tutti morti.

  11. L’obiezione di Ferrari mi pare poco chiara, e andrebbe specificata. La questione del ‘livello sociale’ non c’entra niente con il problema dello squilibrio delle partite correnti posto dall’articolo e dai successivi citati. Qui non si parte da idealistici ‘desiderata’. Qui si parte da questioni di solvibilit� che hanno a che fare con l’andamento dei rapporti tra redditi e debiti (pubblici e privati) delle aree periferiche. Io almeno cos� interpreto Brancaccio. Se poi Ferrari sostiene che l’enorme divario che � venuto a formarsi tra produttivit� e salari tedeschi non contribuisce alla stagnazione della domanda e delle importazioni della Germania, la cosa mi pare cos� poco convincente che gradirei un chiarimento. Grazie.

  12. Ma io non vedo qui qualcuno che chiede ai tedeschi la ‘cortesia’ di rallentare. In politica le cortesie non esistono. Forse bisognerebbe anche ricordare che List proponeva il protezionismo, e che solo grazie a quello l’industria tedesca recuper� competitivit� rispetto a quella britannica. Saluti e molti complimenti per la rivista.

  13. Il dibattito mi sembra molto interessante, e mi pare di star imparando parecchio.
    Mi permetto qualche puntualizzazione da storico: List (che per inciso non ricopr� mai alcun ruolo decisionale n� in Prussia n� tantomeno nel Kaiserreich [suddito del Regno del W�rttemberg, non ebbe mai nulla a che fare con il Regno di Prussia; sarebbe poi morto suicida nel 1846!], e le cui tese furono semmai riprese dai National�konomen assai pi� tardi) non proponeva, banalmente, il “protezionismo”, bens� la costruzione di un “grande spazio economico” protetto (Gro�wirtschaftsraum) in cui costruire un’ “economia del grande spazio” (Gro�raumwirtschaft) avendo come modello gli USA (in cui, come democratico convinto, era stato in esilio dal 1825 al 1832). Per inciso, all’epoca Berlino era liberista, era l’assai pi� arretrato Impero d’Austria ad essere protezionista.
    L’UE pu� essere del resto pensata come una “Gro�raumwirtschaft” listiana, mi pare.
    Come una struttura pensata per altro (l’Universit� prussiana, originariamente macchina per produrre funzionari pubblici e pastori evangelici) abbia poi finito per divenire funzionale ad uno sviluppo economico accelerato “e cos� le industrie tedesche nei settori chimico, elettrico e siderurgico superarono ben presto le loro concorrenti britanniche'”, come dice giustamente Sergio Ferrari citando De Cecco, lo ha spiegato assai bene David Landes nel Prometeo liberato, ragion per cui non ci torno.
    Concordo con Roberto sul fatto che l’unica via d’uscita sia un’accelerazione politica, anche perch� ho l’impressione che i ragionamenti che si sono fatti in altro luogo su “economiaepolitica” circa la praticabilit� eventuale di un’uscita dall’euro peccavano a mio parere in un punto, cio� nel presupporre che una misura del genere potesse essere presa nel contesto di un quadro istituzionale immutato, cosa che mi pare improbabile qui e adesso, in presenza cio� di una forza politica territorialmente radicata che non fa mistero della propria freddezza verso l’unit� nazionale. Se l’Italia dovesse uscire dall’euro, cosa tratterrebbe la Lega dal rilanciare con forza assai maggiore la proposta politica della secessione del Nord (forse: del Centronord) sulla base dello slogan che la “Padania” (magari estesa a Toscana, Emilia, Marche, Umbria) ce la farebbe a stare nella zona euro a patto si liberasse dai “pesi morti” da Roma in gi�? Del resto, se non erro i flussi di import export dal Nord (Piemonte compreso, e questo � uno dei motivinper cui la Torino-Lione sembra proprio essere un bidone) sono diretti in prevalenza verso l’area austrotedesca (austrobavarese, volendo).
    Ho l’impressione che, al punto in cui siamo occorra valutare attentamente i possibili effetti dirompenti sul piano politico-istituzionale e non solo sul piano valutario-economico che un’eventuale crisi dell’euro potrebbe avere.
    Ci� potrebbe tra l’altro valere non solo per l’Italia (la pi� esposta) ma anche per altri Stati dove ci siano dinamiche autonomiste radicate (ne so poco, ma forse un sussulto analogo colpirebbe la Spagna: penso all’autonomismo catalano che potrebbe girarsi in indipendentismo).
    Saluti a tutti e grazie per lo scambio di grande interesse.

  14. La paura � sempre stata un tratto caratteristico dei consevatori. Deve esserlo. Non si pu� essere conservatori se non si � mossi anche da paura. Tutte le volte che mi sono trovato ad essere fortemente conservatore (contro la distruttiva riforma dell’Universit� realizzata da Berlinguer; oggi contro il rischio che i dipartimenti divengano competenti a costituire corsi di laurea? Non � il principio che conta. Sono le conseguenze che potrebbe avere l’applicazione del principio nella situazione data) sono stato mosso da un grande sentimento di paura.

