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Vent’anni di solitudine. L’ultimo libro di Giuseppe Soriero e il dibattito sul Mezzogiorno

Posted on 10 settembre 2014 by admin

italia-sudVent’anni di solitudine, con un’immagine presa in prestito da García Màrquez Giuseppe Soriero sintetizza bene la condizione del Mezzogiorno negli ultimi due decenni: relegato in secondo piano nel discorso pubblico nazionale, abbandonato a se stesso o peggio visto come zavorra dell’Italia, lato oscuro o da dimenticare della ben più prepotente «questione settentrionale», lacerato oramai fra rassegnazione, rabbia e abbandono. La rassegnazione di chi crede che a questo punto non ci sia più nulla da fare, essendo falliti tutti i tentativi di far «convergere» il Mezzogiorno quando l’Italia funzionava assai meglio di adesso; la rabbia di tutti coloro, e sono sempre di più, che finiscono preda del mito favolistico di un regno borbonico florido e avanzato, e credono che la più parte dei loro mali discendano dall’Unità e dallo stato nazionale (assolvendo così, più o meno implicitamente, le classi dirigenti locali del passato e del presente); l’abbandono di chi se n’è andato, se ne va e se ne andrà.

Giuseppe Soriero è uno di quegli intellettuali meridionali, di radicata tradizione riformista, e di sinistra (già segretario del Pci calabrese, sottosegretario del primo governo Prodi, ora docente universitario), che non si rassegna allo stato di cose presente, né si lascia prendere da illusorie tentazioni revanchiste, ma continua a studiare per capire l’economia del Mezzogiorno e opera per cambiarla. Il suo ultimo libro, pubblicato da Donzelli,[1] offre una puntuale ricostruzione dei venti anni successivi alla conclusione dell’intervento straordinario, dal 1993 ai nostri giorni, e avanza anche qualche proposta. È un libro raccomandabile per almeno due motivi: l’analisi delle recenti politiche per il Sud è accurata, a mio parere, più di altre, e tendenzialmente obiettiva (Soriero non «piange miseria», come si dice, e naturalmente contrasta con forza la retorica nordista che ritiene sprecata qualunque cosa si faccia per il Sud); il libro è scritto bene, non mancano i riferimenti colti, le trovate di stile, una dote non scontata per questo tipo di letteratura. Lì dove il testo mi appare problematico, è invece nelle soluzioni proposte; cioè nella sostanza delle cose da fare, al di là di una ispirazione generale che pure mi trova concorde.

Spieghiamoci meglio. Chi scrive non può che condividere il giudizio secondo cui il riscatto del Mezzogiorno e dell’Italia tutta dipende, al fondo, dalla qualità delle istituzioni, «impersonificate dalle sue classi dirigenti» (p. 174): e «non bastano misure economiche di qualsivoglia dimensione, se non sono sorrette da garanzie assolute, preventive e consuntive, sulla trasparenza e sui controlli» (p. 176). Ben vengano allora il ruolo dell’Autorità anticorruzione e norme più severe come la revoca degli appalti; dopo il fallimento delle regioni, auspicabile un coordinamento delle competenze sovra-regionali;[2] ma soprattutto, si metta mano a una «riforma strutturale» della pubblica amministrazione, che proceda su due binari, quello dell’efficienza della spesa, ma anche quello della trasparenza. Tutto bene, ma purtroppo qui non si va al di là delle mere enunciazioni. Se questi temi hanno l’importanza che Soriero sembra attribuirgli, bisognava parlarne di più. Riformare l’amministrazione è tema cruciale ma anche spinoso, nella pratica, non facile da attuare per le molte opposizioni (ma delle scelte che scontentino qualcuno andranno pur fatte). Si intreccia con la riforma della politica, su cui Soriero sorvola con eccessivo ottimismo, e che forse andrebbe attuata non tanto nella direzione di un abbassamento dei costi (come troppo spesso si sente dire cedendo a una facile demagogia), quanto piuttosto in quella di una maggiore trasparenza e responsabilità. E soprattutto si lega alle più ampie questioni del funzionamento della burocrazia e della giustizia in Italia: cioè all’esigenza di ammodernare, semplificare e snellire le regole con cui operano i soggetti economici, pubblici e privati. Entrambe, burocrazia e giustizia, presentano lungaggini e intoppi superiori a quelli di ogni altro paese avanzato − il che vuol dire incertezza del diritto − ma di tutto ciò nel libro non viene fatta menzione.

L’autore dedica invece molto spazio alla logistica, e alla proposta di creare delle Zone economiche speciali a Gioia Tauro e negli altri grandi scali del Mezzogiorno. Seguendo un’idea già enunciata un decennio orsono da Nicola Rossi,[3] egli nota che il Mezzogiorno ha acquisito oggi una centralità geografica che prima non aveva, essendo diventato il punto di approdo delle grandi navi in arrivo dai mercati in ascesa dell’Oriente. Certo è però che queste opportunità bisogna saperle cogliere (e infatti sono già passati dieci anni). Nella descrizione delle potenzialità e degli sviluppi del porto di Gioia Tauro, Soriero è molto chiaro: «Non più la richiesta di incentivi a medio e lungo termine, ma la riduzione immediata e temporanea delle imposte», ma invece una «Zona economica speciale» (p. 173), ovvero un’area in cui gli operatori godano di sostanziosi benefici contributi e fiscali (da pagarsi con i fondi di coesione europei). Io francamente non so se questa proposta (approfonditamente discussa nell’appendice del libro)[4] sia la strada giusta, almeno nello specifico. In generale è vero che agire sugli incentivi fiscali, in un’area a illegalità diffusa e radicati comportamenti opportunistici quale il Mezzogiorno permane, è meglio che puntare sui contributi a fondo perduto i quali, appunto, si (dis)perdono: Soriero fa quindi bene a mettere in risalto questo aspetto. Ma il problema dei porti meridionali, e delle difficoltà che essi trovano nel recepire le opportunità del grande commercio mondiale, non è tanto dovuto ai costi (da ridurre con incentivi), quanto alla normativa: più che di vantaggi fiscali, i grandi porti del Sud (non solo Gioia Tauro, ma anche Taranto, Napoli, e poi Catania, Cagliari), abbisognerebbero di una semplificazione delle procedure. Questo è quel che dimostra, ad esempio, il recente caso del trasferimento di linee cinesi e taiwanesi dal porto di Taranto al Pireo;[5] ma questo emerge anche dall’analisi che proprio Soriero fa delle recenti difficoltà del porto di Gioia Tauro (che sono legate a contenziosi legali fra le diverse istituzioni presenti nell’area portuale), e credo che valga anche per il caso di Napoli. Sono lo snellimento burocratico e la semplificazione normativa davvero indispensabili, anche per i necessari lavori di ampliamento e per il potenziamento delle circostanti infrastrutture terrestri. È appena il caso di notare che questa riforma delle regole deve avvenire di pari passo con un rafforzamento dei controlli: sembra difficile, ma non lo è, perché in realtà è proprio nelle astrusità burocratiche e nei cavilli che trova terreno fertile l’illegalità.

In quanto alle altre linee strategiche di intervento, Soriero fa bene a insistere sulla riqualificazione urbana, un obiettivo su cui impegnare con più decisione i fondi europei (aggiungo: come avvenuto con successo in altre parti d’Europa, si pensi alla Siviglia andalusa). Fa bene anche a insistere sull’industria: guai a pensare che un’area popolosa come il Sud possa prosperare solo con il turismo o inseguendo i miti della decrescita (che peraltro vive già, da anni, involontaria); e questo naturalmente vale anche per l’Italia. Tuttavia, anche per quel che riguarda l’industria Soriero rimane nel vago: a quali settori dare la priorità, con quali politiche, cioè con quali strumenti? Perché non parlare anche in questo caso di incentivi fiscali (invece che di contributi a fondo perduto o mutui agevolati, come quelli stanziati di recente dal governo Renzi),[6] su cui impegnare i fondi europei? Andrebbe anche detto, in verità, che la scelta tra incentivi fiscali (ex-post) e contributi (ex-ante) è sul piano tecnico un po’ più complessa di quel che appare, perché per erogare i fondi l’Europa impone dei precisi piani di spesa: fare dei credibili preventivi ex-ante sugli incentivi fiscali non è impossibile, ma bisogna predisporsi per tempo e attrezzarsi di conseguenza.

