Lavoro precario, globalizzazione e populismo

Lavoro precario, globalizzazione e populismo

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  1. Aspettative decrescenti

Più di tante statistiche, il numero di partecipanti a due recenti concorsi è indicativo della condizione occupazionale di molti giovani laureati italiani. Un concorso per assistenti giudiziari, la cui preselezione si è svolta nel 2017, ha ricevuto circa 308 mila domande. Sebbene si richiedesse solo il diploma, oltre la metà dei partecipanti erano laureati; il 70 per cento proveniva dalle regioni del Sud, sei su dieci erano donne. Un altro concorso, per 30 posti di vice assistente presso la Banca d’Italia, ha avuto 85 mila partecipanti. Anche in tal caso si richiedeva il diploma, ma l’enorme numero di domande (2.830 per ogni posto) ha fatto sì che la Banca ammettesse poco più di 8 mila candidati con laurea magistrale.

Poi ci sono le statistiche. In Italia, il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 25-34 anni sfiora il 17 per cento. Nelle regioni meridionali, nella stessa fascia d’età, il 27 per cento dei laureati e il 25,6 per cento dei diplomati è alla ricerca di un impiego[1]. Ma non c’è solo la disoccupazione. Per misurare l’effettivo sottoutilizzo del lavoro, alla disoccupazione andrebbe aggiunta la sottoccupazione. Sottoccupati sono, per esempio, i lavoratori a tempo parziale “involontari” e, più in generale, quelli disponibili a lavorare per un numero di ore maggiore di quelle che, invece, svolgono[2]. Statisticamente, è occupato chi, in una settimana, abbia lavorato almeno un’ora. Ma davvero può dirsi tale chi lavori per un’ora a settimana?

Soprattutto al Sud, è frequente il caso di laureati con impieghi precari o a bassa qualificazione (operatori di call center o commessi), se non in nero. Non è difficile immaginare la condizione di frustrazione di quei trentenni (e delle loro famiglie) che non vedono ripagati i costi e i sacrifici sostenuti per ottenere una laurea. L’emigrazione ne è, almeno in parte, un riflesso: solo nel 2015, quasi 23mila laureati hanno lasciato l’Italia[3].

Disoccupazione, sottoccupazione ed emigrazione sono, per l’economia, uno spreco di capitale umano. Non offrendo opportunità ai giovani qualificati, dopo averne sostenuto i costi della formazione, il Paese dissipa preziose risorse, ponendo un’ipoteca sul futuro. Quando potranno, i giovani laureati di oggi, entrare nel mercato del lavoro? Quando raggiungeranno un reddito sufficiente per costruirsi una vita autonoma e una famiglia? Questa generazione dai bassi redditi percepirà, in futuro, basse pensioni e ciò, inevitabilmente, deprimerà i consumi con effetti negativi sulla crescita economica complessiva.

In Italia la mobilità sociale è rallentata se non, addirittura, arrestata. Le disuguaglianze tra generazioni aumentate. In passato, raggiunta l’età adulta, i figli avevano, generalmente, un tenore di vita più alto di quello dei loro padri. Oggi sono spesso padri e nonni a mantenere figli e nipoti ormai adulti. Finito il tempo delle aspettative crescenti, con l’aumentare della precarietà e dell’incertezza lavorativa, le aspettative sono divenute decrescenti.

 

  1. Precarietà e populismi

Negli ultimi quindici anni, in Italia come in Europa, la tenuta dei livelli occupazionali è stata ottenuta aumentando la quota dei lavoratori precari e a basso salario[4]. Nel 2016, in Italia, il 55 per cento dei lavoratori dipendenti nella fascia d’età 15-24 anni risultava a tempo determinato (Tab. 1). In Spagna raggiungeva il 73 per cento. La quota più bassa si riscontrava nel Regno Unito: il 15 per cento.

 

Tab. 1. Incidenza del lavoro temporaneo in % dell’occupazione dipendente per fasce d’età, anni 2000 e 2016

15-24 anni 25-54 anni
2000 2016 2000 2016
Italia 26,6 54,7 8,5 13,3
Francia 55,1 58,6 11,6 12,8
Germania 52,4 53,3 7,5 9,7
Spagna 68,3 72,9 27,7 25,7
Regno Unito 14,2 15,2 5,4 4,3

Fonte: OECD, Employment Outlook 2017.

