Debito pubblico, una questione di interessi

Debito pubblico, una questione di interessi

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Il dibattito sul debito pubblico italiano raramente ha brillato per lucidità. Senza voler riprendere la sterminata letteratura che lo riguarda, possiamo affermare che, in prima approssimazione, si affrontano due schieramenti: da un lato c’è chi ritiene che di esso non ci si debba preoccupare troppo e sostiene tale tesi a dispetto dell’evidenza; dall’altro ci sono quelli che lo considerano invece un problema, con sfumature anche molto diverse per quanto riguarda la sua rilevanza.

Sulle cause dell’esplosione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo se ne sono sentite di tutti i colori: per i moralisti “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”; per i giustizialisti “sono i lavoratori autonomi che non pagano le tasse”; per i futuristi “viviamo sulle spalle delle future generazioni”; per gli austeritisti “c’è troppa spesa pubblica”; per gli integerrimi “è tutta questione di corruzione”; per i giovanilisti “si spende troppo per le pensioni”; e così via, ben oltre ogni limite d’immaginazione.

Vi è, tuttavia, un aspetto curioso che accomuna una buona parte dei commentatori che si (pre)occupano del debito pubblico italiano: essi sembrano nutrire uno scarso interesse verso le cifre che caratterizzano questo aggregato. In particolare, sembra esservi una relazione di proporzionalità inversa tra la veemenza con cui ci si scaglia contro il debito pubblico e l’interesse a capire come esso abbia raggiunto le dimensioni attuali. Insomma, siamo nel tipico caso in cui ci si guarda bene dall’esaminare i numeri per evitare di offendere rispettabili opinioni precostituite.

Eppure, ricostruire la dinamica del rapporto tra debito pubblico e PIL, anche per sommi capi come fatto nel presente lavoro, risulta sommamente istruttivo. E, a mio parere, fornisce preziose indicazioni sulla direzione da intraprendere per ottenere l’auspicata riduzione di tale quoziente.

debito pubblico italia

Il parametro considerato per svolgere l’analisi è stato il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, nella convinzione che questo esprima meglio di altri l’effettivo onere posto a carico delle finanze pubbliche, oltre a rappresentare la metrica più nota di misurazione di tale aggregato.

Ho pensato che fosse opportuno calcolare il peso delle determinanti che hanno condotto un Paese come l’Italia, contraddistinto da un sistema economico sufficientemente evoluto, ad accumulare una quantità di debito così elevata in un lungo periodo di (relativa) pace. A questo scopo, ho sviluppato lo studio a partire da una formula descrittiva della dinamica temporale del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo[1], così che la situazione all’anno 1 sia legata a quella dell’esercizio precedente (anno 0) secondo la relazione:

determinanti debito pubblico italia

dove:

D         = ammontare del debito pubblico

Y         = prodotto interno lordo a valori nominali

INT     = interessi passivi pagati dalla Pubblica Amministrazione

SP       = saldo primario dei conti pubblici (entrate – spese al netto degli interessi)[2]

PRIV  = proventi da privatizzazioni

VERS = contributi versati dall’Italia per gli interventi di salvataggio europei (EFSF, ESM, accordi bilaterali)

RES    = residuo a quadratura

g          = tasso di crescita reale del PIL italiano

p          = deflattore del PIL italiano

La variazione del rapporto tra debito pubblico e PIL è stata scomposta attribuendone una quota a ognuna delle sue determinanti[3], in modo da capire il ruolo che vi hanno giocato e come esso sia evoluto nel tempo. Il contributo di ognuna delle variabili elencate (con l’ovvia eccezione del debito stesso e dell’ammontare del PIL) è stato calcolato isolandolo da quello delle altre, secondo il principio ceteris paribus. Gli effetti derivanti dalle correlazioni tra tutte le variabili sono stati invece sommati algebricamente alla componente residuo (RES) e, per semplicità di lettura, rappresentati nell’unica voce “Residuo e correlaz.”. I calcoli sono stati eseguiti partendo dal valore Debito/PIL della fine del 1979 ed esaminando le variazioni intervenute nell’intervallo temporale dei 37 anni che vanno dal 1980 al 2016[4].