Anche se personalmente avrei dedicato parte dello spazio ad altri temi, purtroppo solo accennati, o ad altre proposte, a me pare che il libro di Soriero vada nella direzione giusta. È un buon segno. Negli ultimi vent’anni diverse chimere hanno attraversato e incantato il discorso pubblico sul Mezzogiorno: il mito dello sviluppo autopropulsivo (ricordate il Mezzogiorno dei distretti? Dissolto nella crisi economica), quello della pianificazione dal basso (su cui si fondava l’esperienza della neo-programmazione, un sostanziale fallimento per quanto le responsabilità siano anche del governo centrale), quello di un Sud a macchia di leopardo (impietosamente sepolto sotto i colpi delle statistiche macroeconomiche, da ultimo il rapporto Svimez dei giorni scorsi, che ci dicono che sì, esiste ancora una frattura netta, profonda, fra le due parti del paese, e che anzi è oggi più forte di prima). Molti intellettuali del Sud si sono lasciati ammaliare da questi discorsi à la page, e anzi ne hanno pure alimentato di altri (ad esempio il mito della Borbonia felix). Da troppo tempo, ha ragione Soriero, siamo davanti al paradosso di un Mezzogiorno senza meridionalismo, «privo cioè di quella incalzante corrente di pensiero che nel passato seppe rappresentare con dignità i diritti dei meridionali» (p. XIII). L’intenso dibattito degli ultimi mesi e anche, mi pare, il messaggio che vuole trasmettere il libro di Soriero, testimoniano però che qualcosa sta cambiando. Forse il pensiero critico meridionale sta risorgendo dalle ceneri accademiche del conformismo, e da quelle mediatiche del populismo C’è ancora molta strada da fare, ma può non essere lontano il giorno in cui la due «solitudini», quella degli intellettuali critici e quella del Mezzogiorno abbandonato a se stesso, si riconosceranno.

 

[1] G. Soriero, Sud, vent’anni di solitudine, Roma, Donzelli, 2014. Nel testo e nelle note, le citazioni dei numeri di pagina fra parentesi sono prese da questo volume.
[2] Anche l’abolizione del ministero per la coesione territoriale, peraltro senza portafoglio, secondo Soriero non è necessariamente un male, se − come indicherebbe l’affidamento della relativa delega al premier − così facendo l’onere della politica per il Mezzogiorno viene assunto in capo all’intero consiglio dei ministri e al suo presidente, «come componente essenziale delle scelte programmatiche nazionali» (p. 180). Gianfranco Viesti (La crisi, il Mezzogiorno e i difetti di interpretazione, in «Meridiana», 2014, 79, pp. 9-27) si è mostrato invece assai preoccupato per quella decisione. Si tratta naturalmente in entrambi icasi di posizioni di principio, la cui correttezza può essere valutata solo alla luce dei fatti concreti. In questa luce, ritengo che i due ministri della coesione territoriale che si sono succeduti, Fabrizio Barca e Carlo Trigilia, peraltro noti studiosi dei problemi del Mezzogiorno e dell’economia italiana, abbiano entrambi svolto un lavoro importante e lodevole. Ma sul piano dei principi, per quel che è diventata oggi la questione meridionale in seno al problema del declino dell’Italia tutta, condivido l’auspicio di Soriero.
[3] N. Rossi, Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno, Roma-Bari, Laterza 2005.
[4]L’appendice è una sintesi della relazione svolta in occasione della Seconda Conferenza internazionale sulla Connettività globale con il bacino del Mediterraneo, tenuta a Gioia Tauro, il 26 e 27 giugno 2013, e promossa dalla Medcenter Continer Terminal e dall’Autorità portuale, d’intesa con la Regione Calabria. Il testo completo è stato pubblicato come G. Soriero, La Zona Economica Speciale per rafforzare la centralità di Gioia Tauro nella Rete Logistica Internazionale, in «Rivista economica del Mezzogiorno», 2013, 27, 3, pp. 699-738.
[5] Ne accenno in E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna, il Mulino, 2013, pp. 205-206 e 233n.
[6] “Renzi firma 24 progetti per un miliardo e mezzo di investimenti: “Garantiti 25mila posti lavoro, in «La Repubblica. Economia e Finanza», 22 luglio 2014.

 

 

 

*Una versione abbreviata di quest’intervento è stata pubblicata su Il Corriere del Mezzogiorno, 5 agosto 2014, con il titolo “Quel Mezzogiorno malato da vent’anni di solitudine”.

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Perché il Sud sta soffocando? Il caso dell’ICT

Posted on 01 settembre 2014 by admin

ictLa lettura che Riccardo Realfonzo fa dell’ultimo rapporto Istat coglie nel segno: il mezzogiorno sta soffocando sotto il peso della sua “più profonda contraddizione”: il dualismo nord-sud[1]. In un precedente intervento in questa rivista (“Questione meridionale,, reti clientelari e sviluppo economico”), segnalavo che, nonostante il dualismo venga usualmente utilizzato come sinonimo di divario economico – per individuare le differenze tra le aree del paese in base ai principali indicatori economici – esso ha anche e soprattutto un significato politico: l’Italia è come composta da due economie (due società) differenti ma non separate.  Come spiegare il nesso che unisce e tiene insieme due formazioni socioeconomiche, nonostante una subordini e sia antagonista all’altra?

Prendiamo un esempio, il settore informatico. In termini strettamente economici il dualismo informatico italiano consiste in ciò: l’80% delle imprese e degli occupati sono nel centro nord, concentrati soprattutto tra Roma e Milano, che anche prese singolarmente superano l’intero mezzogiorno; il restante 20% di imprese e occupati sono al Sud. Ma se cerchiamo di “attraversare” questo divario percentuale, invece di limitarci alla sua lettura, possiamo rilevare alcune caratteristiche funzionali del divario stesso. Il mezzogiorno è infatti un’area di delocalizzazione incentivata per la produzione industriale di prodotti informatici. Non solo, è anche e soprattutto un importante bacino di formazione e reclutamento di specialisti e tecnici informatici, che prestano la loro opera quasi esclusivamente in multinazionali ICT e nelle imprese nazionali del settore. In questo caso, per usare uno slogan considerato vecchio, ma a volte ancora efficace: “il sottosviluppo del mezzogiorno è funzionale allo sviluppo italiano”; le parole di  una interessante ricerca che data ormai un quarantennio, tornano alle nostre menti: «il sottosviluppo produce istruzione per le aree sviluppate»[2].

Esemplificativo è il caso della Calabria, l’ultima degli ultimi, la regione in coda ai diversi indicatori socioeconomici proposti dall’Istat e dagli altri istituti di rilevazione. Bene, la Calabria è la regione italiana che, in rapporto alla popolazione residente ed ai laureati in discipline informatiche, forma il maggior numero di professionisti informatici; professionisti che, per la gran parte, si trasferiscono altrove.

