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Corretta la previsione sul Pil 2013 elaborata da Economia e Politica nell’autunno 2012

Posted on 14 febbraio 2014 by admin

La Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza fatta predisporre dal governo Monti nel settembre 2012 aveva previsto per il 2013 la fine della fase calante del ciclo e un Pil sostanzialmente stazionario (-0,2%). Con una serie di articoli, noi di Economia e Politica esprimemmo scetticismo circa quella previsione e facemmo rilevare che continuando con le politiche di austerità anche il 2013 avrebbe visto una pesante contrazione del PIl. In particolare, con l’articolo di Riccardo Realfonzo e Roberto Romano (“La decrescita infelice del governo Monti”, Economia e Politica, 26 ottobre 2012) notammo che “utilizzando stime realistiche circa il moltiplicatore della politica fiscale, nelle condizioni attuali e con le manovre effettuate dal governo è corretto assumere che il valore della produzione nazionale dovrebbe contrarsi nel 2013 di circa due punti percentuali”. Oggi l’Istat ha comunicato che nel 2013 il Pil italiano si è contratto dell’1,9% nel 2013. La nostra previsione era dunque assolutamente corretta. Molto più anche della previsione elaborata all’epoca dal Fondo Monetario Internazionale (-0,7%) che veniva ripresa nel Bollettino della Banca d’Italia dell’ottobre 2012.

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Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo

Posted on 20 novembre 2013 by admin

La crisi economica in corso è stata acuita dalle fragilità che caratterizzano il sistema istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. Le cattive teorie economiche su cui le politiche monetarie e fiscali europee sono disegnate hanno svolto un ruolo rilevante. Tuttavia, nel caso italiano, le criticità risultano accresciute da un sistema produttivo già caratterizzato da profonde difficoltà[1]. Queste sono legate principalmente alla crescente incapacità di sviluppare all’interno del sistema produttivo nazionale le innovazioni tecnologiche necessarie a mantenere una posizione di rilievo sui mercati internazionali. A partire dalla fine degli anni ’80 in poi l’incremento degli investimenti privati si è tradotto, nella maggior parte dei casi, in un incremento delle importazioni dall’estero che non si è accompagnata ad una ripresa delle esportazioni sufficiente ad evitare un incremento del disavanzo commerciale; in queste condizioni di ritardo tecnologico, laddove si potessero realizzare politiche espansive sul lato della domanda, queste non si tradurrebbero automaticamente in opportunità di crescita. In altri termini, l’aumento dei beni strumentali impiegati dalle imprese può costituire un vincolo estero e può innescare un processo di riduzione del reddito nazionale[2]. La quota degli investimenti in macchinari[3] sul PIL è una variabile che continua ad assumere un ruolo importante nella spiegazione dei tassi di crescita. Ma attenzione a proporre un generico aumento degli investimenti! Infatti l’evoluzione qualitativa dei beni di investimento – che si traduce in processi produttivi che necessitano di un minore impiego dei beni strumentali tradizionali – è diventata sempre più importante, è cioè cresciuta la rilevanza del progresso tecnico disembodied[4].

Ogni cambiamento nella composizione dei beni strumentali, indotto ad esempio dall’evoluzione tecnologica, ha conseguenze sui processi produttivi in cui essi sono impiegati, dunque anche sulla composizione dei beni di consumo finali. Immaginiamo di trovarci dinanzi a due sistemi economici, il sistema A e il sistema B, caratterizzati da una bilancia commerciale in pareggio: le importazioni sono uguali alle esportazioni. Se nel sistema B, grazie alla ricerca e sviluppo, vengono diffusi beni strumentali in grado di sostenere una produzione a più bassi costi e in grado al contempo di incidere anche sulla stessa evoluzione dei beni di consumo, vi saranno due conseguenze: i nuovi beni di consumo prodotti in B potrebbero sostituire i beni di consumo che B importava da A. Inoltre i nuovi beni strumentali prodotti in B saranno richiesti dalle imprese impegnate in A per preservare la propria competitività. In assenza di un incremento delle conoscenze sviluppate in A, si verrà così a generare un peggioramento della bilancia commerciale in A e un miglioramento della bilancia commerciale in B. Il vincolo tecnologico assume così le caratteristiche di un vincolo commerciale. In un’area economica che utilizza un’unica moneta e che non prevede meccanismi di riequilibrio fiscale o commerciale, la dinamica appena illustrata risulta incorreggibile.

Nel corso degli ultimi 25 anni (1987-2012) i principali Paesi industrializzati in Europa hanno contratto gli investimenti in rapporto al PIL. A ciò è corrisposta una crescita del rapporto fra la ricerca e sviluppo e il PIL e più in particolare del rapporto fra la ricerca e sviluppo delle imprese (BERD) e il PIL, che indica un progressivo spostamento della specializzazione produttiva su settori innovativi a più elevata intensità di ricerca. Questa importante trasformazione si inquadra nel più generale processo di sviluppo che ha coinvolto le economie più avanzate a partire dal secondo dopoguerra, portando alla ribalta il ruolo della ricerca scientifica e della innovazione tecnologica, prefigurando una nuova divisione internazionale del lavoro basata sulla produzione di beni high-tech.

