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Le delocalizzazioni italiane nei Balcani

Posted on 24 novembre 2014 by admin

muco11Le riflessioni sulla perdita di competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali sono da lungo tempo all’ordine del giorno. Si è soliti attribuire questa situazione alla pressione fiscale eccessiva e al costo del lavoro nel mercato italiano. Su questa rivista sono spesso apparsi dei contributi che hanno individuato le ragioni di questo tracollo in altri fattori, come l’assenza di una vera politica industriale e delle innovazioni. Fatto sta che le imprese italiane spesso spostano la produzione in altri paesi: le aziende che operano nei settori ad alta intensità di lavoro non specializzato cercano situazioni in cui il costo del lavoro sia minore.

I lavori empirici più recenti identificano il costo del lavoro come il fattore più importante per spiegare la frammentazione internazionale della produzione; così facendo una parte degli insegnamenti tipici del ragionamento di Marx tornano implicitamente alla luce (si veda ad esempio il lavoro di Helg e Tajoli, 2005).

Quando si parla del costo del lavoro, non bisogna concentrarsi solo sul salario, perché ad esempio non sempre un salario molto basso coincide con un costo del lavoro molto basso. Infatti, nell’ultimo decennio oltre ventisettemila aziende italiane hanno delocalizzato la produzione all’estero, creando oltre 1.5 milioni di posti di lavoro esteri e lasciando allo stato una fattura da 15 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali[1].

A ben vedere, soltanto il 10% di queste aziende sono andate oltre i confini europei (soprattutto in Asia) mentre la restante parte sono rimaste in Europa, in Austria, Svizzera, Germania, e soprattutto nei paesi balcanici i quali nell’ultimo decennio stanno dimostrando una forte potenzialità di crescita e appaiono sufficientemente stabili sotto l’aspetto istituzionale.

Nel 2010 come accaduto per altri Paesi dell’Europa anche i paesi balcanici hanno risentito degli squilibri causati dalla crisi economica e finanziaria internazionale con ripercussioni pesanti sulle economie sia in termini di crescita sia in termini di debito pubblico accumulato. Per uscire da questa crisi la maggior parte di essi ha intrapreso con risultati piuttosto positivi, un processo di riforme interne, teso ad avvicinare i suoi impianti istituzionali, amministrativi e giuridici agli standard occidentali. La Slovenia e la Croazia sono diventati anche parte dell’UE[2].

Come accaduto per la Francia e la Germania, anche una buona parte delle imprese italiane hanno spostato la produzione nell’area balcanica. Ciò è dipeso anche dal rapporto che l’Italia ha con i paesi dell’area balcanica per tradizione politica e per posizione geografica.

Le caratteristiche socio-economiche italiane e quelle dell’altra sponda dell’adriatico appaiono molto diverse: infatti, le economie dei paesi balcanici sono di dimensione molto modeste se paragonate all’Italia: il PIL nominale complessivo di questi paesi è 191 miliardi di dollari, circa un decimo di quello italiano che è pari 2029 miliardi di dollari (FMI, 2012). Sotto il profilo demografico, l’area balcanica ha circa quarantuno milioni di abitanti, circa il settanta percento dell’Italia (BM, 2012).

Secondo un studio condotto dalla Confindustria Balcani[3] nel 2012, il salario medio in Romania è di 350 euro mentre in Albania è ancora più basso, 250 euro. Il salario medio nell’area balcanica è di 411 euro, circa tre volte in meno rispetto al salario medio in Italia. Ma il livello dei salari non è l’unico vantaggio per spostare la produzione nell’area balcanica. Anche le condizioni fiscali sono molto attraenti per gli imprenditori stranieri. Per queste ragioni un grande numero di imprese italiane si è spostato nell’area in questione: 17.700 imprese di cui 15700 solo in Romania. Nelle imprese italiane con sede nell’area balcanica lavorano oltre 900.000 persone, di cui 800.000 soltanto in Romania (Confindustria Balcani, 2012). Questo trend negli ultimi anni sta cambiando: secondo stime non ufficiali, l’entrata della Romania nell’UE ha determinato la “fuga” delle imprese italiane in altri paesi non aderenti all’UE, come per esempio l’Albania.