Per capire come tutto ciò non sia casuale, né imposto da mani invisibili, ma sia piuttosto una conseguenza attesa e voluta dai poteri locali e dalle imprese centro settentrionali, bisognerebbe ricostruire la storia sociale e politica dell’informatica regionale, storia che è alla radice della fuga degli ICT calabresi. Rimando tale compito ad altra sede, dati i limiti del presente scritto, ma voglio qui solamente ricordare  che il famoso “piano Telcal” – che nei verbali di attuazione venne definito in grado di accelerare la dinamica del mercato meridionale sia sul fronte della domanda che su quello dell’offerta, tramite organiche applicazioni innovative in ogni ambito del sistema socioeconomico e volano d’occupazione per i giovani informatici calabresi – si rivelò valido e conveniente solo per i gruppi dominanti a capo della Regione Calabria e delle principali istituzioni economiche locali (Confindustria, la Banca Carical oggi Carime, eccetera); e per le imprese nazionali che si trovarono a gestire – o furono coinvolte a vario titolo – il cosiddetto secondo intervento straordinario, promosso dall’agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno che dal 1986 sostituì la “Cassa” (Finsiel, Olivetti ricerca, Telecom, eccetera). Questi gruppi sono stati a tutti gli effetti i principali artefici della distruzione dell’informatica regionale o, se vogliamo, del suo mancato decollo che fu, dualisticamente, funzionale alle imprese nazionali del settore ed allo status quo meridionale. Non per motivi squisitamente economico generali, ma a causa di scelte politiche le cui logiche non sono comprensibili senza indagare gli assetti istituzionali formali ed informali che caratterizzano la gestione dei poteri, il Piano “Telcal” cessò di esistere nei primi anni del duemila.

E’ probabilmente superfluo aggiungere che dell’occupazione dei giovani informatici calabresi non ci fu traccia, nel frattempo però l’università continuò progressivamente a formare e licenziare ingegneri e professionisti informatici. La facoltà di ingegneria dell’Unical, nelle sue diverse specializzazioni, ha sempre goduto di buona fama, ed ha registrato sin dalla sua nascita il maggior numero di iscritti rispetto alle altre facoltà. La specializzazione privilegiata, ieri come oggi, è ingegneria informatica: ogni mille studenti Unical 78 sono ingegneri informatici; ogni mille laureati Unical, 50 sono ingegneri informatici: le quote più alte d’Italia. E’ chiaro che una simile produzione di professionisti non avviene per le imprese locali ma soprattutto per quelle esterne. In un censimento svolto a metà degli anni ’90, e poi ripetuto dieci anni dopo, il risultato non è cambiato: sette informatici su dieci lavorano fuori dalla regione, soprattutto a Roma e Milano, in grandi gruppi nazionali o esteri[3].

Col senno del poi è facile registrare che il polo cittadino Cosenza – Rende, che grazie al TelCal sarebbe dovuto diventare un integratore di nuove professionalità, non è affatto in grado di bloccare i trasferimenti dei giovani laureati calabresi e, tra loro, degli informatici che l’università continuamente produce. Il polo cittadino, semmai, è quello che si preoccupa di formare e far crescere professionisti avanzati che lavoreranno, spesso insoddisfatti, fuori dal mezzogiorno. Quest’ultimo è da loro considerato invivibile a causa delle reti clientelari che ne influenzano gli  aspetti relazionali e produttivi. Trasferirsi vuol dire anche sottrarsi da questa cappa che li soffoca.

In un rapporto Svimez di qualche anno fa si parlava di “tsunami” per illustrare le dinamiche demografiche del mezzogiorno e i giovani venivano definiti come una “emergenza”. Sempre la Svimez rilevava nel 2011 che «nel sud si concentra il 60% delle perdite di lavoro determinate dalla crisi!». Insomma, dal punto di vista dello sviluppo economico il cavallo sta per stramazzare al suolo e gli indicatori stanno lì a registrare la perdita d’ossigeno e l’imminente caduta. Tuttavia resta vivo il sospetto che questo stato emergenziale permanente resti funzionale alle traiettorie di sviluppo che contraddittoriamente caratterizzano il sistema economico nazionale e legittimano al contempo «il nucleo di alta burocrazia, che tiene sempre saldamente in pugno il controllo del mercato del lavoro e dei capitali» su cui già Augusto Graziani aveva posto la sua attenzione[4].

 

[1]  R. Realfonzo, Perché il Sud sta soffocando, 9 Giugno 2014, in questa rivista.
[2] M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Il Mulino, Bologna 1974.
[3]  Mi permetto di rimandare al mio In fuga dal sud, Bevivino editore, Milano 2008. Cap. 4 “C’era una volta il TelCal”, pag. 58 – 72
[4]  Cfr. A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2001,  pp. 221-235.

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Economia italiana e “questione meridionale” nella riflessione di Augusto Graziani

Posted on 25 gennaio 2014 by admin

Con la scomparsa di Augusto Graziani si spegne, di certo, uno dei più grandi economisti italiani del dopoguerra, il cui approccio teorico ha consentito non solo una visione alternativa dei meccanismi di funzionamento del mercato e del ruolo che la moneta in esso svolge (Graziani 1989 e 2003), ma anche una ricostruzione originale delle vicende dell’economia italiana e della questione meridionale. La rilevanza e la centralità dei problemi del Mezzogiorno sono state sempre presenti in Augusto Graziani sin dagli anni Sessanta quando i suoi contributi, non ancora radicalizzati, erano ospitati dalla rivista Nord e Sud fino al 1973, prima che Francesco Compagna, che Nord e Sud dirigeva, spiegava a Graziani che “una rivista lamalfiana come quella da lui diretta non poteva pubblicare articoli che si discostino dall’indirizzo politico lamalfiano” (Leone 2014).

In quel periodo l’enfasi di Graziani era posta sulla necessità che le politiche congiunturali di stabilizzazione ciclica fossero compatibili con le politiche strutturali di sviluppo: l’esempio più significativo era costituito dalla critica alla politica monetaria recessiva del Governatore della Banca d’Italia Guido Carli che, nel 1963, sancì la fine del tumultuoso e sperequato “miracolo economico” del quinquennio precedente (Graziani 1965, 1966, 1969, 1973a, 1973b).

L’illuminismo riformista del periodo costituì la base di una visione ben più radicale secondo la quale, da allora in poi senza cesure, le modalità di sviluppo (o di mancato sviluppo) del paese modellavano le patologie delle regioni meridionali, proprio poiché le prime non muovevano dalle priorità del Mezzogiorno. E tutto questo si è verificato dal “miracolo economico” degli anni Sessanta sino all’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea. La visione presenta un’evoluzione consequenziale nel corso dei decenni successivi (Graziani e De Vivo 1972). Lo sviluppo nel dopoguerra dell’economia italiana aveva potuto realizzarsi secondo un modello di crescita trainata dalle esportazioni (Graziani 1969), abbozzato, per il Regno Unito, da Kaldor pochi anni prima (Kaldor 1966) e successivamente formalizzato (Thirlwall 1979 e 1998). L’approccio export-led per l’economia italiana consentiva, parallelamente, di spiegare il superamento del vincolo della bilancia dei pagamenti che altre componenti interne della domanda aggregata autonoma avrebbero patito e, quel che più qui conta, l’originarsi di divergenze cumulative di crescita a favore delle regioni trainate dalla domanda esterna. Il Mezzogiorno era, dunque, segnato da un dualismo non solo territoriale, ma anche produttivo e da una distorsione dei consumi a favore dei beni più voluttuari e, relativamente, meno costosi (Graziani 1963).

In un solo colpo Graziani, nelle sue ricerche al Centro di Specializzazione e Ricerche di Portici, che era nato dal suo intuito e da quello di Manlio Rossi Doria (Bernardi 2012), faceva giustizia delle tesi, come quella di Vera Lutz (Lutz 1958, 1962a e 1962b) e di illustri accademici allora visiting presso la Banca d’Italia (Hildebrand 1965), che attribuivano la persistente arretratezza del meridione alla mancanza di differenziali salariali tra le due macroregioni del paese.