Per comodità di lettura, ho suddiviso tale arco temporale in decenni, in modo da offrire uno sguardo differenziato in relazione al diverso quadro economico e politico di ogni epoca (al quale si farà solo un fugace riferimento nei commenti). Pertanto, lo studio delle determinanti dell’evoluzione del rapporto tra debito pubblico e PIL è stato suddiviso nei seguenti periodi:

  • 1979 – 1989: la parte terminale della prima repubblica;
  • 1989 – 1999: la fine della guerra fredda, l’inizio della seconda repubblica e l’ascesa del processo di globalizzazione;
  • 1999 – 2009: il consolidamento del processo di globalizzazione, lo scoppio della crisi subprime e la grande recessione;
  • 2009 – 2016: la crisi dei debiti sovrani e la deflazione nell’Eurozona.

La tabella seguente riporta la sintesi dei vari contributi[5] alla dinamica del rapporto debito pubblico / PIL per ogni decennio e il loro totale nel periodo 1980 – 2016. I numeri esprimono l’aumento (segno positivo) o la diminuzione (segno negativo) del rapporto attribuibile ad ogni variabile nel decennio specificato (l’ultima riga non è altro che il totale di colonna).

determinanti debito pubblico italia tabella

In dettaglio:

1979 – 1989: la parte terminale della prima repubblica.

In questo periodo, il peso del debito pubblico sul PIL è cresciuto di ben 32 punti percentuali. Il fattore determinante tale crescita è rappresentato dagli interessi passivi (+80,6 punti di PIL). Altri 50,1 punti sono da attribuire al disavanzo primario. Discreto il contributo alla discesa del parametro da parte della crescita reale del PIL (-18,1 punti) e rilevante quello del deflatore del PIL (-67,4 punti) legato al tasso di inflazione piuttosto robusto di quegli anni.

1989 – 1999: la fine della guerra fredda, l’inizio della seconda repubblica e l’ascesa del processo di globalizzazione.

Il quadro cambia con l’avvento degli anni ’90. La manovra del governo Amato nel 1992 e la rincorsa per l’aggancio alla moneta unica europea, imposta dai governi dell’Ulivo a partire dal 1996, mutano la struttura dei conti pubblici, che tendono a presentare avanzi primari anche consistenti. Cosicché, mentre la componente interessi passivi accentua la sua pressione verso l’alto sul rapporto debito / PIL (+ 106,7 punti), il saldo primario viene a cambiare di segno diventando un elemento di contenimento del peso del debito (-27,4 punti). Si entra, inoltre, nel periodo delle privatizzazioni delle aziende pubbliche, sebbene dai dati emerga che il loro contributo alla riduzione dell’incidenza del debito non sia stato determinante (-6 punti nel decennio).

La crescita reale del PIL rispecchia sostanzialmente il contributo dato nel decennio precedente (anche se è inferiore di circa 4 punti). Invece, la spinta contenitiva del deflatore del PIL appare meno efficace (solo 42 punti di riduzione contro i -67,4 del periodo precedente), probabile conseguenza del convergere dell’inflazione italiana verso la media europea.

Nel complesso, negli anni ’90 del peso del debito pubblico sul PIL è aumentato di quasi 22 punti.

1999 – 2009: il consolidamento del processo di globalizzazione, lo scoppio della crisi subprime e la grande recessione.

In questo decennio, l’allineamento dei tassi di interesse in prossimità di quelli dei Paesi core dell’Unione Monetaria permette di contenere la spinta all’incremento della voce interessi passivi (51,9 punti di PIL rispetto ai 106,7 della decade precedente). Scende anche la forza contenitiva dell’avanzo primario (-19,1 punti contro -27,4) e non manca il contributo dei proventi da privatizzazioni, anche se rimane su valori sostanzialmente marginali.

Vi è, però, una rottura con il passato: si riduce drasticamente la capacità della crescita reale del PIL di contenere l’incremento del peso del debito. Appena -5,2 punti, anche in conseguenza della “grande recessione” del 2009. La stessa componente inflattiva (deflatore del PIL) appare meno incisiva, dimezzando il suo effetto di abbattimento del peso del debito rispetto al decennio precedente.

In questa decade comunque un miglioramento evidente c’è se la crescita dell’incidenza del debito pubblico sul PIL è limitata a meno di tre punti percentuali.

