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Libero Marchionne in libero mercato

Pubblicato il 28 Gennaio 2011 da admin

La forte resistenza della Fiom-Cgil al cambiamento del quadro delle relazioni industriali voluto da Marchionne, con l’importante risultato ottenuto dal sindacato dei metalmeccanici in occasione del referendum di Mirafiori, finisce per mettere in discussione non solo le scelte di Fiat ma anche il modello di scambi internazionali in cui l’Italia e l’Europa sono immersi. È necessario esserne consapevoli e non compiere errori nella valutazione sul livello effettivo della contesa, dal momento che perdurando quel modello di scambi internazionali diverrebbe sempre più difficile difendere le posizioni della Fiom.

Il punto da cui partire è riconoscere che l’attuale palinsesto macroeconomico europeo colloca l’Italia e l’intera Unione Monetaria in un sistema di scambi internazionali caratterizzato dalla piena apertura dei mercati e dalla perfetta mobilità dei capitali. In un contesto istituzionale di questo tipo un qualsiasi Paese, o una qualsiasi impresa, che volesse fissare un livello dei salari o delle tutele dei lavoratori superiori a quelli registrati negli altri paesi dovrebbe ogni volta essere in grado di compensare quei maggiori livelli – che in fin dei conti determinano, direttamente o indirettamente, un incremento del costo assoluto del lavoro – con una maggiore produttività del lavoro. Il che significa mettere in campo, rispetto agli altri, tecnologie più avanzate, maggiori investimenti in istruzione e formazione, infrastrutture migliori. Solo in tal modo, dato il contesto istituzionale, il livello relativamente più elevato dei salari e delle tutele può coesistere con un costo del lavoro per unità di prodotto competitivo con i partners commerciali. Per questa ragione, è corretto affermare che l’apertura incondizionata dei mercati e la libertà dei movimenti di capitale tendono a livellare verso il basso i salari e i diritti dei lavoratori.

Ciò premesso, è opportuno sottolineare che la tensione della concorrenza internazionale è oggi tanto spinta che anche i paesi tecnologicamente più avanzati, che pure potrebbero permettersi salari e diritti maggiori, come la Germania, stanno praticando politiche di moderazione salariale e compressione dei diritti dei lavoratori. Naturalmente, la spinta proveniente dalla Germania accelera ulteriormente i processi di mercato e in qualche modo determina reazioni imprenditoriali nella direzione della ulteriore compressione di salari e tutele. Per queste ragioni, i critici della dirigenza Fiat dovrebbero consapevolmente assumere che il tema di fondo da affrontare è quello di una auspicabile riduzione del grado di apertura dei mercati e dei movimenti di capitale. Tenendo conto che, alle condizioni attuali, le delocalizzazioni sono il meccanismo ovvio attraverso il quale la deflazione salariale e la contrazione delle tutele inesorabilmente procede.

A ben vedere si tratta delle questioni già sollevate nel giugno scorso dalla “Lettera degli economisti”  contro le politiche di austerità in Europa, pubblicata da questa rivista, e dal dibattito che da essa è seguito. La “Lettera” ha mostrato tra l’altro, come l’assetto degli scambi internazionali attuale, se non governato, tenda ad alimentare la crisi, dal momento che la maggiore apertura dei mercati internazionali determina una tendenziale compressione della quota dei salari sul Pil e questa a sua volta spiega in buona misura la caduta della domanda aggregata, e dunque la crisi (a riguardo si rinvia all’articolo “Prendendo la FIOM sul serio”). Insomma, per quanto discutibili sul piano etico e sociale, le scelte di Marchionne, in assenza di innovazione, hanno una logica imprenditoriale, il cui risultato nell’aggregato si rivela socialmente ed economicamente rovinoso.

E tuttavia, la questione Fiat si pone nei termini più gravi dal momento che Marchionne non sembra affatto avere messo in atto una strategia tale da preservare i livelli salariali e i diritti per via di un incremento della produttività del lavoro (al di sopra dei contendenti che propongono modelli di dumping sociale). Piuttosto, sembra preoccupato di inseguire tutti i finanziamenti pubblici possibili, da quelli statunitensi, a quelli russi, a quelli messicani, a quelli serbi. Inoltre pare essere attirato, molto più che da una competizione alta, giocata sulle nuove tecnologie, dalle possibilità di localizzazione in realtà dove salari particolarmente bassi e tutele ridotte al minimo gli consentano di ampliare per questa via la differenza tra salario e produttività.

Attualmente, il mercato dell’automobile sta mutando. La ragione del cambiamento sta nel fatto che il motore endotermico, in aree ad alta densità abitativa, sta diventando un problema per la mobilità, come i cinesi, adesso con l’auto, e gli indiani, prima con i motorini, hanno verificato e come noi sperimentiamo tutti i giorni nella vecchia Europa. Le case automobilistiche stanno quindi investendo significativamente in nuovi propulsori e in nuovi modelli, abbandonando progressivamente l’idea di un’auto che copra ogni bisogno di mobilità dell’utente, a favore di auto mirate al loro uso prevalente che, in Europa, è la città con percorrenze chilometriche medie inferiori ai 20 chilometri. È un processo lungo ma ormai avviato per tutte le grandi case europee, compresi i prodotti di lusso – in gergo chiamati “premium”. Ma la “FIAT Auto” ha un livello basso d’investimenti in quella direzione e l’unico prodotto che potrebbe giocare un ruolo – la “cinquecento” con propulsore elettrico - è previsto solo sul mercato americano.