Graziani, in una vastità di omologazione interpretativa dell’economia italiana cui sfuggivano probabilmente anche i soli Federico Caffè e Paolo Sylos Labini, introduceva i temi delle divergenze cumulative tra regioni propri altrove dell’approccio tipico della “causazione cumulativa” (Myrdal 1958, O’Hsara, 2008) di Gunnar Myrdal e Nicholas Kaldor. Nell’approccio di Graziani gli squilibri regionali erano originati dal lato della domanda effettiva, assai più fruttuosamente di quanto poi la New Economic Geography di Krugman avrebbe teorizzato, concentrando la propria attenzione sugli effetti territoriali discorsivi dal lato dell’offerta, ovvero dalle decisioni di localizzazione delle imprese (Krugman 1990 e 1998).

Erano dunque il mercato e la natura delle priorità di politica economica ad approfondire le distanze tra le regioni italiane: una politica monetaria recessiva provvederà, all’inizio degli anni Sessanta a interrompere la crescita tumultuosa e diseguale del paese non consentendo, di fatto, che i benefici si estendessero oltre il “triangolo industriale” di Milano Torino e Genova. E poi, dopo la stagione dell’autunno caldo inauguratasi sul finire di quel decennio e continuata in parte in quello successivo, il mercato, ovvero l’imprenditoria italiana, avvierà un processo di ristrutturazione senza precedenti, fatto di decentramento produttivo, di lenta erosione delle conquiste sindacali, che l’assenza di politica industriale e la blanda propensione alla programmazione non sarà in grado di contrastare (Graziani 1975).

Secondo un opposto schema interpretativo Graziani considerava le modalità di accumulazione dell’economia italiana al contempo causa e effetto di peculiarità alternative al modello della sintesi neo-classica che, anche nel caso italiano, riconduceva gli squilibri (di sottoccupazione) a mere rigidità del mercato del lavoro o dei beni (Graziani, 1981). Epici, in quel periodo, furono i confronti dialettici, suoi e di Giorgio Lunghini, con Franco Modigliani e Luigi Spaventa (Lunghini, 1981); più moderati quelli con Pasquale Saraceno cui lo legava un rispetto intellettuale sincero e profondo e dal quale era considerato un geniale enfant terrible, anche quando Graziani, talora, metteva in discussione l’approccio della Svimez al Mezzogiorno (Graziani 1990).

Del tutto scettico che la risoluzione dell’arretratezza potesse avvenire secondo una progressiva e armonica estensione del mercato e in assenza di politiche economiche adeguate, anche singoli episodi d’investimenti nel Mezzogiorno potevano palesare “effetti perversi”: significativa è l’indagine sugli effetti territoriali dell’insediamento a Pomigliano d’Arco dell’Alfa Romeo, ricerca che rivelava come il saldo netto occupazionale tra nuovi occupati e posti di lavoro persi nei settori poco competitivi alle industrie del Nord era addirittura negativo in ragione della scarsa occupazione indotta dagli investimenti dell’Alfa Romeo e dell’elevata propensione a importare beni di consumo “esterni”, fenomeno, quest’ultimo, che causava l’uscita dal mercato di numerose piccole imprese locali (Graziani e Pugliese 1978).

Un simile approccio era, aldilà dei meriti euristici, significativo di due principi: il primo era che la fragilità produttiva del Mezzogiorno, spesso confinata a quelle che egli definiva le teorie dominanti, deve costituire il parametro di valutazione della bontà di un’iniziativa privata o di un intervento pubblico. Emblematiche sono state le critiche delle modalità fondative dell’Unione Monetaria Europea, della propensione recessiva insita nei criteri di convergenza di Maastricht, nella conduzione della Banca Centrale Europea, nella scarsa propensione “germanica” a far da locomotiva dello sviluppo continentale (Graziani 2002 e 2004), nell’appiattimento di molta dell’accademia italiana a un europeismo acritico.

Il secondo principio, di certo il più rilevante del suo pensiero, era costituito dall’avversione alle sicurezze delle teorie dominanti, al ruolo scomodo dell’intellettuale, alla necessità, forse alla doverosità, di seguire l’angusto e poco sicuro sentiero dell’eterodossia, avversa, essa per definizione, a qualunque retorica che, in nome della moltitudine dei suoi seguaci, eserciti il convincimento (Mc Closkey 1988). Se, oggi, una sparuta schiera di economisti italiani cerca con fatica di sfuggire al “bocconismo” imperante sappiamo di chi è soprattutto merito.

 

*Professore Ordinario di Politica Economica e Presidente di RESeT Ricerca

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Il dualismo Nord-Sud fa passi indietro nella storia

Posted on 09 novembre 2013 by admin

Il divario tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia si approfondisce sempre più. Infatti, dopo che una residua timida tendenza alla riduzione della forbice tra le due parti del Paese si è arrestata nei primi anni novanta, dal 1995 assistiamo ad un marcato approfondimento del dualismo, resosi ancora più netto con il sopraggiungere e poi l’aggravarsi della crisi economico-finanziaria. In base alle valutazioni formulate dalla Svimez nel recente rapporto annuale[1], nel 2012 il pil del Mezzogiorno ha subito una flessione (per il quinto anno consecutivo) del 3,2%, oltre un punto percentuale in più rispetto alla contrazione registrata nel Centro-Nord (-2,1%). In termini di divario tra i redditi pro capite, il Paese è così ritornato ai valori degli anni cinquanta, quando un abitante del Sud aveva mediamente un reddito che raggiungeva a malapena il 57% di un connazionale che vivesse nel resto della penisola.

La crisi ha avuto un impatto devastante sul valore degli investimenti, ridottisi mediamente di quasi il 26% tra il 2007 e il 2012, con una contrazione che ha raggiunto addirittura il 47% nel settore industriale (contro un calo del 21,4% nel Centro-Nord). Proprio nel settore industriale il gap tra Sud e Centro-Nord si è particolarmente allargato: come rilevato dalla Banca d’Italia[2], tra il 2007 e il 2011 la riduzione del valore aggiunto nel settore è stata rispettivamente del 16% e del 10%. Inevitabile la differente ripercussione sul mercato del lavoro: il calo degli occupati nel Mezzogiorno è stato più che doppio rispetto a quello registrato nelle regioni centro-settentrionali (tra il 2008 e il 2012, rispettivamente -4,6% e -1,2%)[3]. Ciò spiega in grande misura perché nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione abbia raggiunto nel 2012 il 17%, contro l’8% del Centro-Nord. In questo quadro, non stupisce la ripresa in grande stile dell’emigrazione, che contribuisce a impoverire il Sud e a ostacolarne lo sviluppo.

Ciò che invece sorprende è trovarsi a rileggere pagine sul Mezzogiorno scritte oltre un secolo fa e trovarle attuali. Nel 1901 Francesco Saverio Nitti scriveva che «è supremo interesse nazionale che la trasfomazione [industriale] avvenga [e a tal fine] bisogna cercare mezzi straordinari»[4]. Nitti toccava gli aspetti salienti ancora oggi: “interesse nazionale”; “trasformazione industriale”; “mezzi straordinari”. Ancora oggi, tra rigurgiti di regionalismo e tentativi di occultare il dramma meridionale, tocca ribadire che, per dirla con un altro scrittore d’epoca, «fino a quando esisterà una questione meridionale […] l’unità nazionale non sarà raggiunta completamente»[5]. Così come non si può non osservare che nel Mezzogiorno mancano, ancora oggi, le “condizioni ordinarie per la trasformazione industriale” di cui parlava Nitti: capitali, borghesia di produzione, popolazione “educata” alla produzione industriale, capacità di attrarre capitali nazionali ed esteri[6].