2009 – 2016: la crisi dei debiti sovrani e la deflazione nell’Eurozona:

Questo periodo si presenta come uno dei più difficili per l’economia italiana. Nel 2010 scoppia la crisi del debito greco, seguita dalle difficoltà di Irlanda, Portogallo, Cipro e successivamente Spagna. Nel 2011 le tensioni si scaricano anche sull’Italia i cui titoli di Stato sul mercato secondario si deprezzano rapidamente.

In questi sette anni il peso del debito pubblico sul PIL aumenta di oltre 19 punti, portandosi al livello record del 132%. Ancora una volta sono gli interessi passivi a guidarne l’aumento. La politica di bilancio (saldo primario) non va oltre una riduzione di 9,7 punti; irrilevante è il contributo delle privatizzazioni, mentre i versamenti effettuati ai fondi di salvataggio europei (e quelli bilaterali alla Grecia) appesantiscono il rapporto di 3,6 punti.

A causa del biennio di recessione (2012 – 2013) sperimentato sotto l’esecutivo Monti, l’effetto della “crescita” reale del PIL cambia di segno e, addirittura, determina un leggero incremento del parametro in esame. Nello stesso tempo, però, la deflazione in cui cade il nostro Paese (e l’Europa) limita drammaticamente anche il contributo stabilizzatore del deflatore del PIL che si riduce a solo -8,5 punti.

Qualche considerazione finale.

È difficile sfuggire al dato più rilevante evidenziato dall’analisi: in tutto il periodo e in tutti i sottoperiodi esaminati, il principale (quando non l’unico) fattore di crescita del rapporto tra debito pubblico e PIL è rappresentato dagli interessi passivi. Il saldo primario, con l’eccezione del primo decennio, ha costantemente contribuito a ridurre il peso del debito sul PIL, in particolare durante il percorso di aggancio alla moneta unica europea. E questo ha rilevanti implicazioni sui meccanismi di genesi del debito, non essendo stata tanto la spesa pubblica (pensioni, sanità, etc.) o la scarsità di risorse fiscali a gonfiare il debito, bensì gli interessi pagati su quel debito stesso. Questa prova dovrebbe mettere una pietra tombale sul cicaleccio di quanti si ostinano a sostenere che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, che “ah, le pensioni di anzianità”, che “non ci possiamo permettere la sanità pubblica” e altre corbellerie di tal fatta. In tutto il periodo esaminato, lo Stato italiano si è dissanguato non tanto per garantire ai propri cittadini migliori e più numerosi servizi ma piuttosto, perversamente, per corrispondere una generosa remunerazione ai propri finanziatori (sia nazionali che esteri).

In questo panorama, la scelta di tagliare la spesa pubblica per pagare gli interessi sul debito appare in una luce affatto nuova. Non una asettica necessità derivante da imperscrutabili meccanismi tecnici, bensì la decisione di penalizzare le fasce meno abbienti della popolazione per continuare a garantire un soddisfacente reddito ai creditori del debito pubblico nazionale.

Inoltre, i dati ci dicono che il più efficace strumento per contenere l’aumento del peso del debito non sarebbe affatto la crescita economica (con buona pace di tutti i “crescitisti”), bensì il deflatore del PIL (assimilabile, per certi versi, all’inflazione). Purtroppo, guardando al futuro, non sarebbe bene fare molto conto sul deflatore del PIL come strumento per limitare il peso del debito sul PIL (peraltro, per diverse ragioni che non è possibile esaminare qui, non sarebbe neanche desiderabile). Infatti, appare difficile immaginare una ripresa dell’inflazione a causa dell’attuale panorama di modesta dinamica economica e, soprattutto, nel quadro di un’Unione Monetaria che premia le economie più efficaci nel ridurre le retribuzioni (e le tutele) dei lavoratori. Finché la via maestra per aumentare la competitività dei sistemi produttivi nazionali sarà considerata la compressione salariale, vi sono poche probabilità di vedere i prezzi al consumo riprendere una dinamica fisiologica.

