L’università che piace a Confindustria

L’università che piace a Confindustria

CONDIVIDI
-

Con la conversione del decreto-legge n.180 sul “diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”, l’onda controriformatrice del duo Gelmini-Tremonti si abbatterà sull’Università pubblica con una decurtazione del fondo di finanziamento ordinario che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunge nel 2011 gli 835 milioni. Coperta dalla retorica del merito e dal vincolo dei conti pubblici in ordine, origina da un’impellente necessità di larga parte del sistema industriale italiano: dequalificare e depotenziare il sistema formativo per disporre di manodopera già ‘disciplinata’ al momento della laurea e, dunque, già in quella fase ben disposta ad accettare condizioni di sottoccupazione e bassi salari. Nulla a che vedere, dunque, con la lotta al nepotismo. D’altra parte, individuare una ‘casta’, nell’Italia degli ultimi anni, sembra essere una buona strada per guadagnarsi da vivere, speculando sul populismo diffuso. Dispiace vedere che uno studioso influente come Roberto Perotti si sia prestato a questo facile gioco, andando ad analizzare le omonimie presenti nelle maggiori Università italiane, e scoprendo – cosa che nessun accademico negherebbe – che purtroppo il nepotismo negli Atenei italiani è diffuso. Lo studio di Perotti (accessibile nel sito on-line lavoce.info) trascura un elemento di buon senso, ovvero il fatto che – soprattutto in ambito scientifico – è piuttosto ragionevole pensare che, almeno in alcuni casi, il figlio di un professore abbia un vantaggio posizionale in Università rispetto al figlio di un non cattedratico, se non altro per il fatto di essere cresciuto in un ambiente che gli ha fornito gli strumenti culturali per affrontare gli studi e la ricerca scientifica. D’altra parte, la storia della scienza è ricchissima di omonimie. E stupisce che quasi nessuno faccia pubblicamente notare che l’Italia è familista a partire dalla sua imprenditoria, e che la stessa imprenditoria privata, peraltro largamente sussidiata dallo Stato, premia, di norma, tutto fuorché il merito. Il che evidentemente non significa legittimare l’esistente nelle Università italiane: significa semmai opporsi a quegli attacchi al sistema formativo pubblico che sembrano motivati non da nobili finalità moralizzatrici, ma dal più prosaico obiettivo di ridistribuire risorse a vantaggio degli Atenei privati.
L’OCSE certifica che l’Italia, al 2007, spende circa duemila euro in meno per studente rispetto alla media europea, e l’ultimo rapporto Almalaurea stima che – fatto pari a 100 il reddito percepito da un neolaureato italiano nel 2001 – nel 2007, con il medesimo titolo di studio, si guadagna 92. Lo stesso rapporto accerta che, a un anno dal conseguimento del titolo, solo il 45% dei laureati di primo livello risulta occupato, a fronte di un tasso di occupazione dei laureati pre-riforma superiore di circa 9 punti percentuali. A un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 39 laureati su cento, con una retribuzione mensile netta pari in media a 993 euro. Si consideri anche che nel 2003 un laureato italiano guadagnava annualmente in media 2.500 euro in più rispetto a un diplomato di scuola media superiore, mentre, ad oggi, lo stipendio di un diplomato si avvicina al 90% di quello di un laureato. L’ “indice di qualità del lavoro svolto”, che cattura la percezione della coerenza delle competenze acquisite rispetto a quelle richieste in azienda, calcolato in un intervallo 0-100, oscilla, in media, intorno al valore di 50.
E’ già quindi in atto un processo di ‘adeguamento’ delle retribuzioni sui livelli più bassi, che configura il preoccupante amplificarsi della sottoccupazione intellettuale: acquisita la laurea, si lavora per mansioni non adeguate alle competenze acquisite, con bassi salari, o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. Al 2007, sono 240.000 i laureati meridionali emigrati, dei quali 120.000 si dichiarano emigrati permanenti. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende, in primo luogo, dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea. In secondo luogo, soprattutto per effetto della comparazione dei redditi e della tipologia di impiego fra laureati di generazioni diverse, riducendosi i salari della generazione passata si riduce il salario di riserva della generazione presente, ovvero la minima retribuzione che si è disposti ad accettare per una data tipologia di impiego. Il ‘laureato scoraggiato’ entra così a far parte dell’ampia platea di lavoratori sottopagati, ritenendo, peraltro, che la sua condizione sia da imputare ai lavoratori più anziani perché più protetti. Vi è ben poco di nuovo in questa storia: la segmentazione della forza-lavoro è una condizione essenziale per la riproduzione capitalistica, così come il divide et impera lo era per la sopravvivenza dell’impero romano.
E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per sporadiche eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. In più, la delegittimazione e il depotenziamento del sistema formativo pubblico serve anche a indebolire i segnali di status tradizionalmente connessi al titolo di dottore, così da ridurre ulteriormente le aspettative di reddito e poter impiegare forza-lavoro qualificata per bad jobs. In fondo, si tratta della presa d’atto da parte del nostro sistema produttivo di ciò che lucidamente e di recente ha messo in evidenza Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 10 novembre: ovvero che siamo ben lontani dall’essere una società post-industriale, fondata sul sapere, nella quale come tanta letteratura degli anni della new economy ha inteso far credere il principale input è la conoscenza. Il corollario – per nulla irrilevante – è che continuare a scommettere sulla competitività dei nostri prodotti mediante deflazioni salariali, anche ottenute tramite la dequalificazione del titolo di studio, mentre la produttività del lavoro è in crescita relativa nei Paesi centrali del continente con i quali competiamo, è un’opzione a dir poco miope per la considerazione piuttosto ovvia che l’alta qualità del lavoro è un presupposto essenziale per la crescita economica e il recupero della competitività internazionale dei nostri prodotti. Non ci troviamo però di fronte a qualcosa di nuovo nella storia del nostro capitalismo, dove, come già scriveva Arturo Labriola agli inizi del Novecento, “ciò che interessa è avere non tanto buoni operai, quanto operai buoni”.