Per certi aspetti, il dibattito di oggi può apparire addirittura più “arretrato” di quello del passato. Ciò almeno quando si pensi alla necessità di una “trasformazione”, una “modernizzazione”, industriale del Mezzogiorno, che oggi sembra essere talvolta negata con la tensione verso “platonici rimedi” (per utilizzare ancora una volta una espressione di Nitti) quali “piccolo è bello” e “decrescita felice” o, ancora, invocazioni a «il cielo, il mare, i forestieri. Ecco l’illusione del grande albergo e del grande Museo, la più pestifera di tutte le illusioni. […] d’altra parte è inutile parlare di rimedi che non sono tali […] il porto più grande o più piccolo, sarà sempre quello che è se la produzione sarà scarsa. Sono soluzioni comiche…»[7]. Non è superfluo allora sottolineare che il settore manifatturiero è il motore della crescita e che le economie che presentano dei vincoli nei saggi di crescita del settore manifatturiero registrano tendenzialmente tassi di crescita più bassi. La realtà è che l’economia meridionale è ancora oggi legata a filo doppio alle produzioni di beni tradizionali, con valore aggiunto modesto, ed è ben scarsamente propensa all’innovazione, registrando perciò modesta redditività, scarsa produttività, bassa capacità competitiva e, conseguentemente, minori esportazioni. Una economia che guarda ben poco alla domanda estera, al traino delle esportazioni, e che continua ad essere essenzialmente orientata alla domanda interna, anzi locale, quella che ha risentito maggiormente della crisi, sia dal lato dei consumi che dal lato degli investimenti[8].

Tutto ciò rende evidente la necessità di intervenire sul modello di specializzazione produttiva meridionale, ancora sostanzialmente rivolto alla domanda interna. Ma come fare? Certo, un utilizzo più oculato e meno dispersivo dei fondi europei e una maggiore vigilanza nell’utilizzo delle risorse rappresentano un aspetto non trascurabile del ritardo nello sviluppo del Mezzogiorno su cui intervenire[9]. Ma servono ben più risorse e una vera politica industriale[10]. Insomma, il vero nodo del problema rimane la necessità di recuperare quella “logica industriale” che ha ispirato le politiche di intervento straordinario per il Mezzogiorno negli anni cinquanta del Novecento. In questo senso, le riflessioni suscitate dal Rapporto Svimez e dagli studi in tema recentemente pubblicati servono a ribadire una volta in più che occorre ripensare la “questione meridionale” per rimetterla fattivamente al centro dell’agenda politica come parte di un progetto organico, sistematico e generale per lo sviluppo e la crescita dell’intero sistema paese.

*L’autrice è ricercatore nell’Università del Sannio.

[1] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2013.
[2] Banca d’Italia, “L’industria meridionale e la crisi”, Occasional Papers, n. 194, luglio 2013.
[3] Dati Svimez, 2013.
[4] F.S. Nitti, “La trasformazione industriale di Napoli. Gli ostacoli presenti”, La Tribuna, 1 giugno 1901.
[5] R. Caggese, “Oro, incenso e mirra…”, Il Secolo, 22 gennaio 1913. Sempre Caggese scriveva un secolo fa che «l’unico regionalismo sano e dignitoso consiste nell’indurre in tutti gli italiani il convincimento che la questione del Mezzogiorno è questione nazionale». R. Caggese, “I pericoli del regionalismo”, Il Secolo, 27 giugno 1913.
[6] F.S. Nitti, “Il problema della città di Napoli. Le soluzioni empiriche”, La Tribuna, 8 maggio 1901.
[7] F.S. Nitti, “Le questioni napoletane. Le opinioni del prof. F.S. Nitti. La soluzione del problema”, La Tribuna, 1 settembre 1901.
[8] Sul ruolo della domanda estera e sulla spiegazione di fondo del dualismo italiano valgono ancora, rispettivamente, i contributi esemplari di Nicholas Kaldor (“The Case of Regional Policy”, Scottish Journal of Political Economy, n. 18, 1970, pp. 337-348) ed Augusto Graziani (Lo sviluppo di un’economia aperta, ESI, Napoli, 1969).
[9] Così il ministro Trigilia, ad esempio in “Sconfiggere le clientele per rilanciare il Mezzogiorno”, L’Intervista in L’Unità, 10 ottobre 2013.
[10] R. Realfonzo, “Per salvare il Mezzogiorno”, L’Unità, 6 novembre 2013. Si veda anche R. Realfonzo e C. Vita (a cura di), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano, 2006.

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Il dualismo insuperato dell’economia italiana

Posted on 11 giugno 2013 by admin

Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud[1]. Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati nel lontano 1997, con effetti drammatici sui livelli occupazionali[2]. Ciò rende sinteticamente evidente che, sebbene la crisi economica internazionale interessi tutta l’economia italiana, il Mezzogiorno ne conosca le le conseguenze più gravi.

D’altronde i nodi da sciogliere del Mezzogiorno sono sostanzialmente i medesimi degli anni del secondo dopoguerra: grande peso delle attività primarie, arretratezza tecnologica, inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, ridotto spirito imprenditoriale, bassa produttività, bassi salari, forte spinta all’emigrazione[3]. Il risultato di tutto questo è che se il Centro-Nord tende a perdere contatto con i ritmi di crescita delle aree centrali d’Europa, nel Sud la “desertificazione industriale” procede a passi da gigante[4].

Insomma, il dualismo continua a caratterizzare l’economia italiana. L’unico vero tentativo di mettere in moto un processo di convergenza tra le due partizioni del Paese risale all’intervento straordinario[5] operato con la Cassa per il Mezzogiorno[6] tra il 1950 e il 1975[7]. Successivamente, il divario tra le due macro aree del Paese è tornato a crescere o, nella migliore delle ipotesi, a stabilizzarsi. Eppure, dopo l’intenso dibattito degli anni cinquanta, sessanta e settanta l’analisi delle vicende economiche italiane ha generalmente cessato di essere condotta in chiave dualistica[8], in particolar modo a partire dagli anni ottanta. A ciò hanno contribuito alcuni fattori. Da un lato, se inizialmente l’intervento straordinario aveva puntato sugli investimenti produttivi, successivamente, dopo la metà degli anni settanta, proprio quando maggiore era la necessità di una azione pubblica efficiente in grado di adattarsi ai mutamenti nelle convenienze localizzative e nell’adeguamento della produzione alle nuove condizioni di mercato, hanno prevalso interventi a sostegno dei redditi, spesso con caratteri assistenziali e clientelari. Dall’altro lato, al declino del modello di sviluppo industriale basato sull’intervento pubblico in comparti industriali a elevata intensità di capitale, venne contrapponendosi l’affermazione di un modello basato sullo sviluppo dell’imprenditoria locale, improntato a criteri di spiccata specializzazione, in una logica di forte integrazione europea e internazionale[9].

L’esaurimento dell’intervento straordinario[10] – concretizzatosi tra la fine degli anni ottanta e i primissimi anni novanta – ha visto anche un calo degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, anche per i vincoli imposti dal processo di integrazione europea. E da allora si registra una progressiva ulteriore apertura della forbice tra Nord e Sud. Il problema del Mezzogiorno viene spesso, tuttavia, ricondotto ai vincoli e alle rigidità del mercato del lavoro[11] e della formazione del capitale sociale, vincoli e rigidità che impediscono il pieno funzionamento dei mercati dei fattori produttivi e la loro allocazione efficiente tra le varie aree del paese. Tutto ciò si colloca sullo sfondo delle vicende europee: l’unificazione monetaria europea e la sua tendenza a spostare il baricentro economico-finanziario verso il Nord-Europa.