Da qui l’utilità di ragionare in termini di rendimento reale dei titoli pubblici. Infatti, se prendiamo in esame i due contributi alla variazione del rapporto tra debito pubblico e PIL quali la spesa per interessi e il deflattore del PIL, otteniamo una approssimazione (dal punto di vista logico) del contributo ascrivibile al rendimento reale dei titoli pubblici. L’evoluzione di tale valore nell’arco di tempo in osservazione è rappresentata nel grafico sotto[6]:

interessi e debito pubblico italia

Si noti come fino al 1983, ancora due anni dopo il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, il contributo alla variazione del rapporto debito / PIL legato al rendimento reale dei titoli pubblici (inteso come sopra specificato) risulti addirittura negativo: ossia, la remunerazione corrisposta agli investitori rimaneva inferiore all’inflazione (o meglio, al deflattore del PIL). Successivamente, il dispiegarsi dell’effetto del “divorzio” legato alla sostituzione dei vecchi titoli in scadenza, l’impennata dei tassi di interesse derivante dalla crisi della lira nel 1992 e la progressiva riduzione della dinamica inflazionistica hanno fatto sì che il rendimento reale sia diventato il fattore più propulsivo dell’incremento del rapporto tra debito e PIL (nel 1992 e 1993 sono stati toccati i massimi, con crescite intorno all’8 per cento annuo). Negli ultimi anni, l’incremento del rapporto debito / PIL attribuibile al rendimento reale pare essersi stabilizzato nell’intorno del 3% annuo.

È dal 1992 che la riduzione del peso del debito sul PIL viene perseguita attraverso gli avanzi primari. Alla luce dei risultati, si tratta di un percorso inefficace che, in ogni caso, richiede tempi lunghi, anche a causa delle ricadute di tale scelta sulla dinamica economica e sui prezzi (tempi, in ogni caso, incompatibili con le regole del fiscal compact[7]). In alternativa, il contenimento del rapporto tra debito pubblico e PIL si potrebbe realizzare mediante la riduzione del rendimento reale corrisposto sui titoli pubblici, ma questa sua compressione richiede un intervento di indirizzo politico di non semplice articolazione che non è possibile trattare in questa la sede[8], sebbene, alla luce dell’emergenza, esso risulti ormai indispensabile. Infatti, questa strada appare come l’unica via per riportare, in un arco temporale ragionevole, l’incidenza del debito su valori meno patologici e, in tal modo, tornare a conferire ai governi italiani uno spazio di manovra fiscale e di politica economica degni di un Paese sovrano. Ma, fattore ancora più rilevante, il dispiegamento di maggiori risorse pubbliche rappresenta altresì la condizione necessaria per mantenere quell’indispensabile coesione sociale senza la quale l’esistenza stessa di una nazione appare pericolosamente messa in discussione.

*Responsabile del Centro Studi e Analisi Economiche e Finanziarie di UnipolSai Assicurazioni

Le opinioni espresse nel presente documento sono di responsabilità esclusiva dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale dell’ente di appartenenza.

[1] Per chi volesse approfondire la materia consiglio di consultare: ISTAT “Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle amministrazioni pubbliche secondo il trattato di Maastricht” e il REGOLAMENTO (UE) N. 549/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 21 maggio 2013, relativo al Sistema europeo dei conti nazionali e regionali nell’Unione europea.

[2] La somma algebrica tra INT e SP dà il disavanzo netto, più noto come deficit pubblico.

[3] Devo ringraziare i miei collaboratori Emanuele De Meo e Verena Brufatto per la paziente e intelligente opera di ricostruzione dei dati.

[4] Debito, PIL, disavanzo netto, spesa per interessi sono stati tratti dagli archivi forniti da Prometeia e da ISTAT / Datastream; i ricavi da privatizzazioni e i versamenti ai fondi di salvataggio europeo sono stati tratti da Banca d’Italia (tabelle TCCE0100, TCCE0300).

[5] I dati sono espressi in valori percentuali sul PIL.

[6] Nel grafico è stato rappresentato il contributo alla variazione del rapporto debito / PIL tenendo conto anche dell’effetto della correlazione tra le due variabili.

[7] G. Gattei, A. Iero, Fiscal Compact: quanto ci costi?, www.economiaepolitica.it, 8 maggio 2014.

[8] Ad esempio, si veda E. Grazzini, Tre proposte per ridurre il rapporto debito pubblico / PIL, www.economiaepolitica.it, 14 marzo 2018.