Inoltre il mercato globale dell’auto, così evocato oggi in Italia, è caratterizzato da andamenti spiccatamente divergenti tra le grandi aree economiche. In Cina, India, Russia e Brasile le importazioni di auto, di componenti e di beni capitale, crescono fortemente, grazie al costituirsi di una classe media, statisticamente piccola rispetto ai quei paesi ma che pesa, in alcuni casi, come tutto il mercato europeo. Si possono avere molti dubbi sulla sostenibilità a medio e lungo termine di quel modello neo mercantile, in special modo quando si parla della mobilità basata sull’auto, ma una cosa è certa chi è fuori da quei mercati non ha possibilità alcuna di essere un protagonista forte del mercato globale. Infatti, nell’altra parte del mondo – l’Europa e l’America settentrionale – il mercato è stagnante per la combinazione di un’eccedenza tra produzione e consumo, pari al 30-40%, e dagli effetti deflattivi della crisi sui consumi di massa. Ora, la “Fiat Auto” è presente nel “mondo nuovo” in modo rilevante solo in Brasile, che non a caso ne riequilibra i conti interni; spera, poi, in un rilancio significativo in Russia, grazie allo stabilimento serbo giocando sul fatto che la Serbia ha un accordo di libero scambio con la Russia per prodotti manifatturati in Serbia.

Viene dunque da chiedersi quali siano le potenzialità effettive di espansione della Fiat nel quadro del sistema di scambi internazionali attuale. L’interrogativo è ancora più crudo se si guarda al rapporto tra “FIAT Auto” e Chrysler. Se, infatti, vi deve essere una sinergia tra le due imprese allora, per effetto dell’accordo con il governo americano, è la “FIAT Auto” che deve aiutare la Chrysler, con un trasferimento di tecnologie e competenze ma anche di denaro se si vuole arrivare al 51% di controllo, a conquistare fette di mercato non solo negli USA e in Canada, ma specificatamente in Brasile. Resterebbero quindi l’Europa e la Russia, dove la “FIAT Auto” dovrebbe conquistare nuove fette di mercato a spese delle altre imprese europee. Gli analisti sono piuttosto scettici al riguardo anche perché sin qui le quote di mercato Fiat si sono contratte.

Da tutto ciò si ricava una conclusione evidente: la “FIAT Auto”, nella joint venture con Chrysler, sposterà il suo baricentro verso il continente americano dove perderà o vincerà una scommessa per la sua stessa sopravvivenza; lì infatti tutto avverrà e lì ci sono risorse finanziarie pubbliche disponibili. L’Europa diventerà il secondo mercato, mercato nel quale la nuova realtà – “FIAT Auto”- Chrysler – posizionerà, nell’ipotesi migliore, alcuni prodotti Chrysler, – I SUV di cui si parla per Mirafiori – i cui componenti sono fatti negli USA, per segmenti di mercato che non sono certamente di massa e per il resto cercherà, in competizione più con le aziende francesi che con quelle tedesche, di intercettare la domanda di auto a basso costo forte in Europa. Il punto è che anche queste auto dovranno sempre di più rispondere a stringenti requisiti di emissione – è una forma di protezionismo europeo contro i produttori asiatici – e quindi non saranno auto a basso contenuto d’innovazione. Le aziende tedesche e francesi hanno costruito un modello di business per questo settore di mercato: utilizzare i differenziali salariali e normativi con l’Est Europeo, e gli importanti sussidi pubblici esistenti, per realizzare un sistema integrato di progettazione e produzione che affida ai “paesi madre” la ricerca e sviluppo e a quelli “terzisti” parte significativa della produzione; i livelli extra di profitto alimentano le spese di investimento, i governi nazionali della Francia e della Germania contribuiscono in vario modo.

Nulla di tutto questo è presente nel “Piano Italia” che affida al paese un ruolo “terzista”, questo sì globale. A prova di ciò si pensi ai contenuti del piano per Pomigliano e Mirafiori; nel primo il prodotto a minor valore aggiunto che ha sul mercato, l’opposto di quanto si faccia in Francia con la Logan; nel secondo un’auto che, se si dovesse vendere, ha buoni margini di guadagno ma che venendo solo assemblata a Torino, per poi essere redistribuita globalmente, brucerebbe parte significativa di tali margini.

Si capisce anche perché Marchionne si adonti quando gli chiedono i contenuti industriali del piano; il contenuto industriale, infatti, è di “risulta globale”.

 

[Una parte di questo articolo è tratta da un intervento di Francesco Garibaldo pubblicato sul n. 15 di “Alternative”]

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L’americanismo di Marchionne

Pubblicato il 22 Gennaio 2011 da admin

La storia - scrive Karl Marx - si presenta prima come tragedia e poi si ripete come farsa. In questo senso il ricorso ad un nuovo modello di relazioni industriali che costituisce il nucleo dell’accordo Mirafiori del 23 dicembre 2010 (approvato di stretta dal referendum del 14 gennaio 2011) si presenta come una versione caricaturale dell’americanismo d’inizio Novecento, quando la Fiat poteva essere considerata nei metodi di organizzazione del lavoro e di relazioni industriali un enclave di modernità nell’ambito della arretratezza complessiva della società italiana.

In questi termini appariva ad Antonio Gramsci che appunto coniò il termine di americanismo[1] per indicare il processo di razionalizzazione del lavoro, rappresentato dal fordismo-taylorismo, che si accompagnava ad una generale modernizzazione della società, con l’obiettivo di subordinarla integralmente alle esigenze dell’apparato produttivo.