    Quale paura ha Brunello Mantelli?

    In Italia c’� una forte forza politica che non fa mistero della propria freddezza nei confronti dell’Unit� nazionale?
    Vuol dire che gli altri partiti avranno pi� a cuore l’unit� d’Italia e la sovranit� nazionale. Vuol dire che tanti Italiani del Nord diverrebbero in primo luogo antileghisti. Vuol dire che tra gli uni e gli altri vi sarebbe conflitto. Vogliono liberarsi dei pesi morti del sud? E cosa direbbero i milioni di cittadini del sud che vivono al nord? E cosa direbbero i cittadini del nord che scoprirebbero all’improvviso di essere divenuti patriori?
    Vuol dire che vi sarebbero buone possibillit� che “salti” il partito unico delle due coalizioni, che da venti anni governa l’Italia? Vi sarebbe un grande centro (espressione troppo nobile per designare ci� che accadrebbe)?Sarebbe forse possibile (oggi giuridicamente non lo �)strutturare l’ordine giuridico dell’economia in senso simile a quello dei gloriosi trenta anni (� l’obiettivo dei redattori di questa rivista, mi sembra)? Sarebbe possibile che sorga un significativo partito che voglia promuovere in Italia un ordine giuridico dell’economia certamente socialista ma non produttivistico in senso assoluto e soprattutto non consumistico?
    Di che cosa, Brunello, dobbiamo avere paura?

  15. Marcello Pagliaru mi chiede un paio di chiarimenti . Il primo riguarda, se ben capisco, la battuta sul livello sociale che �non c�entra niente con il problema delle partite correnti�.�. Poich� mi sembra di avere citato il livello sociale ma non con riferimento al problema delle partite correnti, non saprei francamente da dove incominciare per dare un possibile chiarimento.
    Pagliaru afferma poi che �Se poi Ferrari sostiene che l�enorme divario che � venuto a formarsi tra produttivit� e salari tedeschi non contribuisce alla stagnazione della domanda e delle importazioni della Germania , la cosa mi pare cos� poco convincete che gradirei un chiarimento.� . Anche in questo caso in materia di produttivit� e di salari ho detto cose che attengono, come penso i lettori potranno verificare, a questioni del tutto diverse. Non necessariamente da condividere ma sono quelle e non altre.
    Colgo l�occasione per segnalare a Brunello Mantelli un agile libretto di Christopher Freeman � La creativit� scientifica nello sviluppo economico – Di Renzo Editore � 1998. Contiene un capitoletto dedicato Friedrich List. Se gi� lo conosce, chiedo scusa.

  16. Caro Stefano, la fai un po’ troppo facile! Lo shock per un’uscita dall’euro sarebbe tale da far schierare pro Lega/secessione settori abbastanza larghi della popolazione del Nord (ivi compresi numerosissimi immigrati dal Sud, tra cui gi� oggi la Lega pesca a man salva, non c’� da farsi illusioni). Pi� che il crack delle due coalizioni mi pare ci sia da prevedere una possibile dinamica da guerra civile. Del resto la crisi della Jugoslavia � cominciata quando le aree ricche del Nord (Slovenia e Croazia) hanno cominciato a non voler pi� farsi carico delle zone povere del Sud (Macedonia, parte della Bosnia, Kosovo). E si � visto come � finita. Piuttosto, � possibile pensare ad una uscita virtuosa dalla crisi che non preveda la dissoluzione dell’euro? E se s� come?
    PS: grazie a Sergio Ferrari per l�indicazione bibliografica. Non, non conoscevo il volume di Freeman, lo cercher� (anche se l�avessi gi� letto l�indicazione sarebbe stata preziosa lo stesso. Repetita juvant).

  17. Salve, vorrei sapere da quali dati � supportata l’idea che la Germania attui una politica volta a deprimere i salari per migliorare la competitivit� e diminuire le esportazioni.
    Gli unici dati che riesco a trovare mostrano una tendenza diametralmente opposta.
    Grazie

  18. Mi spiace ma � proprio come dice l’articolo. La Germania ha una dinamica dei salari in rapporto alla produttivit� tra le pi� basse di Europa. Basta guardare i dati OCSE riportati in Brancaccio E., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, Studi Economici, 2008, 3 (scaricabile qui: http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2010/04/brancaccio-studi-economici-preliminare.pdf). E la stessa Commissione Europea conferma. I suoi dati sono riportati qui: https://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1175. Chi non � un economista si meraviglia perch� tende a pensare la Germania come paese degli ‘alti salari’. Ma il punto qui non sono i livelli salariali assoluti. Il punto riguarda le dinamiche dei salari in rapporto alla produttivit�, che in Germania sono bassissime rispetto agli altri paesi.

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