Cosa ha comportato l’interazione tra progresso tecnico e l’evoluzione della domanda originata dalla crescita dei redditi pro-capite verso beni e servizi a maggior contenuto tecnologico?

Ha delineato i contorni di una dinamica strutturale tendente a sollecitare la redistribuzione della produzione da settori caratterizzati da una domanda in termini relativi in declino, verso altri invece in espansione e caratterizzati dalla presenza di nuovi prodotti. Non tutti i Paesi manifestano gli stessi andamenti, ma il quadro generale è quello di un rafforzamento della spesa in ricerca e sviluppo parallela a una riduzione degli investimenti in macchinari[5]. Solo per fare alcuni esempi, la Finlandia è caratterizzata da una netta riduzione della quota degli investimenti in macchinari sul PIL (circa l’8% nel 1987, di poco inferiore al 4% nel 2011) e da un contestuale netto aumento della quota BERD sul PIL (dall’1% a circa il 3% nello stesso periodo); la Germania mantiene un livello della quota BERD sul PIL di poco inferiore al 2%, che appare sufficiente a garantire una tendenza decrescente del rapporto investimenti in macchinari/PIL (da circa il 7% a circa il 5% nel periodo considerato). Anche la Francia è caratterizzata da una riduzione della variabile investimenti in macchinari/PIL (dal 4,5% nel 1987 a circa il 3,5% nel 2010) e da una costanza della quota BERD/PIL di poco inferiore all’1,5%.

Diversamente dagli altri Paesi, l’Italia manifesta un ristagno della quota BERD/PIL, che resta sempre al di sotto dell’1% e che non tende mai a crescere, accompagnandosi ad una crescita della quota investimenti in macchinari/PIL nel periodo che va dal 1992 sino al 2008.

Nella Figura 1 mettiamo in relazione investimenti in macchinari e la BERD per vedere in quale misura la dinamica dell’investimento è correlata alla dinamica strutturale del sistema produttivo in funzione del grado di specializzazione in settori ad alta intensità di ricerca. Maggiore è il rapporto BERD/investimenti in macchinari, più il processo di accumulazione risulta essere knowledge intensive e viceversa.

Di particolare interesse è la performance della Finlandia con un rapporto BERD/investimenti sempre al di sopra del 10% che è tendenzialmente crescente sino a raggiungere l’80%, diversamente dall’Italia che ha un rapporto stabilmente al di sotto del 10%. All’interno di questi due estremi troviamo tutti gli altri Paesi analizzati, che comunque registrano una crescita del suddetto rapporto, in particolare la Germania e la Spagna.

L’Italia è un caso limite, ma rappresentativo del nuovo paradigma: è il Paese che più di altri ha investito in beni strumentali, ma allo stesso tempo è anche il Paese con la peggiore crescita del PIL.

L’economia italiana si contraddistingue per un rapporto BERD/investimenti assolutamente stagnante, che porta il Paese da un lato a mantenere elevata la quota di beni strumentali necessari alla produzione, dall’altro a far sì che la domanda di beni strumentali sia sempre meno soddisfatta dalla produzione interna, a fronte di una specializzazione produttiva dinamicamente sempre più lontana dalla frontiera tecnologica e perciò insufficiente a mobilitare adeguate competenze tecnologiche[6].

Fig. 1 – Andamento del rapporto BERD/Investimenti in Macchinari (1987-2011)

Fonte: elaborazioni su dati OCSE

Il ruolo del modello di accumulazione e della sua capacità di incorporare i processi di innovazione tecnologica non può prescindere dal livello di sviluppo in cui si colloca un determinato Paese. Infatti, a partire dagli anni ’80, la crescita degli scambi commerciali internazionali risulta essere alimentata in maniera crescente dalle produzioni high-tech (passando da una quota del 15% di fine anni ’80 ad una quota dell’ordine del 30% negli anni ’90[7]), ed è rispetto a queste che si è andata sempre più misurando la capacità competitiva delle economie avanzate. La tenuta della capacità produttiva dei diversi Paesi rispetto al vincolo estero si è andata così definendo in base alla capacità di esportare nei mercati dei prodotti high-tech, tenuto conto che la diffusione dei processi di innovazione ha portato contestualmente anche ad una maggiore domanda di questi beni e ad un aumento delle relative importazioni.

Diversamente da quanto avvenuto nell’ambito dei maggiori paesi industrializzati, a partire dagli anni ’80, e in tempi più recenti in una significativa schiera di Paesi nord europei, in Italia l’aumento dell’intensità tecnologica delle importazioni manifatturiere non ha infatti trovato un adeguato bilanciamento nell’aumento dell’intensità tecnologica delle esportazioni. I deficit commerciali del Paese nelle produzioni high-tech derivano dunque da uno scompenso strutturale tra domanda di tecnologia – coerente con quella degli altri ad industrializzazione avanzata – ed offerta di tecnologia, ed il loro accentuarsi nel lungo periodo non è che un esito del peggioramento di questo scompenso. La dipendenza dei processi innovativi dall’uso di beni strumentali, che sono la componente maggioritaria delle produzioni high-tech, ha naturalmente aggravato tale scompenso.