L’americanismo con la sua visione integralista della società industriale costituiva per una società arretrata come quella italiana un elemento progressivo perché contribuiva ad aumentare l’educazione produttiva della classe operaia, ad eliminare i residui di parassitismo legati all’esistenza di classi dirigenti non direttamente produttive, introduceva una nuova morale industriale e una nuova struttura ideologica. L’americanismo nel creare un nuovo tipo umano di produttore consapevole poneva le premesse, secondo Gramsci, per il passaggio alla superiore organizzazione socialista della produzione.

In sintesi, Giovanni Agnelli, importando da una società più avanzata un modello di relazioni industriali, assumeva nella società italiana d’inizio novecento un ruolo “oggettivamente” rivoluzionario, anche se ovviamente le sue motivazioni soggettive erano strettamente legate alla realizzazione di più alti profitti raggiungibili con strumenti più efficienti di organizzazione del lavoro.

Il ruolo di Marchionne è da un punto di vista “oggettivo” diametralmente opposto. Il modello che si è proposto prima a Pomigliano e poi a Mirafiori è un nuovo tipo di americanismo globale in cui gli elementi progressivi sono scomparsi. L’obiettivo resta sempre quello di subordinare tutto alle esigenze della produzione, ma livellando verso il basso e annullando gli elementi di democrazia industriale che sono stati costruiti in un secolo di lotte operaie, che hanno avuto il loro nucleo più attivo proprio nella classe operaia torinese.

Ma oltre questo dato che investe le relazioni industriali, vi è un’altra implicazione egualmente importante: con l’accordo di Mirafiori la Fiat non ha più una dimensione nazionale e ha rinunciato di fatto al ruolo che ha svolto nella storia del capitalismo italiano. La sua dimensione ormai è quella di una multinazionale che come unico modello ha il vantaggio competitivo offerto dall’economia globale. La Fiat non ha più un rapporto privilegiato con il nostro paese.

Come indica la vicenda di questi sei mesi da Pomigliano a Mirafiori,  la Fiat manterrà la produzione di automobili in Italia solo perché l’organizzazione del lavoro sarà uguale a quella che si potrebbe ottenere in una fabbrica serba, brasiliana o di Detroit. E’ come se gli operai si fossero trasferiti materialmente in Serbia, in Brasile o nell’Illinois. Delle enclave di economia globalizzata sono stati innestati nel tessuto giuridico e sociale. E’ un’operazione opposta a quella compiuta da Giovanni Agnelli, cento anni fa: non si trapiantano più elementi di progresso in realtà arretrate, ma all’opposto si livella la condizione di lavoro sugli standard più bassi che appartengono a società che non hanno una tradizione di relazioni industriali democratiche. La caricatura di americanismo rappresentata da Marchionne sta proprio in questo.

Basta dare una rapida lettura del documento (pubblicato sul sito della Fiom) per rendersi conto che definire l’accordo come regressivo non è il frutto di una cecità ideologica, ma corrisponde alla realtà dei fatti.

La strategia di Marchionne è stata resa possibile grazie ad un governo che non ha alcuna visione strategica del futuro industriale del nostro paese. L’industria automobilistica italiana doveva essere aiutata non con mezzi come la rottamazione, ma con finanziamenti diretti che avrebbero potuto dare alla politica il ruolo di indirizzo e di garanzia.

In questo quadro si poteva concepire un accordo nazionale tra produttori che avrebbe potuto anche garantire l’incremento della produttività senza sospendere i diritti acquisiti. La classe operaia italiana non ha mai rinunciato alla sua funzione nazionale. Senza alcuna retorica si deve ricordare che furono gli operai del Nord a salvare le fabbriche del Nord dalle rappresaglie dell’esercito nazista in ritirata, nella primavera del 1945 (mentre proprietari e capitani d’industria erano in fuga), e che furono gli stessi sindacati operai ad accettare la moderazione salariale per permettere la ricostruzione e lo sviluppo del dopoguerra.

Anche di fronte a questa crisi si sarebbe trovata una soluzione nazionale, bastava aver un management Fiat più illuminato e consapevole di una funzione nazionale, e, dall’altra parte, un governo altrettanto consapevole degli obiettivi di sviluppo del paese, non solo interessato ad indebolire la sua controparte sociale. La dirigenza Fiat sa bene che il problema della produttività italiana riguarda la scarsa innovazione di processo e di prodotto, ma la miope ricerca del profitto immediato allontana il problema delle scelte strategiche di lungo periodo. La Fiat ha scelto così un profilo basso: galleggerà nel mercato ancora per un po’ occupando nicchie di mercato non ancora integralmente sfruttate. Almeno questo ci è dato di capire in assenza di ulteriori chiarimenti sulla strategia del piano industriale.

Ci ritroviamo ora di fronte ad un accordo che ci riporta alle relazioni industriali d’inizio anni Sessanta e abbiamo perso una grande occasione per la modernizzazione.

Questo  accordo ha inoltre il carattere di una scommessa: si rinuncia, infatti, al certo dei diritti di oggi per poi ottenere lavoro domani (con la promessa di un salario più alto). Ma chi ci assicura che l’investimento andrà a buon fine? Chi ci assicura che i nuovi modelli saranno venduti? Chi ci assicura che nel 2013 la Fiat, in questa feroce concorrenza globale, non sarà di nuovo di fronte ad un suo ennesimo fallimento di mercato dei suoi prodotti? L’accordo si regge sulla promessa di vendere di più in futuro (promessa a cui sono legati anche gli aumenti salariali), ma se non fosse così? Chi salverà la produzione automobilistica italiana  e insieme la classe operaia di questa nazione, e forse la stessa nostra democrazia che sul lavoro è costruita?