11 Commenti

  1. Ancora, con ‘sta storia del divorzio, sconfessata orami pacificamente da P. Ciocca et alii. Nessuno che approfondisca come all’epoca avessimo un’inflazione al 20% che stava desertificando il nostro sistema industriale e l’inflazione è la tassa sul lavoro dipendente. Se qualcuno ricorda quel periodo come il bengodi ricordo che la CGIL nel 1978 avviò “la svolta” con il Congresso dell’Eur mandando in soffitta il mal digerito distico Sraffiano: “il salario è una variabile indipendente”. Adesso, seriamente, i titoli del debito pubblico non vanno solo remunerati ma, soprattutto, rimborsati a meno di non scegliere la mitica via “Argentina” che di default in due secoli ne ha fatti quattro. Era il quinto paese più ricco del mondo negli anni ’30 del novecento e ora sono con le “pezze al culo”. E con quali dindi si rimborsano? Con le tasse. E di chi? Dei lavoratori.
    Infine e a titolo informativo questa è la situazione, oggettiva, reale, che dovrà affrontare il prossimo Ministro delle finanze:
    Il debito pubblico da rinnovare nella prossima legislatura ammonta complessivamente a 900 miliardi di euro, ma con la quota annuale di bot si superano i 1.000 miliardi di euro. Tra gennaio 2018 e la fine del 2022, arrivano a scadenza, nel dettaglio, 47 miliardi di bot, 734 miliardi di btp, 85 miliardi di cct e 32 miliardi di ctz. Il totale dei titoli di Stato attualmente in circolazione è di 1.879 miliardi: 163 miliardi sono quelli scaduti in questa ultima parte del del 2017, 236 miliardi entro il prossimo anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027; altri 355 miliardi, poi, arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067.

    • Ancora questa storia di chi nega l’evidenza con elucubrazioni monetariste che non spostano di una virgola quanto accaduto. Il ragionamento del monetarista e’: visto che allora non fu alcun bengodi per le moltitudini meglio il bengodi per pochi, cioe’ centinaia di miliardi strozzinati ad uno stato posto nelle condizioni di essere ricattato, come un quasiasi indebitato, come una qualsiasi azienda indebitata. La differenza tra azienda e privato e stato e’ che i primi due ad un certo punto falliscono e finisce la rapina e magari gli speculatori rimangono pure con il cerino in mano perche’ l’indebitato e’ piu’ furbo di loro. Lo stato invece, non potendo fallire perche’ con esso morirebbero anche buona parte dei suoi cittadini, quelli pu’ deboli, puo’ e deve essere spennato, chedendo poi ai suoi soci, cioe’ tutti i cittadini, di coprire le perdite. Infatti, la pressione fiscale aumenta dal 1981 di circa 10 punti raggiungendo valori simili all’attuale gia’ nel 1994, ine-vi-ta-bil-men-te, pena il fallimento dello stato nel giro di pochi anni. Quindi, imprese e imprenditori, che si lamentano della pressione fiscale, se la im-prendano con gli speculatori da cui son stati anch’essi rapinati e non con i loro lavoratori. Ma qui si sa come funziona: mors tua vita mea. Per concludere, non e’ che forse esisteva un modo diverso di affrontare il problema monetario?

      I “BOT people” tanto propagandati su giornali e TV allora, che dovevano dare la falsa idea del bengodi per le masse, erano solo una copertura per la rapina in corso poiche’ il 99% di quelle centinaia di miliardi di interessi pagati sul debito sono andati in tasca a banche, cioe’ i loro ricchi soci, italiane e straniere, grandi investitori, cioe’ speculatori di uno stato messo nelle condizioni di essere ricattato per decisioni prese dai propri dirigenti, che evidentemente erano maggiordomi di qualcuno.

      Comunque, sto rileggendo articoli di giornale dell’epoca, anni ’80, che riguardano l’argomento. La propaganda dominante era e’ il momento di cambiare, la modernita’ (essere rapinati e’ una modernita’?), occorre adeguarsi, nessun giornalista spiegava cosa stava accadendo e le conseguenze ….Ovviamente il cuore del discorso era la necessita’ del mercato, che evidentemente serviva agli speculatori, non ai cittadini che subivano la speculazione.