 

La diffusione del lavoro precario e a basso salario è il risultato di vari fenomeni: il cambiamento strutturale dell’economia, l’automazione, la globalizzazione. Ma è anche il risultato delle politiche economiche adottate, dell’idea consolidata secondo la quale la crescita economica è possibile solo rendendo il lavoro meno costoso e più flessibile. Un’idea conseguente all’accettazione acritica della globalizzazione come fenomeno governato dalle sole forze economiche. Nella competizione globale, in cui i capitali si spostano liberamente tra le nazioni, la capacità d’intervento dei singoli governi si è ridotta notevolmente: dunque, o ci si adegua rendendo flessibili l’economia e il lavoro, o gli investimenti si localizzano altrove. Quando si accettano questi presupposti, la strada della flessibilità appare l’unica percorribile. Tutto sommato, è anche una strada semplice da seguire, perché richiede solo di adeguarsi, di adattarsi al contesto, rinunciando a trovare percorsi alternativi. Ma, naturalmente, ci sono i costi sociali: incertezza, precarietà e disuguaglianza[5]. Le conseguenze non sono solo economiche, ma anche politiche. L’incertezza occupazionale si traduce in disillusione. Da un lato, la partecipazione politica si riduce; dall’altro lato, si chiedono risposte che possano fugare ansia e insicurezza.

In Europa come negli Stati Uniti, le forze politiche populiste e di destra, respingendo o criticando la globalizzazione, intercettano la domanda di sicurezza. Le loro critiche alla globalizzazione sono fatte in chiave nazionalista, basate sulla difesa di valori “tradizionali”, degli interessi e dei confini statali, contro la “minaccia” dell’immigrazione. Opponendosi alla globalizzazione, queste forze offrono un temporaneo rifugio all’incertezza, alla paura, alla precarietà. Non importa ai più se le loro proposte possano davvero, un giorno, tradursi in politiche concrete. Così facendo, attraggono quote crescenti dell’elettorato a cui i partiti “tradizionali” non sembrano in grado di dare una risposta.

 

*Università Magna Graecia di Catanzaro

 

[1] Dati riferiti al secondo trimestre 2017, Istat.  http://dati.istat.it/

[2] Nell’Eurozona, nel 2016, i lavoratori part-time sottoccupati erano circa sette milioni. Per i dati sulla sottoutilizzazione del lavoro si vedano: European Central Bank (ECB), Economic Bulletin 3/2017, pp. 31-35; Fondazione Giuseppe Di Vittorio, La disoccupazione dopo la grande crisi: le forze di lavoro potenziali, lo studio della BCE e la posizione dell’Italia, Rapporto di Ricerca sul Mercato del Lavoro, giugno 2017. Per il falso part-time si rimanda a C. De Gregorio, A. Giordano, “Nero a metà”: contratti part-time e posizioni full-time fra i dipendenti delle imprese italiane, Istat Working Papers, n. 3, 2014.

[3] Istat, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, Statistiche report, 6 dicembre 2016.

[4] Si veda, per esempio, V. Daniele, Una stagnazione secolare? Italia, Giappone e Stati Uniti,  https://www.researchgate.net/publication/284693684_Una_stagnazione_secolare_Italia_Giappone_Stati_Uniti_1950-2015

[5] Cfr. OECD, Understanding the Socio-Economic Divide in Europe. Background Report, 26 January 2017.

1 COMMENTO

  1. Al contrario di quanto affermano i sostenitori della globalizzazione, soprattutto statunitensi, l’integrazione economica dei mercati, come è stata configurata fino a ora negli accordi commerciali internazionali e nelle politiche delle istituzioni economiche internazionali, non solo non ha generato un benessere diffuso, ma spesso ha portato a un aumento della povertà in molte parti del mondo, soprattutto a livello dei paesi sottosviluppati. Malgrado le ripetute promesse di ridurre la povertà, negli ultimi decenni del ventesimo secolo il numero effettivo di poveri è invece aumentato di dieci milioni e allo stesso tempo, il reddito mondiale complessivo è cresciuto in media del 2,5 per cento annuo.
    L’America latina, ad esempio, ha subito progressivamente un peggioramento significativo del proprio quadro economico e sociale: il dislivello tra le classi sociali è aumentato in modo rilevante, con l’effetto che un numero sempre più crescente di categorie sociali si sta impoverendo e si trova senza reti di sicurezza sociale. Insomma, le politiche decise dal Fmi e co. hanno fallito e le critiche alla globalizzazione, nella maggior parte dei casi, si sono rivelate corrette.
    Se si vuole delineare un bilancio, si scopre che nell’ultimo decennio il mondo è stato caratterizzato da una elevata instabilità: forti crisi economiche con cadenza praticamente annuale sono diventate la regola e la stabilità economica è una rarità.

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