La manovra economica del governo come una aspirina contro il cancro

La manovra economica del governo come una aspirina contro il cancro

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Dopo tanti sacrifici molti attendevano che la manovra economica del governo Letta ridesse fiato all’economia italiana, la quale dal 2007 ad oggi ha perso addirittura il 9 per cento della produzione di beni e servizi e ha visto raddoppiare la disoccupazione, da un milione e mezzo a tre milioni di unità. Riuscirà la manovra nell’impresa, portando il Pil a crescere almeno di un punto percentuale nel 2014 come il governo prevede?

Il cuore economico e politico della Legge di Stabilità consiste nella riduzione del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo che mediamente le imprese sostengono per ogni lavoratore e il salario netto che entra nelle tasche del lavoratore stesso. Una differenza dovuta, naturalmente, al peso di tasse e contributi che gravano sulle tasche degli imprenditori e dei lavoratori, e che in Italia è piuttosto elevato (secondo l’OCSE il cuneo assorbe il 47,6 per cento del costo del lavoro, contro una media del 35,6 per cento dell’insieme dei paesi OCSE). Nessuno discute che la riduzione del cuneo fiscale sia di per sé è cosa buona e giusta. Infatti, nella misura in cui riduce il costo del lavoro per le imprese, essa determina una contrazione dei costi di produzione e quindi dei prezzi di vendita delle merci e dei servizi, facendo aumentare la competitività dell’industria nazionale. In questo modo, si rilanciano le esportazioni e si invogliano i consumatori a un maggiore acquisto di merci nazionali, e ciò porta a una riduzione delle importazioni. Dall’altro lato, nella misura in cui aumenta il reddito disponibile dei lavoratori, il taglio del cuneo fiscale determina una crescita della domanda di beni di consumo e ciò spinge le imprese ad aumentare la produzione e l’occupazione. Insomma, l’abbattimento del cuneo fiscale fa crescere la competitività e alimenta la domanda interna, tutte cose di cui abbiamo assoluto bisogno per riprendere la via dello sviluppo.

L’intervento dunque è teoricamente buono, ma vediamo come viene attuato, cioè su che scala e a quale costo.

Sotto il primo aspetto va chiarito che l’intervento del governo – tra sgravi Irpef e Irap, e decontribuzioni Inail – taglia il cuneo di 10,6 miliardi nel triennio, appena 2,5 miliardi nel 2014. A ben vedere, si tratta di un intervento estremamente contenuto, che nel 2014 metterà nelle tasche di un lavoratore medio solo una manciata di euro al mese e ben poco respiro darà alle imprese che non vedranno variare significativamente il costo del lavoro per unità di prodotto. Considerata la sua entità, si tratta dunque di un intervento che avrà effetti limitatissimi e che avrebbe potuto cominciare ad avere un qualche rilievo solo se l’intero importo previsto nel triennio avesse riguardato il solo 2014.

E qual è il costo di questa manovra? In altre parole, come viene finanziata? Ebbene, le risorse complessive della Legge di Stabilità del governo – che per il 2014 vale 11,6 miliardi – provengono soprattutto da tagli di spesa pubblica, da dismissioni, da qualche maggiore entrata e dal solito blocco della contrattazione e del turnover nel pubblico impiego. Va de sé, ed è questo il punto che qui più è rilevante sottolineare, che i tagli della spesa pubblica, gli aumenti delle tasse e la mannaia sui lavoratori pubblici portano con loro una minore domanda di merci e servizi proveniente direttamente o indirettamente dal settore pubblico e da quello privato, e questo azzera i già risicati effetti positivi dell’aumento del reddito disponibile delle famiglie assicurato dal taglio del cuneo. Se, infatti, il taglio del cuneo alimentava la domanda, tagli e tasse la riducono in misura maggiore. E se la domanda complessiva non torna a crescere non possiamo sperare che l’economia riparta. A riguardo è bene ricordare che dal 2002 al 2012 l’Italia ha registrato una dinamica della domanda interna complessivamente negativa (-1,6%), contro valori significativamente in crescita nell’area euro (più 9%) e soprattutto negli USA (più 15%).