Considerata la natura particolare della crisi italiana, una richiesta di sostegno indiscriminato agli investimenti risulterebbe controproducente: dato il sentiero di sviluppo su cui si colloca l’Italia, contribuirebbe alla crescita del disavanzo commerciale italiano. Si tratta invece di comprendere la dinamica strutturale del sistema e di riprogrammare la struttura produttiva del Paese. Occorre entrare nel merito di cosa produrre, di come farlo e per chi, sollecitando una modifica della specializzazione produttiva verso settori a più alta intensità di ricerca e sviluppo. Solo la produzione di beni innovativi in grado di indirizzare un cambiamento tecnologico che vada oltre i confini nazionali può ridurre in modo durevole il disavanzo commerciale del Paese[8]. Questo è ciò che si dovrebbe intendere per politica industriale.

* Stefano Lucarelli, Dipartimento di scienze aziendali, economiche e metodi quantitativi, Università di Bergamo; Daniela Palma, ENEA-UTT (Unità Trasferimento Tecnologico); Roberto Romano, Dipartimento contrattazione della CGIL Lombardia con incarichi di studio e ricerca.

Bibliografia
DULLECK U. e FOSTER N. (2008), “Imported Equipment, Human Capital and Economic Growth in Developing Countries”, Economic Analysis and Policy, vol. 38 n. 2, pp. 233-250.
FERRARI S. (2012), “Crisi internazionale e crisi nazionale”, Moneta e Credito, vol. 65 n. 257, pp. 49-58.
LEON P. (1965), Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica, Boringhieri, Torino.
PALMA D. e PREZIOSO S. (2010), “Progresso tecnico e dinamica del prodotto in un’economia ‘in ritardo’”, Economia e Politica Industriale, vol. 37 n. 1, pp. 33-634.
PARRINELLO S. (2010), “The Notion of National Competitiveness in a Global Economy”, in Vint J., Metcalfe J.S., Kurz H.D., Salvadori N. e Samuelson P. (a cura di), Economic Theory and Economic Thought: Essays in Honour of Ian Steedman, Routledge, Londra e New York, pp. 49-68.
PASINETTI L. (1984), Dinamica strutturale e sviluppo economico: un’indagine teorica sui mutamenti nella ricchezza delle nazioni, UTET, Torino.
THIRLWALL A.P. (2011), “The Balance of Payments Constraint as an Explanation of International Growth Rate Differences”, PSL Quarterly Review, vol. 64 n. 259, pp. 429-438.
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[1] Il lettore desideroso di approfondire le tesi qui sostenute è rimandato al nostro articolo apparso su Moneta e Credito, vol. 66, n. 262, pp. 167-203.
[2] Sullo stesso problema ha recentemente posto l’attenzione anche Parrinello (2010). Si tratta di risultati coerenti con i modelli di crescita limitata dalla bilancia dei pagamenti (Thirlwall, 2011).
[3] Per descrivere la dinamica degli investimenti delle imprese utilizzeremo i dati OCSE “Other machinery and equipment”, che rappresentano la componente più rilevante, ai fini della nostra ricerca, degli investimenti fissi.
[4] Cfr. Dulleck e Foster (2008) e Palma e Prezioso (2010).
[5] Per gli investimenti in macchinari abbiamo utilizzato i dati OCSE, Other machineries and equipment. Per la BERD abbiamo utilizzato i dati OCSE, Business enterprise R-D expenditure by industry. Abbiamo espresso entrambe le variabili in rapporto al PIL (dati OCSE, Gross domestic product, output approach).
[6] La cosa può apparire paradossale, ma occorre considerare che sebbene i beni strumentali acquistati sul mercato internazionale siano caratterizzati dagli stessi rapporti capitale/lavoro (gradi di meccanizzazione) per tutti i Paesi, a parità di grado di meccanizzazione, un Paese che importa dall’estero una parte dei macchinari avrà un rapporto capitale/prodotto (intensità di capitale) più elevato. Come spiegato da Pasinetti (1984, pp. 210 e ss.) può accadere che il progresso tecnico comporti l’impiego di un numero crescente di macchine per lavoratore, senza che la quantità di lavoro incorporato in tali macchine vari. L’uso di uno stesso processo produttivo in un Paese che importa il bene capitale ad esso necessario, non implica l’impiego delle quantità di lavoro che serve a produrre quel bene capitale, ma l’impiego di quelle quantità di lavoro necessarie a produrre quei beni la cui vendita rende possibile lo scambio sul mercato estero volto all’acquisizione del bene capitale in questione. Ne deriva che nei Paesi importatori – come l’Italia – vi siano processi produttivi con un’intensità di capitale più elevata e con una maggiore proporzione nei prezzi finali della componente di costo per il capitale rispetto alla componente di costo per il lavoro. Così gli investimenti si traducono in un vincolo estero di natura tecnologica. Cfr. anche Ferrari (2012).
[7] I dati sui prodotti high-tech utilizzati nel presente studio sono tratti dalla base statistica dell’Osservatorio ENEA sull’Italia nella competizione tecnologica internazionale, messa a punto, nella sua versione iniziale, nel 1993. Tale base è fondata sulla definizione di un paniere di produzioni valutate come high-tech tenendo conto non solo dell’appartenenza a settori industriali “ad alta intensità tecnologica”, caratterizzati tipicamente da più elevate spese in R&S, ma anche dell’indicazione diretta del contenuto tecnologico fornita da tecnici ed esperti di settore. Lo studio della rilevanza tecnologica dell’offerta produttiva seguendo un approccio per prodotti consente, infatti, di superare i limiti insiti nelle classificazioni settoriali la cui valutazione di “intensità tecnologica” dipende in larga misura dalle produzioni “prevalenti” presenti al loro interno. Ciò comporta l’esclusione di produzioni tecnologicamente rilevanti ma appartenenti a settori a medio-bassa intensità tecnologica, nonché il caso opposto e una conseguente difficoltà nel condurre analisi comparative tra Paesi diversi sulla reale rilevanza tecnologica delle produzioni nazionali. Il paniere di beni high-tech dell’Osservatorio ENEA, revisionato nel 2004, è stato selezionato sulla base della classificazione S.I.T.C. REV.3 (introdotta nel 1988) e comprende i seguenti gruppi di prodotti: farmaceutica, energia termomeccanica, chimica, materiali, automazione industriale, macchine per ufficio, telecomunicazioni, elettromedicali, componenti elettronici, aerospazio, strumenti di precisione, strumenti e materiale ottico.
[8] La prospettiva di politica economica che cerchiamo di sviluppare trae spunto dalle preziose intuizioni presenti in Leon (1965).