Ma la storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi[12]. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata[13]. Una volta che la produzione si è polarizzata in aree specifiche e in determinati settori, non ci può poi attendere uno spontaneo processo di diffusione di iniziative imprenditoriali in altre aree. Si innesca, invece, un processo cumulativo di divergenza per cui: nelle regioni in cui si concentra una struttura produttiva più efficiente e prevale la cosiddetta domanda ricca è favorito il processo di investimento e quindi di espansione; mentre le regioni la cui attività produttiva è legata alla domanda povera subiscono un rallentamento negli investimenti e nel processo espansivo. A ciò si aggiunga che le specializzazioni produttive tendono a riprodursi nel tempo e a strutturarsi, manifestando un legame di causalità con le strutture economiche, sociali e istituzionali, tendenza che le forze di mercato non riescono a correggere.

Applicata ad un sistema dualistico, tale circostanza tende ad accentuare progressivamente il divario. In più, privilegiare più o meno esplicitamente una competitività da prezzi, significa impedire la trasformazione della specializzazione produttiva e consegnare alla flessibilizzazione del mercato del lavoro il peso della competitività internazionale. Evidentemente, questa prospettiva ha finito per aggravare ulteriormente lo svantaggio delle aree meno sviluppate: anche le aree forti hanno premuto per una sempre maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro e un sempre minore intervento dello Stato nell’economia[14] col risultato che mentre nelle aree forti la crescita del reddito è affidata a economie esterne, rendimenti crescenti e fattori agglomerativi nelle aree “deboli” la deregolamentazione del mercato del lavoro e il venir meno del sostegno dello stato sociale, in aggiunta al già più basso livello di occupazione e di partecipazione, producono una riduzione del Pil pro capite. Il divario si acuisce.

Queste dinamiche riportano l’attenzione sulla caratteristica cumulativa del processo di divergenza e sui modelli di sviluppo dualistico. Riconsiderare il sistema economico italiano in chiave dualistica – con le dovute implicazioni in termini di politica economica – e reimpostare conseguentemente le politiche di sviluppo sembra quanto mai opportuno.

[1] Svimez (2013), Una politica di sviluppo del Sud per riprendere a crescere, 6 febbraio 2013, Roma.
Seppure il riaprirsi della forbice tra Nord e Sud risalga agli anni settanta – eccenzion fatta per brevi parentesi di stasi o timida riduzione – sembra che l’entità del divario sia notevolmente cresciuta proprio negli ultimi anni in concomitanza con l’attuazione di più stringenti politiche di austerità.
[2] Dati 24° Report Sud di Diste Consulting-Fondazione Curella sul II semestre del 2012.
[3] Sulla circolarità della relazione “impoverimento-emigrazione-impoverimento” si rimanda, in questa rivista, all’articolo di G. Forges Davanzati, Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno.
[4] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno nel 2012, il Mulino, Bologna.
[5] Per una ricostruzione dell’intervento straordinario e della attività della Cassa per il Mezzogiorno cfr. S. Cafiero (2000), Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-2003), Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.
[6] La Cassa per il Mezzogiorno fu fortemente voluta da Pasquale Saraceno che, col supporto teorico del “nuovo meridionalismo”, sottolineava la rilevanza strategica dell’industrializzazione per la soluzione della questione meridionale ma anche, più in generale, per la crescita dell’economia nazionale.
[7] Sulla “convergenza” del Mezzogiorno verso il resto del paese nel periodo citato, l’opinione riscontrabile in letteratura è sostanzialmente unanime.
[8] Per una rassegna sui modelli dualistici elaborati tra gli anni cinquanta-settanta del Novecento e il dibattito tra gli economisti che ne conseguì sia consentito rinviare a C. Vita, Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970), FrancoAngeli, Milano, 2012.
[9] Si veda a riguardo in questa rivista U. Marani, I luoghi comuni del “Piano per il Sud”.
[10] Secondo alcuni studiosi, il modello di sviluppo dall’alto sotteso all’intervento straordinario rispondeva solo ad una logica dirigistica e finiva con il privilegiare progetti particolari piuttosto che progetti di interesse generale. Tra gli altri, C. Trigilia (1996), “Una nuova occasione per il Mezzogiorno”, in Economia Italiana, n.2, e G. Viesti (2004), Abolire il Mezzogiorno, Laterza. Bari.
[11] Una riproposizione delle le disparità salariali e, eventualmente, dell’emigrazione come soluzione alla “questione meridionale” porta, sul piano teorico, ad una retrodatazione del dibattito ai tempi dell’analisi di Vera Lutz, secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro rappresentavano la causa principale del dualismo Nord-Sud.
Con specifico riferimento alle questioni salariali cfr., in questa rivista, gli articoli di R. Patalano e R. Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, e di G. Colacchio, Mezzogiorno in gabbia.
[12] Cfr., tra gli altri, R. Realfonzo e C. Vita (a cura di ) (2006), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano.
[13] L’impatto dell’apertura internazionale ed in particolare il ruolo svolto dalla domanda estera nel determinare una configurazione di sviluppo di tipo dualistico è stato analizzato da Graziani in Lo sviluppo di una economia aperta, ESI, Napoli del 1969. Il modello proposto da Graziani descriveva in maniera esaustiva i tratti del processo di sviluppo italiano degli anni cinquanta-sessanta ma potrebbe essere validamente ripreso per rappresentare l’attuale situazione economica nazionale.
[14] La necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una politica industriale nazionale con funzione trainante che parta proprio dalle regioni meridionali è, invece, ribadita, tra gli altri, da F. Pirro, La grande industria abita ancora il Mezzogiorno e Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche, in questa rivista.

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I luoghi comuni del “Piano per il Sud”

Posted on 11 marzo 2011 by admin

La matassa delle problematiche del Mezzogiorno, dal costituirsi dell’Unità d’Italia in poi, si dipana secondo dinamiche poco lineari che, solo riduttivamente, possono essere ricondotte alle certezze del determinismo storiografico o economicistico. L’alternarsi delle fasi di divergenza e di convergenza tra le due macro-regioni del paese s’interseca con quei momenti in cui la “questione meridionale” non assume solo priorità rituale nella gerarchia della politica economica nazionale ma diviene, nei fatti, un obiettivo realmente perseguito dalle classi dirigenti nazionali.

La mancata considerazione dei (fugaci) periodi di “politica meridionalistica-convergenza territoriale” costituirebbe una scorretta rimozione poiché eliminerebbe dall’analisi quei fattori di successo che, seppur sporadicamente, hanno costituito pre-condizioni o fattori di attenuazione del mancato sviluppo delle regioni del Mezzogiorno.

L’individuazione dei mix virtuosi di quei brevi scorci temporali necessita, anzitutto, di un definitivo superamento dei luoghi comuni che hanno minato, soprattutto sul piano interpretativo, l’efficacia e la prosecuzione di politiche economiche di stampo meridionalistico.

Una sintesi esaustiva di simili banalità è esemplarmente contenuta nel recente documento del Governo sul cosiddetto “Piano nazionale per il Sud” (Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011).

E da tali luoghi comuni solo pochi studiosi riescono, purtroppo, a sottrarsi (Giannola, 2011; Viesti,2009).

La prima, la più macroscopica di queste convenzioni, riguarda l’ammontare e l’inefficiente utilizzo dei fondi che sono stati destinati alle regioni meridionali.

Il sillogismo, nella sua essenza, è coniugato con solenne quanto superficiale enfasi: poiché l’ammontare di risorse destinato al Sud è stato smisurato, ma l’utilizzo concreto dei fondi non è mai esitato in una reale inversione di tendenza, tale da innescare un continuativo processo di convergenza delle regioni meridionali al resto del paese, segue che il ridimensionamento delle risorse impegnate a tal fine non avrà, per definizione, effetti di collasso sulle regioni in ritardo.