Il capitale va a caccia di condizioni istituzionali più consone all’estrazione del plusvalore, avrebbe detto Marx. In effetti, questo fenomeno fa riflettere molto: le aziende che spostano la produzione all’Est non chiedono solo una manodopera a bassissimo costo e relativamente specializzata ma vogliono anche una manodopera poco tutelata. Le imprese che oggi delocalizzano in Albania non cercano competenze professionali particolari, che spesso e volentieri sono mantenute nel paese d’origine. Le imprese italiane spostano la produzione in Albania per sfruttare il basso costo del lavoro; per sfruttare la vicinanza geografica, infatti un ordine nell’area balcanica arriva in Italia entro 48 ore; il prodotto spesso viene ultimato in Italia e raramente viene emesso sul mercato dell’area balcanica[4]. Ai vantaggi legati al basso costo del lavoro si aggiungono quelli legati all’impianto normativo. Inoltre, gli imprenditori spesso affermano che il mercato dell’area balcanica non facente parte dell’UE è una realtà in espansione e ricca di potenzialità, soprattutto per i settori labor intensive come ad esempio il mercato del Call-Center e dell’abbigliamento tessile. Ma va aggiunto che nei balcani non si spostano solo imprese interessate a una concorrenza di prezzo; anche imprese come GEOX, Benetton, Armani che fanno concorrenza qualitativa hanno spostato una parte rilevante della loro produzione nell’area balcanica.

Dunque, l’area balcanica offre enormi possibilità per l’economia italiana sia dal punto di vista commerciale, visto che parliamo di un mercato di oltre 40 milioni di consumatori, sia dal punto di vista della produzione e della delocalizzazione. Secondo alcune stime fate da Confindustria Bulgaria, l’export italiano verso l’area balcanica nel 2008, ha sfiorato il valore di 19 miliardi di euro per attestarsi a 17,67 nel 2012 (sostanzialmente il medesimo valore delle esportazioni italiane verso i paesi BRIC, pari a 17,35 miliardi di euro nel 2012). Durante questo periodo si nota un calo generale delle quote d’esportazione dell’Italia verso i paesi aderenti all’UE: le quote verso la Romania sono passate da 6,22 miliardi (2008) a 5.81 miliardi (2012); quelle verso la Bulgaria da 1,93 miliardi di euro (2008) a 1,59 miliardi di euro (2012) e per finire quelle verso la Croazia da 3,13 miliardi di euro (2008) a 1.98 miliardi di euro (2012). Invece, le quote d’esportazione verso i paesi balcanici non aderenti all’UE sono aumentate progressivamente.

Contemporaneamente, stando ai dati riportati dall’UNCTAD, l’Italia costituisce un mercato di sbocco di primaria importanza per tutti i paesi dell’area in questione, con una quota che supera il 15% e in alcuni casi il 50% (è il caso dell’Albania). Il surplus commerciale dell’Italia con l’area balcanica nel 2012 ha superato la quota dei tre miliardi di euro.

Un altro aspetto da indagare consiste nel fatto che le aziende che delocalizzano la produzione nei Balcani non sempre creano un legame duraturo con il paese di arrivo. Non emergono insomma quelle che Hirshman definiva connessioni a monte e a valle: nel paese ospitante le delocalizzazioni straniere – anche quelle italiane – aiutano ad aumentare velocemente l’occupazione, ma l’impatto sulla crescita economica balcanica spesso non è rilevante. Infatti i nostri imprenditori e gli altri che investono da quelle parti restano fin quando un altro paese non offra maggiori occasioni di profitto, e ciò certo non garantisce uno sviluppo sostenibile e duraturo.

 

*Università dell’Insubria e University of Gjirokastra

 

 

[1]Soltanto la FIAT negli ultimi anni ha tagliato oltre 15000 dipendenti in Italia per sostenere le assunzioni in altri paesi come USA, Polonia ecc; la GEOX che conta 30000 dipendenti in giro per il mondo, in Italia ha soltanto 2000 dipendenti.
[2]L’integrazione all’UE è considerata nel dibattito politico interno ai paesi balcanici l’unica soluzione per ottenere una crescita economica sostenibile.
[3] Confindustria Balcani nasce nell’ottobre del 2010 per riunire le associazioni di imprese italiane nell’area sotto l’egida di Confindustria.
[4] Secondo un’indagine svolta dall’United Nations Conference on Trade and Development e Roland Berger Strategy Consultans sulle strategie di delocalizzazione delle imprese europee, il 40% di queste imprese pratica l’outsourcing.

