Visioni “minimaliste” della disoccupazione
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Il mercato residenziale italiano viene spesso analizzato attraverso due chiavi: la scarsità dell’offerta nelle aree urbane più dinamiche e la crescita dei prezzi delle abitazioni. Questa lettura coglie un aspetto reale del problema, ma rischia di oscurarne la dimensione storico-distributiva. Il presente articolo propone un’interpretazione keynesiana, corredata dall’analisi di un indicatore, studiato con metodo cliometrico, della crisi abitativa italiana come crisi di giustizia sociale e di accesso allo spazio urbano. L’Italia dispone di un ampio stock residenziale, detenuto in larga misura dalle famiglie e assunto nel secondo dopoguerra come forma di welfare patrimoniale; tuttavia, tale patrimonio è sempre meno coerente con una struttura demografica segnata dall’invecchiamento, da famiglie più piccole, dall’aumento delle persone sole e da una forte polarizzazione territoriale. Nelle città attrattive, questa rigidità si traduce in esclusione: i redditi da lavoro, quelli degli studenti e le condizioni delle fasce sociali più deboli non riescono più a sostenere il costo dell’abitare. La rendita immobiliare, le locazioni brevi, l’investimento patrimoniale e la trasformazione turistica o finanziaria dello stock residenziale producono un progressivo svuotamento sociale delle porzioni centrali e semicentrali della città. Il contributo propone inoltre un Indice di Liquidità Abitativa Sociale (ILAS), la cui prima stima nazionale sperimentale restituisce un valore prossimo a 56/100: un risultato che indica non la scarsità assoluta di case, ma l’insufficiente capacità del patrimonio residenziale di tradursi in un effettivo accesso all’abitazione. In questa prospettiva, la questione della casa non riguarda soltanto la quantità di abitazioni, ma anche il diritto alla città, la mobilità sociale, la distribuzione della rendita urbana e la domanda effettiva. La casa non è considerata solo come bene patrimoniale, ma anche come infrastruttura della riproduzione sociale e della mobilità del lavoro. L’illiquidità immobiliare segnala quindi un fallimento macrosociale: il risparmio immobilizzato e la rendita urbana sottraggono capacità di spesa, di investimento produttivo e di accesso alle opportunità, rendendo necessaria una politica pubblica della residenzialità intesa come forma di socializzazione dell’investimento.
Prenderà il via giovedì 24 settembre la seconda edizione del corso di alta formazione on line organizzato dal Consorzio universitario Promos Ricerche in collaborazione con Economia e Politica, […]
La letteratura economica prevalente insiste sulla riduzione del costo del lavoro come strumento di crescita e competitività. Questo lavoro ribalta questa concezione analizzando il caso italiano dagli anni ’60 ai nostri giorni. Sostiene infatti – supportato da un’analisi empirica che tiene conto delle dinamiche del sistema economico nel lungo periodo – che, al contrario, la continua riduzione del costo del lavoro ha fornito alle imprese un ampio bacino di lavoratori sottopagati, ha disincentivato investimenti e riorganizzazioni produttive e favorito la diffusione di attività a basso valore aggiunto, contribuendo al declino di crescita e produttività del Paese.
L’intervento straordinario nel Mezzogiorno ha rappresentato la principale forma di intervento dello Stato come soggetto di direzione, controllo e coordinamento dell’attività economica in Italia. Esso è diventato quindi, per i keynesiani, il principale emblema della concretizzazione di un’economia mista in Italia, mentre nella vulgata neoliberista esso è l’emblema dell’inefficienza dell’intervento diretto dello Stato nell’economia di mercato.
Nel paper, ai fini di una adeguata valutazione dei pregi e dei limiti dell’intervento straordinario, si fa ricorso ad alcune categorie concettuali proposte dalla Scuola francese della teoria della regolazione, applicandole all’interpretazione delle diverse fasi in cui può essere scomposta la sua parabola.
Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita.
Come previsto dalle nuove regole di governance economica europea nell’ambito della recente riforma del Patto di stabilità e crescita, il 21 giugno 2024 la Commissione europea ha trasmesso a tutti gli Stati membri con un debito pubblico superiore al 60% del PIL o un disavanzo pubblico superiore al 3% del PIL la traiettoria di riferimento per la spesa primaria netta specifica per paese. Tale traiettoria impone per ogni anno del periodo di aggiustamento (della durata di 4 o, come nel caso italiano, 7 anni) un tasso di crescita massimo per la spesa primaria netta ed è funzionale a ridurre il deficit primario strutturale di un ammontare determinato dalla Commissione sulla base dell’Analisi di sostenibilità del debito (Debt Sustainability Analysis, DSA).
Il progetto Potamòs, avviato in diverse aree della Calabria tra cui la Locride, la piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte, ha offerto un nuovo modello di reinserimento sociale ed economico per ex-detenuti e le loro famiglie, basato sull’imprenditorialità. Gestito dalla cooperativa Valle del Bonamico A.r.l., il progetto si è ispirato all’esperienza agricola della cooperativa, focalizzandosi sulla coltivazione in serra e sulla produzione vinicola. L’obiettivo principale era contrastare il sottosviluppo e il disagio sociale in queste aree, promuovendo solidarietà e fiducia nella comunità. Inizialmente dedicata alla pastorizia, la cooperativa ha ampliato le attività con la coltivazione di fragole e altri piccoli frutti nella Locride, sfruttando il clima favorevole della regione, e con l’allevamento del suino nero d’Aspromonte, una razza locale di valore culinario. Questo studio analizza il contributo storico del progetto Potamòs, evidenziando la sua integrazione economica, sociale e formativa nonostante le sfide imposte dalla criminalità organizzata. L’approccio combinato della cooperativa nel settore frutticolo, vitivinicolo e nell’allevamento ha fornito alternative economiche legittime e sostenibili in un’area tradizionalmente influenzata dalla criminalità.
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