E’ ovvio che si tratta di un sillogismo solo apparentemente ineccepibile da punto di vista strettamente logico, poiché dalla prima affermazione potrebbe discendere, come conseguenza, l’analisi delle cause della presunta inefficienza; ma il sillogismo, come tale, si è tramandato nel corso degli ultimi decenni, spesso confortato, a posteriori, da presunte indagini economiche “neutrali” le quali associavano, come per incanto, spesa pubblica a spreco. Non che così spesso non fosse: l’economia politica del terremoto è troppo recente per non essere ricordata nella sua essenza di keynesismo politicizzato e criminale. Ma la generalizzazione, si sa, non è foriera di comprensione e finisce, secondo manicheismo, coll’omologare, ad esempio, comunità montane in riva al mare e grandi opere infrastrutturali.

Il secondo macroscopico luogo comune riguarda l’applicabilità al meridione di un modello autopropulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze delle regioni centrali di distretti industriali di piccole imprese.

Il ragionamento, particolarmente in voga nel corso degli anni Novanta, si articolava per una serie apparentemente concatenata di affermazioni tanto indimostrate quanto esplicitate con sicumera: poiché il modello “Cassa per il Mezzogiorno” ha prodotto mega-infrastrutture inutili e costose e poiché la grande impresa a partecipazione statale si è rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto vale ridimensionare gli impegni a favore della piccola impresa indigena, portatrice delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, aggiungeva la tesi in questione, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizzava per un peso crescente di finanza, terziario avanzato e di information technology ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano oriente. “Piccolo è bello” era lo slogan entusiasta del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinto che ogni territorio e ogni comunità presentasse potenzialità proprie di crescita, sacrificate dalla dipendenza dalla manifattura proveniente da fuori il Mezzogiorno (Donzelli e Cersosimo, 2000).

Che poi, nel frattempo, tutte le poche indagini fuori dal coro ci avvertissero del contrario era del tutto irrilevante.

Nel Mezzogiorno, nel frattempo, al grido di “meno Stato e più mercato” e di una ritrovata centralità dello sviluppo locale, la cui estensione ondeggiava dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile, si smantellava la grande impresa manifatturiera meridionale.

E il terzo luogo comune, quello più esplicito e liquidatorio, è il più recente, ovvero la rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”.

Proporre l’esistenza di una questione primaria per le regioni del nord del paese non indica solo liquidare il meridionalismo come visione dualistica dello sviluppo economico e sociale del paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale, unitamente allo sfascio della finanza pubblica del paese, come conseguenza dell’aver pervicacemente tentato di far convergere le regioni meridionali al resto del paese. Quando una simile miraggio si sarà diradato allora le regioni settentrionali riprenderanno a crescere e la finanza pubblica registrerà meno propensione al disavanzo (Ricolfi, 2010).

Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del centro-nord poco ha a che fare con i presunti sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le regioni del nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e del mancato adeguamento di competitività alle rigide regole dell’Unione Monetaria Europea (Gallino, 2003).

Del tutto diversa appariva agli occhi di quei pochi meridionalisti che hanno avuto la ventura di guidare la politica economica del paese la connessione tra le due macro-aree dell’Italia.

Ciò è avvenuto per periodi ristretti, mai più dalla fine degli anni Settanta in poi, immediatamente prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quella fortunata e irripetibile fase la strumentazione fu diversa e agì su più fronti: dapprima la nascita di un polo manifatturiero a partecipazione statale a seguito dei fallimenti bancari successivi alla Grande Crisi, successivamente la politica delle grandi infrastrutture e infine l’incentivazione all’ingresso di imprese del Centro-Nord nelle regioni meridionali (Graziani, 2000).

Si trattava di policy diverse, ma tutte accomunate dalla convinzione che era il meridione a palesare le potenzialità e le contraddittorietà dell’accumulazione in Italia, senza superficiali contrapposizioni tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”.

Il Mezzogiorno, era questa l’interpretazione realmente eterodossa, anticipava, con le sue contraddizioni, i limiti del paese: dunque intervenire non rispondeva ad alcun afflato caritatevole. Il meridione, solo fenomenicamente, si poneva come un caso di mancato sviluppo; a un’analisi più approfondita si palesava come la cartina di tornasole per il conseguimento di una crescita bilanciata della nostra economia (Saraceno 1986 e Saraceno 1992).

La nobiltà intellettuale e il fervore sociale di un simile approccio sono, oramai, oggetto di un dibattito appetibile per la storiografia ma impensabile per il conformismo dell’Italia di oggi. Ma il ruolo “anticipatorio” del Mezzogiorno rimane, seppur in negativo: catalogato a peso nazionale e a fonte della nascita di un’inverosimile questione settentrionale, il Sud si limita a scandire il Medio Evo prossimo venturo della società italiana (Ires Campania, 2010).

Un futuro di elevata disoccupazione giovanile, di precarietà diffusa, di retrocessione a potenza manifatturiera di secondo livello, di un settore pubblico avvitato in un circolo vizioso di alimentazione di spese di sussistenza delle quali ci si lamenterà e ci si allarmerà sempre più.

Ammettere in futuro l’esistenza di una simile connessione sarà, probabilmente, una magra consolazione.

*Ordinario nell’Università di Napoli “Federico II” e Presidente Ires Campania

Bibliografia
Cersosimo D. e Donzelli C., 2000, Mezzo giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale. Donzelli Editore.
IRES Campania, 2010, Per un documento sul Mezzogiorno.
Gallino L., 2003, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi.
Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011, Piano Nazionale per il Sud. Le priorità per la strategia di ripresa e sviluppo del Mezzogiorno.
Graziani A., 2000, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Boringhieri.
Giannola A., 2011, Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità
Ricolfi L., 2010, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati.
Saraceno P. (1986), Il nuovo meridionalismo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli.
Saraceno P. (1992), Studi sulla Questione Meridionale: 1965-1975, Collana SVIMEZ, il Mulino.
Viesti G., 2009, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza.

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La corruzione, la malapolitica e il Mezzogiorno

Posted on 31 gennaio 2011 by admin

Nel suo Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli (appena pubblicato da Pironti) Riccardo Realfonzo racconta l’esperienza di assessore al bilancio a Napoli, durata dal gennaio al dicembre del 2009, e chiusasi con le sue dimissioni e la denuncia di una gestione del potere di tipo clientelare. Per quanto l’esperienza di Realfonzo serva a chiarire che la politica italiana in generale non abbia mai seriamente affrontato il tema della “questione morale”, nel libro vengono chiamate particolarmente in causa le amministrazioni del Mezzogiorno. Ne esce rafforzata la tesi che il cattivo funzionamento delle istituzioni ricopre un ruolo centrale nel bloccare il Mezzogiorno in una condizione di ritardo rispetto al resto del paese.

A partire dai primi anni ’50 del Novecento e per circa un ventennio, il Sud sembrava avere agganciato i ritmi di crescita del Centro-Nord. In quegli anni il prodotto pro-capite del Mezzogiorno, come quota del valore registrato nel resto d’Italia, aumentò di circa 20 punti percentuali (Figura 1). Ma agli inizi degli anni ’70 la crescita rallentò e la spinta verso la riduzione del gap rispetto al resto del paese si interruppe (Pigliaru 2010). Ad oggi la situazione del Sud, rispetto ai dorati anni ’50, sembra non aver fatto alcun progresso: ora, come nel 1951, il Mezzogiorno produce poco meno del 24% del Pil nazionale. Complessivamente, dal 1951 al 2008 il Sud è cresciuto sostanzialmente agli stessi ritmi del Centro-Nord, senza riuscire a colmare il gap di sviluppo (Rapporto SVIMEZ 2008). Anzi, ormai da quasi un decennio il Sud cresce stabilmente meno del Centro-Nord: un processo di aggravamento del dualismo che non si era mai visto dal dopoguerra a oggi. Si tratta di una riduzione in termini relativi rispetto al Centro-Nord ma anche in termini assoluti, dal momento che nel 2009 il prodotto del Mezzogiorno risultava ancora inferiore (dello 0,3%) rispetto al livello registrato nel 2000 (Rapporto SVIMEZ 2010).