 

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Perché il Sud sta soffocando

Posted on 09 giugno 2014 by admin

La crisi ha agito da cartina di tornasole delle croniche debolezze dell’economia italiana e delle sue contraddizioni, come conferma la lettura dell’ultimo Rapporto Istat. La più profonda di queste contraddizioni è naturalmente il dualismo Nord-Sud, che esce ancora più esasperato da questi anni di crisi. La fotografia delle due Italie è stata già tante volte scattata: il differenziale nel reddito per cittadino che aumenta, la disoccupazione che sale nel Mezzogiorno molto più che altrove, falciando soprattutto i giovani e le donne, i flussi migratori che segnano nuovi record, lo Stato sociale che si ritrae ben più che al Centro o al Nord. Ma a leggerlo bene, il Rapporto Istat chiarisce che la flessibilità del mercato del lavoro è ormai in linea con quella della Germania[1] e conferma alcune cause del dualismo crescente, in buona misura le stesse di sempre. Il Rapporto mostra, infatti, che l’unica componente della domanda di beni e di servizi che in questi anni ha mantenuto i suoi livelli è quella estera, mentre i consumi delle nostre famiglie, gli investimenti delle imprese e i consumi pubblici sono in caduta libera[2]. A riguardo è utile riportare osservare la figura presentata dal Rapporto Istat:

realf.09

È per questo che gli imprenditori che producono per i mercati esteri sono riusciti a mantenere i livelli di fatturato – e qualche volta li hanno persino accresciuti – mentre coloro che producono per il mercato interno hanno assistito a un crollo severo delle vendite, e hanno ridotto conseguentemente i livelli di attività. Ma per esportare occorre essere competitivi nel confronto internazionale e questa è una condizione che raramente è alla portata del tessuto produttivo meridionale. L’Italia nel suo insieme sconta, infatti, una rilevante inadeguatezza dell’apparato produttivo, soprattutto sul piano della dimensione delle imprese, delle tecnologie che esse adottano e degli assetti proprietari e gestionali. Basti pensare che l’apparato produttivo italiano è costituito per il 95% da piccolissime imprese (con meno di dieci addetti) che impiegano quasi sempre tecnologie tradizionali e hanno una conduzione familiare. Qui è il nostro Mezzogiorno a fare la parte da leone, mentre le realtà mediamente più grandi e avanzate dal punto di vista tecnologico e gestionale sono nel Centro-Nord. La “mappa dell’efficienza produttiva” elaborata dall’Istat[3] lo conferma con una certa precisione: le microimprese “hanno un livello di efficienza inferiore a quello nazionale” e non a caso le imprese settentrionali risultano ben più efficienti di quelle meridionali[4]. Insomma, l’apparato produttivo del Centro-Nord, con tutti i suoi limiti, è ben più attrezzato di quello meridionale per cogliere quel po’ di traino delle esportazioni che anche in questi anni si è potuto registrare, soprattutto grazie alla spinta dei paesi esterni all’Unione Monetaria (USA in testa) che si sono ben guardati dall’adottare politiche restrittive. Mentre la grandissima maggioranza delle imprese meridionali restava a boccheggiare nell’asfittico mercato interno. Il tutto per tacere della assoluta carenza di infrastrutture materiali e immateriali nel Mezzogiorno, e di una spesa pubblica in ritirata più che altrove. In un quadro di austerity che colpisce soprattutto le realtà più deboli e nel deserto della politica industriale si capisce come mai il prodotto interno lordo per cittadino del Mezzogiorno sia prossimo ai livelli minimi europei e perché ogni anno quasi 90mila abitanti di queste terre decidono di emigrare[5].

[1] A conferma di questo punto si rinvia al saggio di Guido Tortorella Esposito e mio dal titolo “Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine”, pubblicato da economiaepolitica.it il 13 maggio scorso. [2] L’Istat sottolinea che nel 2013 i consumi finali nazionali e gli investimenti lordi hanno registrato una ulteriore caduta, rispettivamente del 2,2% e del 4,7%. [3] La “mappa” viene analizzata nel secondo capitolo del Rapporto Istat. Si tratta di “una nuova base dati realizzata dall’Istat integrando fonti statistiche e amministrative, che riporta dati economici di base sui 4,4 milioni di imprese dell’industria e dei servizi, consente di stimare un ‘indicatore di efficienza produttiva’ in grado di definire una vera e propria “mappa” del sistema, in base alla quale analizzare le relazioni tra efficienza e ulteriori aspetti della performance delle imprese”. [4] Stando al Rapporto Istat, le regioni nelle quali l’efficienza media delle imprese risulta essere più bassa sarebbero la Calabria e il Molise. [5] Non restano infatti molte alternative se si considera che, come pure rileva l’Istat, nelle “regioni del Mezzogiorno il tasso di occupazione scende al 42,0% a fronte del 64,2% delle regioni settentrionali”.

*Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno il 30 maggio 2014.

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Bassa domanda e declino italiano

Posted on 04 aprile 2013 by admin

Il dibattito sul declino prima e la crisi poi dell’economia italiana si è focalizzato principalmente sugli elementi “strutturali” dal lato dell’offerta[1]. Generalmente, al contrario, l’andamento negativo della domanda aggregata è considerato come un fattore congiunturale o di breve periodo. Tuttavia, basta guardare i dati senza pregiudizi per capire che la debolezza della crescita della domanda aggregata è stata una costante che per almeno un ventennio ha caratterizzato l’economia italiana. E’ quindi difficile negare che questo sia un vero e proprio elemento strutturale che ha concorso agli effetti così drammatici della crisi attuale. Dal punto di vista teorico ci si può riferire alla legge di Kaldor-Verdoorn. La legge mette in relazione la crescita della produttività del lavoro, la cui debolezza come si sa è uno degli elementi che hanno caratterizzato la nostra economia, con la crescita dell’output, individuando nella crescita dell’output la variabile indipendente. Interpretata dal lato della domanda, la legge afferma che la crescita della produttività è indotta dalla crescita della domanda aggregata[2].

I dimostrano chiaramente che dal 1991 ad oggi la crescita della domanda finale aggregata, come mostrato dal grafico 1.a)[3], è molto più debole in Italia rispetto alla media europea e alla Francia e alla Germania per tutto il periodo, anche se il fenomeno si rende ancora più evidente nell’ultimo decennio. Ci sono quindi forti argomenti per sostenere che “il declino” italiano sia determinato anche dal lato della domanda aggregata e dal sostanziale rigetto di qualsiasi politica keynesiana negli ultimi decenni. Inoltre per tutte le componenti della domanda aggregata considerate si registra in generale una performance peggiore dell’Italia rispetto agli altri paesi. In particolare la componente delle esportazioni illustrata nel grafico 1.b) ha un andamento più contenuto rispetto agli altri paesi a partire dal 2000, pur restando vicina a quella della Francia. Questo dato suggerisce che la scarsa crescita della produttività del lavoro sia legata alla contrazione del saggio di crescita delle esportazioni in seguito alla ridotta competitività di prezzo dopo l’adozione dell’Euro.

Il grafico 1.c) mostra l’andamento della domanda domestica. Quest’ultima vede un rallentamento dei saggi di crescita tanto delle spese di consumo finale del governo (1.d) che delle spese di consumo finali private (1.e). In particolare le prime subiscono una brusca decrescita tra il 1992 e il 1995, rallentano nuovamente tra il 2005 e il 2009, per tornare a decrescere negli anni successivi. Indubbiamente il ripetersi di politiche di tagli alla spesa pubblica, pur indotte dall’alto rapporto debito – Pil del nostro paese, contribuiscono ad aggravare il problema della produttività e della crescita, rischiando di generare un circolo vizioso da cui è sempre più difficile uscire[4].

Vista l’importanza assunta dal problema del debito pubblico, conviene riflettere ulteriormente su alcuni dati. Il grafico 2) mostra infatti come l’Italia sia stata in realtà più “virtuosa” della media dei paesi europei, della Germania e della Francia, mostrando negli ultimi venti anni un avanzo primario dello stato al netto degli interessi assai più alto. In particolare in Italia l’avanzo primario raggiunge il suo picco, pari al 6,51% del Pil nel 1997. Solo nel 1991 e nel 2009 il bilancio primario è in disavanzo. Anche nel 2009, peraltro, il disavanzo primario è minore rispetto alla media europea, alla Germania e alla Francia. Per contro, la Germania sperimenta nello stesso periodo un disavanzo primario in 8 anni e la Francia in 18 anni. In Italia la crescita del debito pubblico di questi anni è dovuta esclusivamente al pagamento degli interessi.

Legato all’andamento della spesa pubblica è anche l’andamento dei consumi privati, che sono influenzati nettamente dalle politiche di austerità e che assumono un trend negativo dal 2007 al 2009 e poi di nuovo dal 2011. Si nota anche che la Germania mostra, per la prima metà degli anni 2000, un rallentamento considerevole della domanda domestica, compensato però dall’andamento delle esportazioni.