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La politica industriale europea tra l’austerity e gli obiettivi del 2020

Posted on 13 febbraio 2013 by admin

1. Pur nei limiti dell’impostazione economica e culturale della Commissione Europea[1], l’UE ha proposto delle linee di politica industriale. All’inizio con il libro bianco di Delors, poi con la strategia di Lisbona (2000), con risultati in chiaro scuro, e recentemente con Europa 2020.

La crisi del 2007 ha modificato molte consuetudini e cliché culturali. Cresce la consapevolezza di dovere affrontare sfide inedite in termini di competitività, difesa ambientale, risorse energetiche e conoscenza; la Commissione prepara una comunicazione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni dal titolo “Una politica industriale integrata per l’era della globalizzazione. Riconoscere il ruolo centrale di concorrenzialità e sostenibilità[2]”. L’Europa definisce lo scenario di lungo periodo, mentre i programmi comuni operano in una logica di network continentali (anche in competizione tra loro); gli Stati nazione orientano la politica della ricerca e dell’innovazione; le autorità regolano-controllano la concorrenza nel mercato; gli enti locali creano le condizioni ambientali favorevoli per lo sviluppo.

Sono due i principali terreni d’intervento: il primo è legato alla conoscenza[3]; il secondo è legato alla tutela del mercato[4]. Questi tratti di politica industriale sono rafforzati con il vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 Dicembre del 2008 e, recentemente, dal progetto “A Stronger European Industry for Growth and Economic Recovery”[5]. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sull’innovazione tecnologica per far fronte alla sfida energetica e ambientale.

All’interno di questo scenario economico, si inserisce il progetto di bilancio europeo 2014-2020[6]. La proposta di bilancio risente gravemente delle politiche d’austerità adottate dall’insieme dei paesi di area euro, anche se vi è una ridefinizione interna degli stanziamenti che porta ad una crescita del 37% per quelli dedicati alla crescita e al lavoro (che passano così dal 9% al 12% del bilancio complessivo). Certo, una inversione apprezzabile, ma del tutto insufficiente per realizzare gli obiettivi di Europa 2020 e la sottesa politica industriale, proprio perché in un quadro complessivo di politiche fiscali restrittive.

Inoltre, le politiche industriali europee hanno un limite: le diverse specializzazioni produttive dei singoli Paesi, che si amplificano con la moneta unica; a parità di condizioni (finanziarie e monetarie), sono proprio le politiche industriali pubbliche, la presenza di un tessuto produttivo privato innovativo e non ostile, a governare i cambiamenti tecnologici e condizionare le traiettorie dello sviluppo e la dinamica strutturale. In altri termini, i Paesi che hanno costruito e consolidato dei sistemi nazionali d’innovazione[7] capaci di fare ricerca e sviluppo, hanno anche saputo governare l’evoluzione delle componenti della domanda effettiva, producendo i beni necessari per le esigenze di una struttura produttiva e di consumo sempre più fondata su beni e servizi ad alto contenuto tecnologico, riducendo gli investimenti sul Pil, ma rafforzando la struttura di ricerca e sviluppo[8].