 

 

 [1] Concetto, come è noto, elaborato nel Quaderno 22.

 

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Prendendo la Fiom sul serio

Pubblicato il 15 Ottobre 2010 da admin

In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come vorrebbero la Cgil e in particolare la Fiom che, a questo proposito, ha indetto la manifestazione nazionale del 16 ottobre.

Le ragioni dei sostenitori della decentralizzazione e della flessibilità vertono sulle esigenze di competitività del sistema produttivo nazionale. La tesi di fondo è che se le istituzioni del mercato del lavoro non si metteranno al passo con le trasformazioni dell’economia globalizzata, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto delle imprese italiane si appesantirà ulteriormente rispetto ai competitor stranieri. Con effetti deleteri, tanto sugli equilibri della bilancia commerciale quanto sui livelli di occupazione. Si tratta di argomentazioni note, che godono di sostegno nella letteratura internazionale, e che hanno ispirato in Italia e in genere nei paesi industrializzati le politiche del lavoro, negli ultimi due decenni almeno.

Tuttavia, sarebbe auspicabile che i responsabili della politica economica e la stessa Confindustria provassero a guardare al di là delle tensioni sviluppatesi in questi mesi, e a prendere sul serio le tesi della Fiom e degli altri sostenitori del contratto nazionale e delle tutele.

Una prima serie di argomentazioni di questi ultimi concerne il nesso tra flessibilità e produttività del lavoro. A riguardo, l’unica certezza di cui disponiamo è che la crescita della produttività del lavoro in Italia è andata molto al rilento rispetto ai nostri principali concorrenti[1]. Sulle motivazioni di ciò possono essere avanzate tesi diverse. Incluse quelle che tendono a spiegare la piatta dinamica della produttività italiana con fattori quali la bassa dimensione media delle imprese, il volume contenuto degli investimenti in nuove tecnologie, il ridotto grado di infrastrutturazione del territorio[2]. E se la bassa produttività delle nostre imprese dipendesse effettivamente da questi fattori, agire sulla contrattazione non costituirebbe certo la via maestra per risolvere il problema. Piuttosto, occorrerebbe evocare nuove e incisive politiche industriali.

A queste argomentazioni i sostenitori della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità replicano osservando che una revisione dei meccanismi della contrattazione salariale potrebbe contribuire a legare maggiormente la dinamica dei salari alla produttività, e quindi per questa via a salvaguardare la competitività. Tuttavia, sugli effetti benefici della flessibilità sono state avanzate a più riprese numerose perplessità. E a riguardo è opportuno sviluppare alcune considerazioni di ampio respiro.

Per cominciare, occorre osservare che l’aumento della flessibilità, e in generale la deregolamentazione del mercato del lavoro, abbattono gli indici di protezione del lavoro[3]. Ed è bene chiarire che le ricerche a disposizione tendono a negare l’esistenza di una relazione significativa tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’occupazione[4]. In breve, non abbiamo prova che la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro registrata negli ultimi lustri in Italia e in Europa abbia avuto successo nell’incrementare i livelli di attività dell’economia e dunque anche l’occupazione.

Viceversa, sembra emergere una correlazione tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’andamento dei salari reali. Più precisamente, stando ad alcuni studi, le politiche di flessibilità e deregolamentazione del mercato del lavoro spiegherebbero in buona misura la drastica caduta della quota dei salari sul prodotto interno lordo registrata negli ultimi decenni in Italia e in Europa (in media poco meno di dieci punti percentuali negli ultimi trenta anni)[5]. Una tesi questa che è stata recentemente confermata persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) nel documento The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion, presentato a metà settembre ad Oslo, insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Infatti, nel documento la caduta della quota dei salari reali viene spiegata con le “pressioni della globalizzazione”, che avrebbero “incrementato la vulnerabilità dei lavoratori attraverso aumenti dell’intensità del lavoro, la diffusione di contratti più flessibili, la diminuzione delle protezioni sociali e un declino del potere contrattuale dei lavoratori”[6].

Molto più che sulla occupazione, la caduta degli indici di protezione del lavoro avrebbe dunque influito sulla quota dei salari nel Pil. E ciò, secondo una parte della letteratura scientifica contemporanea, costituisce un fattore recessivo non trascurabile. Ad esempio, la recente “Lettera degli economisti” contro le politiche restrittive in Europa, sottoscritta da oltre 250 studiosi, ha avanzato l’ipotesi che uno dei fattori di fondo della crisi – al di là delle variabili strettamente congiunturali – potrebbe essere la tendenza di lungo periodo alla contrazione della quota dei salari sul Pil. Da questo fattore, infatti, viene fatta dipendere la scarsa dinamica della domanda complessiva di merci e servizi che, nell’insieme delle economie industrializzate, non avrebbe retto il ritmo di crescita dell’offerta potenziale delle imprese.