Le osservazioni appena fatte ci portano alla filosofia di fondo della manovra del governo. Si tratta di una manovra nella quale complessivamente alcune piccole riduzioni della pressione fiscale vengono finanziate con altrettante riduzioni della spesa pubblica. A ben vedere, lo scopo principale della manovra è restare dentro i tanto discussi vincoli europei, e in particolare tenere il deficit pubblico (la differenza annua tra uscite ed entrate pubbliche) entro il limite del 3 per cento del Pil. Ed è qui che casca l’asino. È infatti ormai acclarato – e a questo riguardo rinvio al “monito degli economisti” pubblicato dal Financial Times – che in Europa sono in atto processi cumulativi di divergenza territoriale alimentati dalle politiche di austerità. Questi processi portano a una divaricazione drammatica tra aree centrali in crescita (in primis, la Germania) e aree periferiche in declino (l’Italia e gli altri Piggs). Ebbene, qualunque manovra anche piena di buone intenzioni ma che si muova dentro la cornice attuale dei vincoli non può riuscire a invertire i processi di divergenza in atto, e quindi a metterci al passo delle aree centrali d’Europa. Con la certezza che presto o tardi, in assenza di un cambiamento delle politiche europee, il gioco dell’euro salterà.

Insomma, se è pur vero che il taglio del cuneo fiscale va nella direzione giusta, la sua collocazione dentro la “filosofia vincolista” della finanza pubblica ne sterilizza i magri effetti positivi, e la rende una medicina del tutto inadeguata al male devastante che viviamo, un po’ come l’aspirina contro il cancro.

*Una stesura lievemente più breve di questo articolo è stata pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” il 16 ottobre 2013.

2 Commenti

  1. Le manovre senza deficit non generano effetti espansivi. Due spunti di riflessione.
    1. Agire sul deficit unilateralmente in un contesto di forte integrazione economica e cambi fissi (la zona euro) � pi� rischioso che operare per una politica espansiva coordinata (rafforzando le politiche fiscali comuni), ma � anche pi� rischioso che agire per pilotare una rimozione coordinata del vincolo di cambio fisso (ripensando e articolando la moneta unica). Credo che non ci sia altra strada che scegliere e sostenere le scelte strategicamente: � pi� credibile e sostenibile la minaccia di una politica unilaterale in deficit oppure di mettere in discussione l’attuale struttura della moneta unica ?!
    2. Se dobbiamo (poich� questa � la scelta/non-scelta) non giocare una partita strategica (ovvero giocarla su altri piani) perch� non agire, coerentemente, sull’efficentamento della spesa e/o della struttura fiscale utilizzando strumenti coerente con le risorse (� questo, detto in altro modo, il problema del cuneo fiscale: spariamo ad un elefanti di circa 300 mld� con una fionda da 10mld� e non efficientiamo nulla).
    Perch�, ad esempio, non destinare alla bonifica e riqualificazione (APEA) delle AREE INDUSTRIALI i 10 Mld� del cuneo fiscale. Lo si pu� fare attivando uno specifico veicolo di finanza di progetto, che coinvolga i capitali finanziari e dei proprietari industriali degli immobili. Otterremmo quattro effetti in uno:
    1. un profilo di spesa pi� smooth, pi� compatibile con il quadro di finanza pubblica;
    2. un impatto immediato di cantiere;
    3. un’azione di efficentamento della domanda pubblica, che coinvolga, gli attori di eccellenza della PA;
    4. il coinvolgimento degli industriali proprietari nella pi� grande operazione di sostegno al manifatturiero degli ultimi 30 anni, un’operazione che non distribuisce incentivi, ma potenzia i beni comuni del sistema produttivo nazionale.