      Come spiegato tecnicamente qui e che si poteva capire senza essere economisti informandosi bene, la spesa primaria ha inciso sul debito meno della speculazione. Lo scrivo da un bel po’. Quindi la retorica qualunquista dell'”abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilita'” (abbiamo chi? quando?) che ancora oggi viene propagandata su giornali e TV (da ignoranti e/o da maggiordomi) serve solo a distogliere l’attenzione su chi sono e sono stati i beneficiari della maggior parte di quelle centinaia di miliardi di interessi “sfilati” dalle tasche dei cittadini, tutti, e che a quei cittadini, tutti, si chiede di pagare con rinunce e sofferenze.

      Se parliamo di spesa dello stato nel suo complesso, la spesa primaria, quella enorme spesa dello stato che viene continuamente propagandata, quegli enormi sprechi dello stato, NON SONO MAI ESISTITI, ne prima ne ora. Certamente c’e’ un’enorme attivita’ di gruppi truffaldini per succhiare soldi allo stato. Il crimine non si ferma mai……… Tuttavia, questa parte del problema di come lo stato spende i soldi e’ minoritaria rispetto alla rapina del secolo perpetrata in 10 anni di follia. Senza ricatto non ci sarebbe stata rapina, e molte meno sofferenze.

      Se parliamo del futuro, per incominciare si devono individuare i malfattori e obbligarli alla restituzione di quanto rapinato ai cittadini, cioe’ allo stato. Si puo’ fare e farebbe giustizia.

  2. Per un paese aperto al commercio internazionale e ai movimenti di capitale il tasso di interesse è in larga misura un dato esogeno. Quindi non ha senso parlare di ‘riduzione del rendimento reale del debito’ come se fosse una libera opportunità offerta alla politica economica. Senza dimenticare che la riduzione dei rendimenti reali è effettivamente avvenuta ed è tuttora in atto grazie alla politica monetaria della BCE (nel caso qualcuno – con la memoria corta – se ne fosse dimenticato).
    Sempre per quelli con la memoria corta è necessario ricordare che lo ‘spazio di manovra fiscale e di politica economica degni di un Paese sovrano’ sono stati ridotti ex ante proprio da coloro che ne hanno abusato in passato invocandone la necessità prevalentemente per ignavia ignorando scientemente che il debito ha una natura pluriennale e impone vincoli futuri (per liberarsi da quelli correnti). Quando la coperta e corta…

  3. Gent. Amadeus,
    per quanto riguarda il primo punto (riduzione del rendimento reale corrisposto sui titoli pubblici) in realtà, la risposta l’ha già data lei. Tocca all’istituto di emissione “coprire” il rischio tassi. Intraprendere un percorso di riduzione del peso del debito sul PIL partendo dal 132% senza qualche forma di copertura sul fronte dei rendimenti reali è un’operazione aleatoria. Dall’analisi emerge come l’avanzo primario, le privatizzazioni (adesso, peraltro, c’è rimasto poco da privatizzare) e le altre componenti in gioco non siano state sufficienti a ridurre l’incidenza del debito. Vi è una ragionevole possibilità di ritrovarsi tra altri 25 anni (conto di non esserci) al punto di partenza.
    Sugli abusi degli spazi di manovra fiscale, con riferimento alla dimensione quantitativa di questo aspetto, vi è una evidenza piuttosto modesta, come intuibile dalla presenza di un avanzo primario negli ultimi 26 anni (con l’eccezione del 2009). Certamente, dal punto di vista della qualità della spesa, più difficilmente misurabile, si sarebbe potuto fare meglio.

  4. questa analisi suona tanto di cherry picking. perche’ iniziare dal 1980 quando il debito era gia’ alto rispetto ad altri paesi dell’attuale area euro ma anche in generale rispetto ad altri paesi oecd? questo genere di analisi deve iniziare dal 1960, anno in cui la dinamica del debito appare distinguersi dalla media degli altri paesi e l’Italia comincia ad essere un outlier del debito. Scegliere un’altra data e’ del tutto arbitrario e taglia via le cause generatrici della dinamica di crescita su cui poi hanno agito gli interessi, ovviamente. fu esattamente nei primi anni 60 che la dinamica del debito italiano cambio’ drasticamente portandosi a livelli piu’ alti degli altri paesi europei con l’esclusione dell’Inghilterra che stava pero’ rapidamente rientrando dal super-mega debito accumulato durante la guerra