È ben noto che la letteratura tradizionale ha sempre sostenuto la tesi opposta, e cioè che il contenimento dei salari favorisca la crescita della produzione e dell’occupazione. Ancora una volta, la questione è molto controversa. La letteratura scientifica ha tentato di dipanare la matassa e una serie di ricerche si sono cimentate nello stimare l’impatto della riduzione della quota dei salari nel reddito nazionale su tutte le componenti della domanda aggregata, per i diversi paesi. Viene fuori che quando la quota dei salari si riduce, la domanda di beni di consumo si comprime, mentre in senso opposto tendono a muoversi soprattutto le esportazioni, a seguito degli effetti favorevoli che la “moderazione” salariale può avere sulla competitività. In generale, tuttavia, non senza risultati contrastanti, questi studi lasciano ben pochi spazi di ragione alla tesi tradizionale, e piuttosto tendono ad confermare l’idea che la riduzione della quota salariale effettivamente abbatta la domanda aggregata, con ripercussioni negative sui livelli di produzione e occupazione[7].

Il numero di coloro che pensano che la flessibilità e la deregolamentazione abbiano generato un ruolo recessivo si allarga sempre più, anche al livello internazionale. Nello studio del FMI e dell’ILO già citato, ad esempio, si legge che la crisi in atto è conseguenza dell’“ampiezza della caduta della domanda aggregata”. E questa, a sua volta, viene fatta dipendere “dalla diminuzione della quota dei salari nel reddito nazionale”, considerata una delle “cause delle crisi passate e presenti”[8]. Certo, le ricerche non mettono a disposizione risultati definitivi, e ulteriori verifiche sono in corso con riferimento all’Italia e all’UE. Ma c’è evidentemente tanta materia per guardare con scetticismo a ulteriori iniezioni di flessibilità nel mercato del lavoro e decidersi a prendere sul serio le ragioni dei critici.

  
[1] Fatta pari a 100 la produttività del lavoro di ciascun paese nel 2000, il valore dell’Italia nel 2009 si è addirittura ridotto a 98,3. Per contro, la produttività degli altri paesi cresce: l’UE a 12 paesi è a 107,7; la Francia a 107,8; la Germania a 108; gli Stati Uniti addirittura a 120,3 (dati OCSE).
[2] Alcuni di questi aspetti vengono ad esempio sostenuti nel contributo di E. Saltari e G. Travaglini,  “Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro”, in Rivista italiana degli economisti (2008, n.1).
[3] L’indice del grado di protezione dei lavoratori, l’EPL (Employment Protection Legislation), viene calcolato dall’OCSE. L’indicatore misura la rigidità della regolamentazione sui licenziamenti e l’utilizzo di contratti di lavoro non a tempo indeterminato. L’EPL registra una caduta molto forte per l’Italia. Infatti, il valore dell’indice è passato dal 3,57 registrato nel 1990, all’1,89 del 2008. Ciò significa che la legislazione ha reso ben più flessibile il mercato del lavoro. Mentre più orientate alla rigidità sono le legislazioni di paesi come la Germania e la Francia, dove si registrano valori dell’indicatore EPL più alti: 2,12 in Germania e 3,05 in Francia.
[4] Per una critica di carattere generale agli effetti positivi della flessibilità del mercato del lavoro rinvio al libro L’economia della precarietà, a cura di Paolo Leon e mia (manifestolibri 2008). Tra gli altri, il contributo di E. Brancaccio mostra l’assenza di una significativa correlazione tra la riduzione dell’indice EPL e l’occupazione.
[5] La quota dei salari sul Pil si è ridotta drasticamente in Italia. Dopo il picco, registrato nei primi anni ’70, allorché il salari si “appropriavano” di quasi il 74% del Pil, nel 2009 il valore è sceso al 63,9%. Un valore più basso della media dei paesi dell’UE a 12 ( 64,9%), ed anche inferiore a quelli registrati in Germania(64,3%), Francia (66,4%) e Gran Bretagna (71,7%). I dati sono tratti dal database AMECO della Commissione Europea.
[6] La frase è alla pagina 7 dell’ampio documento dell’ILO e dell’IMF.
[7] Tra i lavori più significativi vi è quello di E. Stockhammer, O. Onaran e S. Ederer del 2009 (“Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area”, Cambridge Journal of Economics). Nel saggio gli autori arrivano alla conclusione che, tenuto anche conto dei possibili effetti positivi sulle esportazioni, la caduta della wage share (la quota dei salari sul Pil) determina una forte caduta della domanda di beni di consumo e dunque una contrazione della domanda aggregata e del Pil. Per queste ragioni, essi aggiungono, la “moderazione salariale” non è “amica dell’occupazione” (p. 155) e l’area euro avrebbe le caratteristiche di un’area wage-led (e non profit-led), nella quale cioè la crescita sarebbe assicurata dall’incremento della quota dei salari sul Pil. A risultati simili, con una metodologia diversa, erano arrivati anche E. Hein e T. Schulten nel 2004 (“Unemployment, Wages and Collective Bargaining in the European Union”, WSI-Discussion Paper n. 128). Di rilievo anche i risultati di E. Hein e L. Vogel del 2008 (“Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries”, Cambridge Journal of Economics) per i quali la natura wage-led o profit-led di un Paese viene a dipendere dal grado di apertura ai rapporti con l’estero (misurata dalla somma delle esportazioni più le importazioni in rapporto al Pil). Paesi come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti avrebbero le caratteristiche di paesi wage-led; mentre solo paesi di piccole dimensioni, e per ciò particolarmente aperti agli scambi con l’estero, potrebbero beneficiare dal calo della quota dei salari sul pil (profit-led).  Solo in questi casi, infatti, l’impatto negativo sui consumi potrebbe essere più che compensato da quello espansivo sulle esportazioni.
[8] Le frasi citate sono a pagina 8 del documento congiunto ILO-IMF.