2. “L’Europa ha bisogno di invertire il declino industriale”, questo è l’incipit della comunicazione “A stronger european industry for growth and economy recovery” della Commissione al Parlamento europeo e alle altre istituzioni europee[9]. L’obiettivo dichiarato è quello di portare la produzione industriale dal suo livello attuale, intorno al 16% del Pil, al livello del 20% entro il 2020. Questa sarebbe l’unica via per conseguire uno sviluppo sostenibile e un lavoro ad alto valore aggiunto per affrontare le sfide sociali che si affacciano. Una sfida che deve essere risolta via investimenti, innovazioni e crescita della competitività, soprattutto nelle clean technologies che condizioneranno tutti i settori produttivi manifatturieri. L’impianto generale è mutuato da Europa 2020, con 6 particolari priorità, che si fondano su energia verde, trasporti eco-compatibili, nuovi metodi di produzione, nuovi materiali e sistemi di comunicazione sempre più avanzati. Viene dichiarato che “una base industriale più ampia è essenziale per una Europa più ricca e di successo”, nella quale “gradualmente la competitività sarà meno dipendente dalla dinamica dei differenziali salariali”. Molta enfasi viene posta sul ruolo della formazione professionale e sull’obiettivo di un un tasso di occupazione del 75% da raggiungere sempre al 2020[10].

La Commissione individua sei priorità dell’industria manifatturiera, da sviluppare entro il 2020, che intercettano le principali aree di sviluppo economico e tecnologico:

a. Le tecnologie avanzate per la produzione pulita intercettano un mercato promettente, stimato dalla Commissione in 750 mld di euro. I principali campi-settori di produzione sono legati all’utilizzo di beni strumentali ad alta efficienza energetica e utilizzo di materiali, legati profondamente a modelli commerciali sostenibili, che devono convergere verso il recupero dei materiali, calore e dispersione di calore. L’Europa (in realtà alcuni Paesi europei) rappresenta il 35% del mercato internazionale e quasi il 50% dei brevetti industriali;

b. Le tecnologie abilitanti fondamentali (KETs) hanno un mercato potenziale tra i 646 mld e 1 trilione di euro. Si tratta di micro e nanoelettronica, materiali avanzati, biotecnologia industriale, fotonica, nanotecnologie e sistemi avanzati per la manifattura. Ora rappresentano quasi l’8% del PIL europeo e coprono il 30% del mercato internazionale. Il vero nodo dell’industria europea è quello dell’industrializzazione della propria ricerca e sviluppo;

c. I prodotti provenienti da fonti rinnovabili presentano diversi vantaggi per l’industria e le ricadute ambientali. Infatti, i bio combustibili hanno dei vantaggi rispetto ai combustibili fossili: consumano meno energia, emettono meno anidride carbonica e composti organici volatili e producono meno rifiuti tossici. La Commissione stima un mercato di 40 mld di euro e potrebbe realizzare 90.000 nuovi posti di lavoro solo nella biomedicina. I principali settori sono la bioplastica, biolubrificanti, biosolventi, biochimica, ecc.;

d. La modificazione dei processi industriali e la riqualificazione dell’edilizia pubblica e privata, compreso il recupero delle materie prime, permetteranno di tagliare la bolletta energetica dell’Europa. Infatti, queste strutture utilizzano il 40% dell’energia Europa. Potenzialmente è un mercato da 35 mld di euro annuo. La Commissione propone di rafforzare gli standards (edilizi e dei processi di produzione) per influenzare l’offerta dei beni necessari per conseguire i risultati attesi;

e. Le predisposizioni di navi e veicoli sostenibili-ecologici condizioneranno lo sviluppo e la riconversione d’intere filiere produttive e infrastrutturali. I veicoli ibridi ed elettrici rappresenteranno almeno il 7% del mercato, per lo più concentrato nei mercati a capitalismo avanzato, condizionando la catena del valore industriale, dei modelli di business, nuove abilità dei consumatori, come d’infrastrutture adeguate[11];

f. Le reti intelligenti presuppongono lo sviluppo d’infrastrutture adeguate, legate alla rete elettrica, alla capacità di stoccaggio e bilanciamento dell’energia, con un mercato potenziale di 480 mld di euro per il 2035. Si tratta di riconfigurare una parte della produzione di elettrodomestici, caldaie, e altre soluzioni che configurano un uso appropriato dell’energia.

3. Insomma, Europa 2020 individua alcuni importanti obiettivi: la conoscenza e il suo uso a fini ambientali, la crescita economica senza emissioni di carbonio e l’impiego accurato delle risorse, l’efficacia sul piano dei costi sull’intero ciclo di vita dei beni e servizi. E per molti aspetti si tratterebbe di obiettivi perseguibili. Se la tecnologia Ict, che aveva un retroterra (militare) robusto, ha raggiunto il 7% del PIL, la green economy potrebbe effettivamente raggiungere i risultati definiti dalla Commissione. Ma vi è una profonda contraddizione tra le politiche industriali che servirebbero all’Europa e il quadro di regole di politica fiscale restrittiva – insomma l’austerity – entro cui tutto ciò dovrebbe svolgersi. Senza una svolta espansiva e l’abbandono delle politiche di austerità gli obiettivi di Europa 2020 resteranno sogni nel cassetto.