  2. Fino a quando continueremo a discutere in maniera filosofica e, sopratutto, in modo ideologico, sulla crisi attuale, non riusciremo assolutamente ad aggredirla. Il problema centrale riguarda il lavoro, cio� la risorsa pi� importante che abbiamo a disposizione. Ed invece continuiamo a discutere come se l’economia fosse una scienza esatta, con una teoria scientifica basata sulla realt�, fatta di dati del passato, sui quali i grandi economisti hanno realizzato le loro grandi teorie, ma che hanno dimostrato le loro pecche. Perch� non riusciamo a dire, come ha fatto Maurice Allais che, quando una teoria non riesce a spiegare quello che accade e, anzi viene contraddetta nella realt�, quella teoria va gettata nel cestino. Eppure gi� il grande Keynes ( e non era comunista) aveva verificato che tra l’offerta e la domanda non poteva esserci uguaglianza; infatti l’offerta di beni e servizi che veniva prodotta e messa nel mercato era sempre superiore alla domanda. Per questo motivo egli aveva modificato la teoria della domanda e dell’offerta in modo che ci fosse finalmente l’equilibrio. Tale equilibrio viene raggiunto attraverso l’introduzione della spesa pubblica. Ma nello studio della macroeconomia, nonostante ci spieghino, matematicamente e graficamente che senza la spesa pubblica non ci potr� mai essere equilibrio economico, noi continuiamo a parlare di spesa pubblica come se fosse un elemento da eliminare. Eppure, potremmo fare la stessa cosa usando un paradosso. Un pensionato va alla posta a ritirare la sua pensione. E ogni volta che egli si reca alla posta, un losco individuo lo avvicina, gli da una bastonata in testa e gli ruba la pensione. Lo Stato, al fine di evitare che questo episodio non si ripeta pi�, decide di togliere la pensione al pensionato. Perch�, invece, non rinchiude il ladro dove deve stare, ovvero in galera, oppure (cos� almeno abbiamo tutti quanti un guadagno), perch� non lo richiudiamo dentro una miniera di carbone, come per esempio la Carbosulcis, per spalare carbone per un tempo necessario a restituire, con gli interessi, tutto quello che ha rubato al pensionato? Potrei continuare all’infinito su argomentazioni semplici, ma reali. Un giorno, dopo aver fatto per alcune settimane delle lezioni di economia al figlio di mio carissimo amico, gratis, come faccio sempre, a furia di fare le solite domande, gli ho chiesto: Ma tu se fossi al posto del presidente del Consiglio, per uscire dalla crisi, che cosa faresti? E lui mi ha risposto che si potrebbe investire (quando ho sentito questo termine, mi sono venuti i brividi) per esempio nel creare infrastrutture che potrebbero rendere conveniente alle aziende nascere crescere e permettere quindi anche per in futuro produzione di beni e servizi. Io gli ho fatto la semplice considerazione che quegli investimenti, per farli, necessitano di denaro, che invece noi non abbiamo. E lui, davanti a questa osservazione, mi ha candidamente detto: “Ma tu mi hai spiegato che possiamo creare debito per gli investimenti. Ora mi stai dicendo che questo non � vero.” “Certo che � vero, ma questo vale solo per il privato, per il pubblico non � possibile farlo perch� noi abbiamo in costituzione un articolo che dice che le entrate devono essere uguali alle uscite. Se questo articolo non fosse stato iscritto in costituzione, tu avresti ragione, perch� quegli investimenti li faremmo con un debito, per esempio di 5 miliardi di euro, chiederemmo ad un azienda privata di presentare un progetto per quella infrastruttura. Quella azienda privata per effettuare il lavoro avrebbe bisogno di cemento, di ferro, insomma di tutti i materiali necessari per effettuare il lavoro (quella infrastruttura) chiedendo alle aziende che producono quel materiale di aumentare la produzione proprio a questo fine. Quelle aziende, per poter aumentare la propria produzione per quel fine, quindi, assumerebbero dei lavoratori, e questo ovviamente lo farebbe la stessa azienda che deve costruire l’infrastruttura. Tutto questo meccanismo porterebbe entrate nelle casse dello stato superiori rispetto alle spese (cio� pi� di 5 milioni di euro). Abbiamo rimesso in moto l’economia perch� chi lavora (le imprese ed i lavoratori) proprio perch� percepiscono un reddito da impresa e da lavoro pagano le tasse.” Il mio allievo � stato soddisfatto dalla mia lezione. Io no. Ricordo a me stesso che quando con mia moglie ho deciso di farmi la casa, abbiamo fatto un sacrificio: la casa ce la siamo fatta, ma abbiamo pagato un mutuo alla banca che ha comportato una diminuzione del mio potere d’acquisto pari al mutuo mensile che abbiamo pagato. Ma quel sacrificio � stato pari ed uguale al beneficio perch� il debito che � stato tutto pagato (che all’inizio era di 100 milioni di lire che avrei messo nelle passivit�) � pari al valore della casa (che essendo una immobilizzazione patrimoniale lo avrei messo di importo uguale nelle attivit�). Non si pu� fare? Perch�? Facciamo una battaglia concreta perch� si metta finalmente al servizio dei cittadini la scienza economica e non continuiamo, come stiamo facendo, il contrario, cio� chiedere ai cittadini di mettersi a disposizione dell’economia. Rimettiamo quindi al centro dell’attenzione il LAVORO (ART1 della nostra Costituzione).

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