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Si ritorna ai fondamentali

Pubblicato il 03 Agosto 2010 da admin

Si ritorna ai fondamentali. Sin dalla rivoluzione francese si aprì una differenza tra una sinistra che guarda ai diritti politici e civili, dei singoli, e una sinistra che guarda ai diritti sociali che, per loro natura, sono godibili solo collettivamente. I diritti sociali nascono ed esistono solo in quanto consentono di non fare integralmente dipendere le condizioni di vita e di lavoro, di chi vive del proprio lavoro, dalle “esigenze del mercato”. La nostra civiltà del ‘900 si è progressivamente costruita sul consenso a questa opzione; il conflitto riguardava principalmente i limiti materiali ai diritti sociali. D’altronde bisognerebbe ricordare il Keynes delle “Possibilità economiche per i nostri nipoti”.

Il discorso di Marchionne e le sue azioni conseguenti e coerenti, cioè la strategia operativa tesa a frantumare formalmente il sistema di relazioni industriali italiano in contratti aziendali e/o di settore, vogliono liquidare tutto ciò. Se, infatti, il suo programma si realizzasse avremmo un sistema industriale in cui, per definizione, non può esistere alcun bene tutelabile se non che la difesa della posizione competitiva di ogni singola azienda; la condizione di lavoro è sempre e solo una funzione dell’impresa, senza più alcun limite verso il basso. La flessibilità operativa e la produttività sono solo una scusa; la FIOM e la CGIL non hanno mai negato la possibilità di negoziare un compromesso su questi temi. I compromessi sono negoziati e quindi sottoposti a limiti e condizioni; ciò non basta più. Si consideri inoltre che la NEWCO non riassumerà i lavoratori in blocco, sarebbe un trasferimento sottoposto ai vincoli del codice civile, ma assumerà man mano quei lavoratori, in numero e qualità, di cui riterrà di avere bisogno, se firmano individualmente il nuovo contratto; lasciando presumibilmente nella vecchia società gli altri, sino allo spirare degli ammortizzatori sociali, qualora non firmassero o non ve ne fosse bisogno. Vi sarebbe quindi anche una aperta discriminazione sindacale e ideologica.

E, come dimostra l’incredibile intervista di Marini, la sinistra, soi disant, politica prende le distanze dalla sinistra sociale. Il “mondo del lavoro” si trasforma sì nel “mondo dei lavori”, nel senso che vi saranno lavori di diversa caratura, a seconda della loro esposizione alla concorrenza internazionale; e ciò rappresenterebbe “un salutare scossone”.

In realtà il discorso di Marchionne è materialmente e teoricamente inconsistente, è una favola ideologica. Non esiste una concorrenza internazionale, intesa come un sistema idraulico integrato, come pensa ingenuamente Scalfari, ma una combinazione di diverse forme di divisione internazionale del lavoro e di diverse modalità competitive. L’industria dell’auto tedesca, ad esempio, ha un posizionamento competitivo che le consente di non pretendere la liquidazione tout court del sistema precedente ma di riposizionarlo verso il basso. La linea Marchionne in realtà non è l’adeguamento alle regole del mercato ma, come ha ben argomentato Halevi sul Manifesto, una strada che “rovina il mercato”. Essa è anche figlia dell’incapacità della FIAT e dei governi italiani a posizionarsi nei mercati asiatici.

Infine la favola di Marchionne nasconde il fatto che se non ci fossero determinate condizioni istituzionali, la FIAT non avrebbe potuto fare nulla di ciò che ha fatto e sta facendo.

Infatti, l’acquisizione gratuita della Chrysler, che ha salvato la FIAT, non sarebbe stata possibile senza una politica interventista dell’amministrazione Obama;  la possibilità, inoltre, di avere una presenza nei nuovi mercati dei veicoli elettrici dipende dal “piano industriale della stessa amministrazione; cosa c’entra il mercato? Il rilancio su Pomigliano e poi su Torino, sono stati possibili dalle politiche di dumping sociale e fiscale dei governi Polacco e Serbo, a loro volta possibili grazie alla linea liberista dell’Unione Europea; cosa c’entra il mercato? Senza l’acquiescenza del governo italiano, impegnato nel sostegno ai settori del capitalismo italiano incapaci di competere se non che sui costi, e di CISL e UIL la scommessa sarebbe stata ben più complicata.

Infine la sinistra politica seguirà Marini? Se non è così, è ora di dirlo senza se e senza ma per aprire in Italia una vera opposizione, cioè una messa in discussione del “complesso economico-politico finanziario” che la governa, con qualche indifferenza a chi formalmente guida il governo.

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Metalmeccanici: un decennio di contratti separati

Pubblicato il 08 Novembre 2009 da admin

Dal punto di vista delle relazioni industriali, gli anni 2000 si sono aperti e sono destinati a concludersi all’insegna della rottura dell’unità sindacale. Il protocollo di riforma del modello contrattuale[1], firmato a gennaio scorso da Cisl-Uil, Confindustria e altre associazioni datoriali (Abi, Ania, Confapi), può forse essere considerato la conclusione di un processo che ha preso avvio all’inizio del decennio quando le confederazioni sindacali si divisero sul giudizio riservato al cosiddetto “Libro Bianco sul Lavoro” presentato dall’allora Ministro Maroni. In quella circostanza la divisione sindacale si concretizzò nel rifiuto della Cgil di sottoscrivere, nel 2002, il “Patto per l’Italia”, protocollo tripartito i cui esiti sono stati – ex-post - giudicati insoddisfacenti dalle stesse confederazioni sindacali firmatarie.