[1] Mario Sarcinelli, 2010, “Europa 2020”, nuovo governo economico e ri-regolamentazione finanziaria: incentivi o vincoli alla crescita, Moneta e Credito, vol. 63 n. 252, 291-324, pp. 292-293.
[2] Bruxelles, xxx, COM (2010) 614; SEC (2010) 1272; SEC (2010) 1276.
[3] Secondo la Commissione l’innovazione svolge un ruolo fondamentale per la crescita e la produttività. In particolare, nell’uso efficiente dell’innovazione nell’energia e nei materiali, nei processi produttivi e nei servizi. Sono le cosiddette tecnologie legate alla biotecnologia industriale, le nanotecnologie, i materiali avanzati, la fotonica, la micro e la nanoelettronica e i sistemi di fabbricazione avanzati, la base per un’ampia gamma di nuovi processi, beni e servizi.
[4] Da qui le politiche volte a osteggiare i cartelli industriali e gli aiuti di stato, unitamente ad un forte ridimensionamento delle imprese pubbliche che operano nel e per il mercato.
[5] European Commission, Brussels, 10 ottobre 2012, COM(2012) 582 final.
[6] Consiglio Europeo dell’8 febbraio 2013.
[7] Per sistema nazionale d’innovazione intendiamo un sistema d’imprese, strutture creditizie e finanziarie, strutture istituzionali pubbliche, organizzazioni dei lavoratori, strutture istituzionali informali, norme e consuetudini all’interno di uno stesso contesto nazionale, in grado di costituire un insieme di dotazioni tecniche, di processi di apprendimento e di relazioni volte a modificare la struttura produttiva e la domanda di beni e servizi, sino a determinare le condizioni per un salto di paradigma tecnologico.
[8] A titolo esemplificativo riportiamo i seguenti dati riferiti a Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, USA, Giappone e Canada: per tutte le destinazioni della produzione, si registra una crescita della quota high tech, per i beni strumentali la media high tech, sul complesso delle esportazioni manifatturiere, è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Cfr. Daniela Palma e Stefano Prezioso, 2010, “Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo””, Economia e Politica Industriale, Vol. 37, No. 1, pp. 33-64.
[9] European Commision, Brusseles, 10/10/2012, COM (2012) 582 final.
[10] Si tratterebbe di creare non meno di 16 mln di nuovi posti di lavoro.
[11] Si pensi alle ricariche delle auto elettriche. La possibilità di ricaricare un’auto elettrica via spina è non solo lunga, ma disarmante per il mercato. In realtà si potrebbe anche pensare a un cambio di batteria che velocizzerebbe l’operazione.

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Spending Review? Un taglio classista della spesa pubblica

Posted on 28 luglio 2012 by admin

Il decreto legge n° 95 del 6 luglio 2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi pubblici”, è l’ultima puntata di una serie di manovre correttive del bilancio pubblico italiano.

L’Italia ha subito 5 manovre correttive, maggiori entrate e tagli alla spesa pubblica, tra il 2011 e il 2012, per un ammontare complessivo che sfiora i 120 miliardi di euro, al netto del fiscal compact e dell’euro plus che costringerà il paese a delle misure (correttive) tra i 35-45 mld di euro.

Le previsioni di crescita del Paese sono sicuramente condizionate dal contesto internazionale e, in particolare, europeo, ma le stime di crescita sono in qualche misura coerenti con il taglio della spesa pubblica e la riduzione del reddito delle famiglie via incremento della pressione fiscale. Adottando un criterio prudenziale[1] è possibile stimare una diminuzione del Pil italiano per il 2012 del 2,5% e del 3% nel 2013. Sono ordini di grandezza che trovano una parziale conferma nelle prime proiezioni del FMI e della Banca d’Italia (-2% per il 2012), mentre Confindustria si è spinta oltre (-2,4%). Diversamente da queste previsioni, il governo stima la crescita per il 2012 in meno 1,2% (DEF aprile 2012). Probabilmente un eccesso di fiducia, oppure la necessità di far conciliare i saldi di finanza pubblica che non sono neutri rispetto all’andamento del Pil, come mostra la crescita della spesa corrente intervenuta tra il 2007 e il 2011, dal 44,1% al 47,5% del Pil, per lo più imputabile agli stabilizzatori automatici[2].

La contrazione della crescita ha condizionato il rapporto debito/Pil, facendolo aumentare, più di quanto non abbia fatto la crescita dei tassi di interesse. Infatti, l’onere degli interessi passivi sul debito, pur rimanendo saldamente al di sopra del 5% del Pil, passa da una previsione del 5,1% dell’aprile del 2011 al 5,3% del Pil dell’aprile 2012. Quindi è proprio la dinamica del Pil a condizionare il rapporto debito/Pil, mentre la spesa per interessi concorre in misura più contenuta, per il momento.

Il DL 95/2012 (Spending Review) non si discosta molto dalla filosofia dei provvedimenti adottati da Tremonti e Monti (2011): forte incremento delle entrate, riduzione del ruolo degli enti territoriali (comuni, province, regioni), ridimensionamento degli enti di ricerca, contenimento dell’impiego pubblico (meno 10% degli impiegati e meno 20% dei dirigenti), più una punta di raggiro che rende alcuni provvedimenti fastidiosi.