Le cause della stagnazione dei consumi privati sono molteplici. Qui si sottolineano due aspetti tra loro correlati. Da una parte è cresciuta in questi anni in modo consistente la diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Secondo l’OCSE questo fenomeno è stato, tra i paesi europei, particolarmente accentuato in Italia, che tradizionalmente ha sempre avuto un indice di concentrazione dei redditi più alto dei paesi dell’Europa continentale.

Il Grafico 3 riporta l’andamento dell’ indice Gini in Germania, Francia ed Italia. In Italia le diseguaglianze sono cresciute particolarmente, secondo l’OCSE, nella prima metà degli anni novanta e poi, sia pure in maniera meno accentuata, nella prima metà del primo decennio del nuovo secolo[5].

Molto significativo, in relazione alla scarsa dinamica della domanda dei consumi privati, è poi l’andamento dei salari. Il grafico 4) riporta l’andamento dei salari annui medi, misurati in termini di parità di potere d’acquisto a prezzi costanti in dollari. Come si vede i salari sono rimasti pressoché costanti, essendo variati in termini di potere d’acquisto, solo dell’1,33% in venti anni. Per contro in Francia i salari sono cresciuti nello stesso periodo del 23,07% e nella stessa Germania, con una politica molto rigorosa nel contenere la loro crescita, soprattutto a partire dal nuovo secolo, del 17,78%.

Infine un discorso più complesso riguarda l’andamento della formazione del capitale (grafico 1.f), altra importante componente della domanda finale. In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. Con la crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. Il problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui puntare per uscire dalla crisi. In conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole, anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate all’andamento della domanda aggregata. Ad esempio, è difficile negare che una scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre in Germania appena il 6% e in Francia il 12%. Inoltre in ciascuna micro-impresa in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile vedere l’uscita.

[1] Questo contributo è in parte ripreso da un paragrafo di un saggio più ampio scritto insieme a Roberto Lampa.
[2] In particolare le basi della legge sono individuate da Kaldor nella presenza delle economie di scala e del processo di learning by doing, nella rilevanza del processo di specializzazione e di interazione tra le imprese e nell’endogeneità del progresso tecnico incorporato nel capitale. Diverse ricerche empiriche hanno dimostrato la validità della legge di Kaldor-Verdoorn per l’Italia, come per altri paesi. La crisi nella crescita della produttività del lavoro, secondo questa legge, non deve essere tanto ricercata dal lato dell’offerta, nella scarsità del capitale umano, nell’esistenza di distorsioni nei mercati dei beni e dei servizi, nell’eccesso dei costi del lavoro o nel basso livello degli investimenti, ma è causata principalmente dalla crisi di crescita della domanda. Si veda, ad esempio, OFRIA F (2009), L’approccio Kaldor-Verdoorn: una verifica empirica per il Centro-Nord e il Mezzogiorno d’Italia (anni 1951-2006), Rivista di politica economica, Gennaio-marzo 2009, pp. 179-199, che metter anche in evidenza come le stime empiriche mostrano come le variabili di offerta (il rapporto investimenti-Pil e il tasso di crescita del costo del lavoro) non siano significative, a differenza della legge di Kaldor-Verdoorn, nello spiegare l’andamento della produttività del lavoro.
[3] In questo, come nei grafici seguenti sono riportati i numeri indici delle varie variabili, per rendere più facile il confronto con gli altri paesi.
[4] Lo stesso Olivier Blanchard (O. BLANCHARD, D. LEIGH (2013), Growth Forecasts errors and Fiscal Multipiers, IMF Working Paper Series, Department of Economics, 13/1) ha recentemente preso atto che i moltiplicatori della spesa erano stati ampiamente sottostimati dal FMI. Essi andrebbero quantificati più correttamente tra 0,9 ed 1,7.
[5] Si può poi osservare che secondo l’Eurostat, l’indice GINI ha ripreso a salire in concomitanza con la crisi, negli ultimi anni.

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Cronache dalla crisi

Posted on 24 agosto 2010 by admin

Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze – per gli italiani che se le sono potute permettere – fare brevemente il punto con nostri lettori sull’andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.

1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti in primis, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.

2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato Juliusturm, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.

3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, Alan Blinder ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci. E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole Peterson Institute for International Economics che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.

4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” – un mantra che era del PCI dei vecchi tempi – come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota Lettera degli economisti. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.

[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.

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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri

Posted on 16 aprile 2010 by admin

Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.

Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].

Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione[2] di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada[3], possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).

Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.

Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.

I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso[4]. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.

Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).

Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995[5].

Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.

Tabella 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella 2

 

[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo”, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.

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