Figura.1 Andamento del prodotto pro-capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro-Nord. (Daniele Malanima 2007).

 

Le teorie che gli economisti propongono per spiegare il dualismo dell’economia italiana, e l’interruzione del processo di convergenza, sono numerose. Tra gli altri fattori, vengono chiamati in causa la riduzione del programma di investimenti pubblici, lo spostamento della spesa del governo verso i consumi (Bolto, Carlin e Scaramozzino 1999) e l’ingente ammontare dei trasferimenti destinato alle politiche di sostegno dei redditi, che avrebbero in definitiva distorto i meccanismi di mercato e scoraggiato l’ingresso di imprese in zone con più bassi livelli salariali. Un filone della letteratura individua poi in un deficit di capitale umano e più in generale di capitale sociale la causa interna del ritardo (Putnam 1993, Guiso, Sapienza e Zingales 2010): la scarsa qualità delle risorse umane e della ridotta rete di relazioni sociali, che invece caratterizzerebbero il Nord, condannerebbero il Mezzogiorno al sottosviluppo. Certo, le spiegazioni di natura propriamente economica colgono alcuni elementi del ritardo. E le osservazioni sulla mancanza di capitale sociale fotografano la realtà dei fatti, ma non ne chiariscono le ragioni. Sembra difficile, come afferma Putnam, far risalire all’epoca normanna – in cui si sarebbero formate relazioni di tipo gerarchico invece che cooperative – le cause del ritardo: di mezzo c’è stata la scoperta dell’America che di certo ha spostato verso nord il baricentro dell’economia.

La spiegazione complessiva va pertanto cercata altrove: c’è infatti da interrogarsi in modo più ampio sul ruolo che le istituzioni hanno avuto nel generare e confermare questo ritardo. A riguardo viene in aiuto la New Institutional Economics, secondo cui il cattivo funzionamento delle istituzioni fa crescere l’insieme dei costi di transazione, disincentivando la localizzazione di attività economiche nuove, pure in presenza di vantaggi di natura economica (North 1990). Questo argomento – insieme a quelli cari alla New Economic Geography – spiegherebbe il divario tra centri e periferie e gli squilibri permanenti di alcune aree rispetto ad altre (Basu 2008).

Ma c’è un interrogativo non risolto. Come mai le istituzioni non si modificano in senso efficiente, non “migliorano”, se allo stato provocano gravi squilibri che alla fine sono di svantaggio per tutti? Una risposta può essere cercata attraverso gli strumenti della teoria evoluzionista e della Evolutionary game theory (EGT). L’ipotesi di fondo è che le istituzioni che riscuotono maggior successo in un particolare momento e in un dato contesto hanno la migliore opportunità di essere confermate anche nel futuro. Il comportamento degli individui dipende dall’appartenenza a un gruppo, a una istituzione formale o informale, e dalla capacità di sentirsi garantiti nel riprodurre i propri comportamenti nel futuro. I risultati che un individuo attende quando adotta una determinata strategia e la mette a confronto con le strategie degli altri (la cosiddetta matrice dei pay-offs) dipendono dall’insieme di valori che misurano il successo di un percorso rispetto e la possibilità di affermarsi anche nel futuro (l’analogia – svuotata del suo contenuto genetico – è con il darwinismo). Se estendiamo questo ragionamento alle istituzioni possiamo dire che sono ritenute di successo quelle che raggiungono lo scopo per le quali nascono, ed hanno perciò maggiori possibilità di riprodursi anche nel futuro, dando forma al sistema ed orientando le scelte di coloro che si identificano in esse.

Seguendo questa interpretazione si sarebbero presentate a confronto nel Mezzogiorno due tipi di istituzioni, una formale ed una informale. L’istituzione formale è generalmente riferita alla sfera della legalità, con costituzioni, regolamenti e organizzazioni che hanno a che fare con la struttura politico-economica della società, ovvero con la distribuzione dei diritti di proprietà, il funzionamento del sistema giudiziario e gli organismi di governance di gruppi sociali (sindacati, associazioni di imprenditori. eccetera). L’istituzione informale è invece rappresentata dall’eredità del patrimonio culturale della società. Essa segue un processo di self-reinforcement attraverso meccanismi imitativi che si trasmettono nel tempo e nello spazio, poiché rappresentano il modo in cui i componenti del gruppo sociale interagiscono fra di loro. Il perpetuarsi dei suoi meccanismi interni nel tempo è assicurato dal fatto che gli individui che scelgono le sue regole ottengono maggiori vantaggi. Ebbene, nel Mezzogiorno, dove le connotazioni assunte da questo secondo tipo di istituzione sono decisamente negative, il confrontarsi continuo fra istituzioni formali ed informali ha visto prevalere nel tempo le seconde sulle prime, perché assicuravano maggiori vantaggi a coloro che si riconoscevano in esse. Così le istituzioni informali hanno finito per prevalere e diffondersi sempre più, diventando regola, occupando anche il terreno delle istituzioni formali. L’assenza di capitale sociale è perciò non solo il prodotto della storia e dell’eredità culturale del Sud, ma anche della scelta della “migliore” strategia di “sopravvivenza” nel Mezzogiorno.

In fin dei conti, il libro di Realfonzo, nel descrivere il degrado della politica nella capitale del Mezzogiorno, con l’utilizzo improprio dei fondi pubblici, il clientelismo, la corruzione, la malamministrazione delle società partecipate che dovrebbero gestire i servizi pubblici locali nell’interesse dei cittadini, ci parla proprio di questo “evolversi” della società napoletana e meridionale in generale. E chiarisce che chi non si adegua alle regole dell’istituzione “vincente” è costretto ad abbandonare la sua strategia, a mettersi da parte o a migrare dove le regole di comportamento provenienti dalla propria eredità culturale possano ottenere maggiore successo “riproduttivo”. Anche da questo punto di vista, il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare una preoccupazione, non solo come area in ritardo rispetto al resto d’Italia, ma perché “propone” un modello economico-istituzionale che in realtà si diffonde anche in altre aree del Paese e che rischia di contribuire al consolidarne la posizione di marginalità rispetto al resto d’Europa.

Bibliografia
Basu S. R. (2008), A new way to link development to institutions, policies and geography, UNCTAD, Policy issues in international trade and commodities study series No. 37.
Boltho A., Carlin W. e Scaramozzino P.(1999), Will East Germany become a new Mezzogiorno?, in J. Adams e F. Pigliaru, Economic Growth and Change, Cheltenham, Edward Elgar.
Daniele V. Malanima P. (2007), Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia, (1861-2004), Rivista di Politica Economica, III-IV, pp.267-315
Desmet K. Ortin I.O. (2007), Rational Underdevelopment, in Scandinavian Journal of Economics, 109-1.
Guiso L. Sapienza P. Zingales (2010), Civic Capital as the missing Link, EUI Working Paper, 2010/08
Iuzzolino G. (2009), I divari territoriali in Italia nel confronto internazionale, Banca d’Italia, mimeo.
Pigliaru F. (2010), Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno stato Stazionario?, CRENoS.
North D. C, (1990), Institutions, Institutional Change and Economic Performance, Cambridge, Cambridge University Press.
Putnam R. D. (1993), Making democracy Work, Princeton, Princeton University Press.

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