Da una parte è del tutto evidente che il DL 95/2012 non è una qualificazione ma un taglio della spesa, con risparmi attesi nel medio periodo di 80 mld di euro su 250 mld. Ci sono poi delle inefficienze e sovrapposizioni (maggiori costi) nella parte relativa alla soppressione delle province (Servizio Bilancio del Senato), mentre si prospetta una ulteriore stretta per le famiglie interessate dalle agevolazioni fiscali (detrazioni-deduzioni) che rendono veramente fastidioso il rinvio dell’aumento dell’IVA. Infatti, la riduzione dell’IVA, meno 3.280 mln nel 2012, meno 6.569 mln nel 2013 e meno 9.840 nel 2014, è condizionata da un aumento delle entrate fiscali legate alla rivisitazione delle agevolazioni fiscali (delega fiscale di Tremonti). Indubbiamente l’IVA è una imposta odiosa perché in ultima istanza si scarica su tutti i consumatori (regressiva), ma il taglio delle agevolazioni (detrazioni e deduzioni) ha contorni che sfiorano il grottesco. Tecnicamente sono le famiglie più bisognose a beneficiare delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

Il governo Monti ha trovato nell’opinione pubblica un certo sostegno e, in ragione di questo consenso (?), ha adottato dei provvedimenti che agli occhi dell’Europa erano indispensabili[3]. In qualche misura “costretto” dal contesto europeo ha precarizzato il mercato del lavoro, contratto i diritti e “liberalizzato” il mercato delle public utilities, ma la spending review non è imposta dall’Europa. Poteva essere una occasione per valorizzare le “competenze” del Governo. Infatti, la revisione della spesa pubblica è una attività normale del governo della cosa pubblica. Ogni qualvolta c’è uno speco o una spesa mal allocata è giusto intervenire. La spending review di Monti è un taglio lineare e mirato allo stesso tempo, con forti tratti classisti. Sostanzialmente un governo classista e “leggero” con il diritto positivo, che gioca con la costituzione (pareggio di bilancio).

Questa crisi è molto peggio di quella del ’29. Krugman l’ha descritta efficacemente. Ma gli europei (gli italiani) si meritavano dei dirigenti-tecnici-politici così scadenti?

[1] La Commissione europea stima l’effetto della contrazione della spesa pubblica in una percentuale del 50%.
[2] Relazione Annuale Banca d’Italia 2011.
[3] Con questo non vuol dire che approvo le misure adottate.

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L’Italia perde terreno sull’energia pulita

Posted on 06 ottobre 2010 by admin

Il dibattito sulle clean energy technologies, le tecnologie per un’energia pulita, è forse uscito dal limbo della sostenibilità ambientale della crescita. In effetti, la sfida ambientale ed energetica condiziona sempre più la divisione del lavoro e la produzione manifatturiera internazionale. E c’è da chiedersi se non verrà proprio dalla frontiera delle clean energy technologies una fuoriuscita “schumpeteriana” della depressione: si esce da una depressione solo quando un “grappolo” d’innovazioni riesce a formarsi e si traduce in nuove opportunità di crescita, investimento e profitto, con una crescita del sapere tecnologico.

La crescita nella produzione di energia da fonti rinnovabili è molto intensa, negli ultimi anni, ed è ancor più straordinaria la moltiplicazione degli scambi internazionali dei prodotti manifatturieri FER (fonti energia rinnovabile). Per una conferma è sufficiente mettere a confronto la crescita del commercio internazionale delle tecnologie FER rispetto al manifatturiero (Figura 1[1]). Particolarmente intense le dinamiche che coinvolgono le esportazioni dei Paesi dell’area asiatica (Giappone, Cina, NICs e NECs), con una crescita nel decennio di quasi il 35%, che arriva a coprire il 41,2% delle esportazioni mondiali. Stabile rimane invece la quota di esportazioni dell’Europa, pari al 45%. Gli Stati Uniti manifestano, invece, una contrazione del 60%, passando tra il 1999 e il 2008 dal 15,2% al 6,1%. Ed è anche molto interessante, per comprendere la dinamicità del settore, osservare come le tecnologie FER di II generazione [2] crescono in misura significativa, fino a rappresentare il 63% del totale delle esportazioni FER nel 2008, contro il 32% del 1998 (Figura 2).

In qualche misura si può sostenere che l’estensione della globalizzazione produttiva e la comparsa di nuovi e importanti competitori sulla scena internazionale, prefigurano uno scenario geo-economico degli scambi di prodotti FER del tutto inedito.