Allora come oggi una divisione di ordine strategico, formalizzata in un accordo interconfederale separato, ha poi prodotto conseguenze sui diversi livelli contrattuali, a cominciare da quello nazionale di categoria. La divisione sindacale del 2001-2002 ebbe come esito più eclatante il rinnovo separato del biennio economico dei metalmeccanici nel 2001, cui seguì - nel 2003 - l’accordo separato anche sulla parte normativa del contratto. Oggi non sono solo i metalmeccanici a dover fare i conti con un nuovo accordo separato sul biennio economico (firmato ad ottobre 2009), ma anche altre categorie – comprese quelle di forte tradizione unitaria come i chimici - stanno trattando il rinnovo del contratto sulla base di piattaforme distinte o hanno chiuso accordi separati (come è avvenuto nel 2008 per il commercio).

Tuttavia il settore metalmeccanico rimane quello in cui, nel corso del decennio, la divisione tra le organizzazioni sindacali è stata più aspra e meno episodica. Proprio in ragione di ciò, ed alla luce della settimana di mobilitazione promossa dalla Fiom tra il 9 ed il 13 novembre, è interessante indagare a quali esiti abbia condotto, nella quotidianità delle relazioni industriali sui luoghi di lavoro, la rottura dell’unità sindacale a livello centrale. La storia del decennio appena trascorso può aiutarci a immaginare gli scenari possibili dopo il rinnovo separato del biennio economico firmato lo scorso ottobre.

Per i metalmeccanici, infatti, il decennio prende avvio con un episodio “minore” ma anticipatore di quanto sarebbe accaduto di lì a poco a livello nazionale. Nel 2000, infatti, i tre sindacati di categoria dei meccanici raggiunsero un accordo sull’introduzione del lavoro a chiamata negli stabilimenti Elextrolux-Zanussi (azienda che all’epoca occupava circa 13.000 dipendenti distribuiti prevalentemente negli stabilimenti del nord-est). L’accordo, sottoposto a referendum, venne respinto dai lavoratori i quali giudicarono vessatorie le clausole di flessibilità e di disponibilità contenute nell’intesa. A quel punto la Fiom, interpretando come vincolante il parere dei lavoratori, decise di ritirare la firma dall’accordo e aprì così un contenzioso sull’utilizzo dello strumento referendum con le altre organizzazioni che ancora oggi non ha trovato composizione.

A quest’episodio seguì, un anno dopo, l’accordo tra Fim, Uilm e Federmeccanica per il rinnovo del biennio economico con il dissenso della Fiom che contestava l’entità dell’aumento e le modalità dell’erogazione. A fronte della firma separata la Fiom, dopo aver incassato il diniego di Fim e Uilm sulla proposta di un referendum approvativo, promosse autonomamente un referendum abrogativo che non condusse, però, alla revisione dell’accordo. Il deterioramento delle relazioni unitarie di categoria, aggravato dalla divisione delle confederazioni maturata nel frattempo, impedì – un anno dopo - la presentazione di una piattaforma unitaria per il rinnovo dell’intero CCNL intanto venuto a scadenza. È proprio nel 2003, infatti, che si consuma la divisione più importante e più gravida di conseguenze. La piattaforma presentata dalla Fiom si caratterizzava principalmente sui temi del mercato del lavoro (con l’introduzione del “tetto” del 18% di contratti atipici sul totale dei contratti in essere) e sulla democrazia (il punto qualificante è la richiesta del referendum vincolante sugli accordi firmati dai sindacati) rispecchiando il tenore del dibattito politico-sindacale di quei mesi (molto influenzato dall’approvazione del d.lgs 276/2003). Nonostante il successo ottenuto dalla piattaforma Fiom nei referendum aziendali, il contratto del 2003 verrà chiuso da Federmeccanica, Fim e Uilm sulla base della piattaforma presentata da queste ultime. La firma separata del contratto era destinata ad aprire una serie di contraddizioni e difficoltà sia nel fronte datoriale, sia in quello sindacale. Da parte datoriale, Federmeccanica, in cui pure l’orientamento prevalente in quel momento era quello più ostile alla Fiom, non se la sentì di chiudere la partecipazione dell’organizzazione non firmataria ad una serie di istituti (informazione e consultazione, convocazione di assemblee, tavoli contrattuali su orario e organizzazione del lavoro). Da parte sindacale la Fiom decise, non senza un dibattito interno rispetto ai “doppi regimi” - che porterà al congresso anticipato - di dare vita ad un’originale campagna di contrattazione decentrata in cui provare a recuperare, sulla base della propria piattaforma nazionale, il rapporto con la controparte e con gli altri sindacati. Ovunque possibile la Fiom stabilì di promuovere vertenze per l’approvazione, a livello aziendale, di “pre-contratti”[2] che integrassero, agli aumenti retributivi, gli aspetti normativi più cari all’organizzazione (i tetti per i contratti flessibili e la democrazia sindacale).

Le vertenze per i precontratti hanno fatto emergere una casistica assai variegata di conflitti aziendali e di micro-modelli di relazioni industriali nei luoghi di lavoro[3]. In alcuni casi, peraltro, le vertenze condussero ad accordi in tempi assai rapidi. E’ possibile leggere, in questi successi, la presenza di una divisione nel fronte datoriale con imprenditori che non sempre disposti a sposare in pieno la linea di scontro frontale adottata in quel momento da Federmeccanica sul terreno dei salari e dell’organizzazione del lavoro. Si trattava, quasi sempre, d’aziende in salute che, a fronte di una minaccia di sciopero o di blocco della produzione, per di più in una congiuntura non negativa del ciclo economico, avevano realmente qualcosa da perdere nel conflitto (Cominu e Tajani 2005).