  5. Qualcuno ha mai pensato che l’italia non ripaghi il suo debito????
    Sapete perche’ sono 30 anni che paghiamo interessi sul debito piu’ alti degli altri????
    Perche’ negli anni abbiamo avuto dei cialtroni nei nostri governi,abbiamo una pessima fama,ormai gli italiani sono visti come non seri,divertenti ma ignoranti.(PERO’ GLI INVESTITORI SANNO CHE IL DEBITO VERRA’ PAGATO DAI CIALTRONI ITALIANI.)
    Voi cosa fareste in questa situazione????
    VI DICO COSA FAREI IO:
    Ad ogni cavolata (che siano parole o azioni) che il paese fa’, richiederei un interesse piu’ alto(tanto so’ che alla fine il pollo paga).
    E non venite a dirmi che il debito pubblico e’ detenuto da tutti e non ci sono complotti segreti.
    La ricchezza e’ distribuita iniquamente,percio’ l’80% dello stock di debito e’ in mano a grandi banche o fondi.Secondo voi chi comanda???
    Rispondo io,sono quelle 10000 o 20000 persone che si sono prese una rendita di posizione con gli interessi passivi che prendono dalle mie tasse!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  6. @ Cyrano “Nessuno che approfondisca come all’epoca avessimo un’inflazione al 20% che stava desertificando il nostro sistema industriale e l’inflazione è la tassa sul lavoro dipendente”.

    Memoria corta. L’alta inflazione di quegli anni fu determinata dai due schock petroliferi del 1973-74 e del 1979, con l’aumento del prezzo del greggio. Si trattava dunque di inflazione da costi, non di inflazione monetaria o da domanda. Poi, certo, l’impennata dei prezzi, dovuti all’impennata del petrolio, fece scattare il meccanismo, di tutela salariale, della scala mobile che, di conseguenza, si tradusse in un nuovo aumento dei costi di produzione e quindi dei prezzi. Ed anche in inflazione da domanda dato che la stagflazione stava comprimendo i livelli di produzione. Ma con tutto questo non aveva nulla a che fare la difesa dello Stato, dalla speculazione dei mercati, fino al 1981 assicurata dall’obbligo della Banca d’Italia di monetizzare le emissioni dei bot. Piuttosto va ricordato che le suddette difficoltà, connesse con la crisi petrolifera, furono strumentalizzate dal monetarismo “miltoniano” per riproporre l’inconsistente “teoria quantitativa della moneta” e quindi attribuire l’alta inflazione alla spesa pubblica ed all’intervento dello Stato in economia. In altri termini al keynesismo. Le classi politiche credettero ai monetaristi, anche a sinistra, e ci avviarono verso la deflazione resa palese dalla nuova crisi mondiale del 2008.

    @ Lucio
    la crescita del debito, è vero, inizia a salire dal 1960 – in sostanziale linea con gli altri Paesi – ma semplicemente come effetto del processo di modernizzazione e di industrializzazione avviato nel precedente decennio. Quindi si trattava di un aumento fisiologico (non patologico!) tipico di un Paese in crescita. O era meglio rimanere una nazione prevalentemente agricola? Dal 1960 al 1980 il debito pubblico rimase del tutto sotto controllo e agli inzi del decennio ’80 si attestava intorno al 60% ossia, se vogliamo prendere per “buoni” i vigenti parametri di Maastricht (che, ricordiamolo, non hanno alcuna base scientifica), l’Italia era perfettamente in linea con i fondamentali richiesti dall’euro. L’impennata del debito pubblico arrivò dopo il 1980 – la sua curva subisce un quasi immediato innalzamento improvviso – ovvero dopo il “divorzio” tra Tesoro e Bankitalia. E questo, salvo non essere ciechi, dimostra che tale impennata fu causata dagli interessi pagati, da quel momento, ai mercati, agli speculatori. La situazione peggiorò negli anni ’90 quando il debito fu internazionalizzato. Tutto ciò è oggettivo, è storia. Il resto sono chiacchiere.

    Luigi

  7. Mi piacerebbe sapere a quanto ammonterebbe il nostro debito oggi, se, negli anni, avessimo usufruito degli stessi tassi applicati, per esempio ai titoli francesi. Sono 60 anni che paghiamo per un rischio che non si è mai realizzato. Come avessimo fatto delle cure per malattie inesistenti. E poi, alla fine, le cure sono diventate malattia.

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