 

Figura 1 – Tassi di crescita annui delle esportazioni mondiali nel manifatturiero e nelle FER (valori percentuali)

 

Figura 2 – Esportazioni mondiali: quota delle FER di “seconda generazione” sul totale FER

Sostanzialmente, la domanda per una produzione alternativa dell’energia alimenta una trasformazione delle strategie di sviluppo tecnologico a livello mondiale, con accenti variabili che devono essere letti alla luce delle preesistenti specializzazioni produttive. Da un lato, lo sviluppo di un vantaggio competitivo nel fotovoltaico di alcuni paesi è coerente con il radicamento di preesistenti competenze tecnologiche nella microelettronica (entrambe basate sui semiconduttori e sul silicio), dall’altro si assiste ad una progressiva diversificazione delle esportazioni a vantaggio di quasi tutte le tecnologie di seconda generazione (eolico e fotovoltaico). Inoltre, questo trend è coerente con la la moltiplicazione dei brevetti nei diversi campi tecnologici [3]. A partire dal Protocollo di Kyoto la crescita dei brevetti mondiali ha registrato tassi particolarmente elevati nel settore dell’ambiente e dell’energia, in particolare nei paesi firmatari. Tra i settori più dinamici troviamo i brevetti delle energie rinnovabili e del controllo dell’inquinamento. Se i tassi di crescita dei brevetti nel loro insieme crescono dell’11% tra il 1996 e il 2006, i brevetti nel campo dell’energia rinnovabile hanno tassi di crescita del 20%. L’Europa è l’area economica più dinamica, rappresentando il 30% del totale dei brevetti, mentre gli Stati Uniti e il Giappone rappresentano tra il 18% e il 26%. Gli stessi BRIC (Brasile, India, Russia e Cina), anche per affrancarsi dalla probabile ascesa dei prezzi delle materie prime e per limitare gli effetti negativi sulla loro crescita, hanno cominciato a investire in questi settori. La Cina è, ad oggi, subito dietro la Danimarca.

Purtroppo, non si può dire altrettanto per l’Italia. Tra i paesi europei l’Italia è stenta più di tutti a mantenere una competitività nella produzione e commercializzazione di FER, scontando evidenti carenze negli investimenti [4]. Basti pensare che fatta pari a cento la quota delle esportazioni italiane di FER nel commercio internazionale alla fine degli anni novanta, oggi l’Italia ha perso addirittura quasi 30 punti percentuali (a dispetto di una sostanziale tenuta dell’UE a 15; Figura 3). Mentre, al contrario cresce la quota di importazioni (sostanzialmente in linea con l’UE a 15; Figura 4). Per fare un esempio specifico, basta citare l’eolico, per il quale pure abbiamo assistito a un incremento di produzione. Tuttavia, tale incremento è stato reso possibile solo attraverso l’importazione di tecnologie dall’estero, a causa dei limitatissimi investimenti in ricerca e sviluppo nel settore. Forse meno grave è il caso dell’energia solare e della bioenergia, che indica maggiori sforzi da parte del nostro Paese. Ma è certo che se l’Italia non investirà adeguatamente nelle nuove frontiere dell’energia pulita correrà il rischio di sostituire la “dipendenza” dalle fonti fossili con una “ben più grave dipendenza da tecnologia legata alle fonti rinnovabili” [5]. Il problema è duplice: occorre incentivare la domanda di energia pulita, ma anche lo sviluppo di un sistema produttivo in grado di soddisfarla. E al momento siamo indietro su entrambi i fronti.

 

Figura 3 – Dinamica delle quote di esportazioni mondiali FER: confronto Italia ed UE (15) (1999=100)

Figura 4 – Dinamica della quota di importazioni mondiali FER: confronto Italia ed UE (15) (1999=100)

[1] I grafici sono tratti da: ENEA, 2010, Le fonti rinnovabili 2010. Ricerca e innovazione per un futuro low carbon. Del Gallo Editori, Spoleto.
[2] Sono dette di prima generazione le tecnologie consolidate e che sono disponibili per lo sfruttamento di alcune fonti di energia rinnovabile da lungo tempo in ragione della maturità tecnologica raggiunta e della diffusione del loro impiego. Fra queste possiamo indicare la geotermia ad alta e media temperatura, l’energia idroelettrica e la combustione di biomasse. La seconda generazione include un insieme di tecnologie che solo recentemente sono diventate commerciabili e sono il frutto dei progressi nella R&S degli scorsi anni. Fra queste troviamo l’eolico, il fotovoltaico e il solare termico in primo luogo. La terza generazione raggruppa un insieme di tecnologie ancora in fase sperimentale, il cui futuro sfruttamento, sebbene promettente, è allo stato attuale solo probabile. Tra queste possiamo indicare il solare a concentrazione, lo sfruttamento delle onde e delle maree, i sistemi geotermici avanzati e una serie di sviluppi nel campo delle bioenergie, sia nello sfruttamento di nuove fonti per i biocombustibili (le alghe, ad esempio) che nell’implementazione e nello sviluppo del concetto di bioraffineria.
[3] I brevetti rappresentano in qualche misura ciò che sarà prodotto nei prossimi anni.
[4] Solo in Italia la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari al 40% di quella totale, contro una media dei paesi Ocse saldamente al disopra del 50%.
[5] ENEA, 2010, Le fonti rinnovabili 2010. Ricerca e innovazione per un futuro low carbon. Del Gallo Editori, Spole

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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri

Posted on 16 aprile 2010 by admin

Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.

Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].

Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione[2] di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada[3], possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).

Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.

Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.

I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso[4]. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.

Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).

Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995[5].

Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.

Tabella 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella 2

 

[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo”, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.

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