Secondo i dati forniti dalla stessa Fiom, a novembre 2004 (un anno e mezzo dopo la firma dell’accordo separato) erano stati siglati 691 accordi su 2.326 vertenze aperte. A questi sono da aggiungere altri 320 accordi che si realizzarono su vertenze integrative (complessivamente 737) in alcuni casi avviate con piattaforme originali, in altri assorbendo le vertenze dei pre-contratti, a partire dalla primavera del 2004. Complessivamente, quindi, furono siglati 1.011 accordi aziendali coinvolgendo circa 350.000 metalmeccanici, su oltre 3.000 vertenze aperte, con quasi 800.000 metalmeccanici coinvolti.

Questi numeri, se da un lato inducono ad una globale valutazione sul successo dell’iniziativa della Fiom, dall’altro spingono ad interrogarsi sia sulle ragioni del “successo” (quali dinamiche si sono innescate nelle aziende dove l’accordo si è concluso positivamente?) sia su quelle dell’”insuccesso”, laddove la vertenza non ha avuto buon esito.

La distribuzione geografica delle vertenze, innanzi tutto, ci dice che le regioni dove furono aperte più vertenze e siglati più accordi sono, nell’ordine, Emilia Romagna (904 tra vertenze precontrattuali e integrative, per 406 accordi siglati), Lombardia (526 vertenze per 181 accordi) e Piemonte (590 vertenze per 129 accordi). In questa distribuzione appare evidente la presa dei precontratti nelle aree caratterizzate da specializzazioni produttive riferibili al comparto, ma anche di più solido radicamento sindacale. Non può sfuggire che le vertenze si conclusero più frequentemente con un accordo favorevole nel caso dell’Emilia Romagna, mentre in Piemonte, a fronte di un’ampia e diffusa vertenzialità, i casi di successo furono meno numerosi, circostanza che potrebbe essere in relazione alle conclamate difficoltà del tessuto economico di questa regione in anni in cui (siamo nel 2003-2004) la crisi della Fiat aveva raggiunto un punto che sembrava di non ritorno. Queste prime valutazioni, a loro volta, sono da porre in relazione al dato dimensionale medio delle aziende coinvolte: il rapporto tra lavoratori interessati e imprese ci dice che le vertenze si svolsero prevalentemente in  realtà di 300-400 addetti, con punte dimensionali intorno ai 1.000 addetti e situazioni di PMI minori, di 100/150 addetti. Non ci furono lotte per i precontratti, in sostanza, nelle imprese più grandi che potevano assumere valore simbolico e favorire una diffusione ancora più capillare dei conflitti. In compenso, tantissime realtà intermedie, che rappresentano la vera ossatura del capitalismo industriale del nostro paese, furono toccate dalle vertenze dei precontratti.

Secondo la già citata ricerca (Cominu e Tajani 2005), condotta in diverse realtà produttive interessate dalle vertenze, gli obiettivi delle lotte non riguardarono solo i temi trasversali posti al centro della piattaforma “modello” dei precontratti (limitazione dei livelli di flessibilità, non applicazione della legge 30, miglioramenti salariali) ma diverse furono le situazioni in cui ai temi della piattaforma se ne affiancarono altri più “locali”. Dal punto di vista dei terreni di scontro, tuttavia, tutti gli intervistati nella ricerca citata concordavano nel considerare la questione salariale d’importanza minore rispetto al valore attribuito all’organizzazione del lavoro, alla gestione degli orari, ed al controllo sui livelli di flessibilità. In particolare fu la contrattazione dell’orario plurisettimanale il capitolo sul quale si accesero gli scontri maggiori, specie nelle realtà più piccole. E’ da osservare che, nella stessa Fiat Mirafiori, ci fu un ritorno di conflitto proprio in occasione del tentativo d’applicare la metrica dei tempi di lavoro individuali nota come TMC2 (Tempi dei movimenti collegati – seconda versione), laddove gli stessi operai avevano smesso di mobilitarsi contro la progressiva chiusura di linee ed il trasferimento dei modelli in altri siti.

Combinando gli aspetti inerenti al profilo tecnologico delle produzioni considerate, la composizione socio-professionale del lavoro e le caratteristiche dei conflitti dal punto di vista delle forme di lotta adottate, le mobilitazioni del ciclo 2003-2004 lasciarono emergere due modelli di conflitto e di sottostanti relazioni industriali. Nel primo modello si riconosceva una cultura della contrattazione più tradizionale, da vertenza classica, in cui il pre-contratto è occasione per ricucire i rapporti unitari abbandonati con sofferenza dai delegati. La concertazione nel complesso era vista come un valore. Si tratta di un modello “moderato”, i cui protagonisti si trovarono quasi costretti ad agire pratiche che forzavano la routine del confronto tra parti abituate a riconoscersi reciprocamente. Tale modello fu più diffuso in realtà industriali “consolidate”, la cui composizione tecnico-professionale era medio-alta e la struttura delle qualifiche meno appiattita sui livelli bassi, come in molti casi di vertenze aperte in Lombardia[4] (Cominu e Tajani 2005).

Da quel ciclo di lotte emerse, però, anche un secondo modello, evidente laddove gli stabilimenti impiegavano numeri elevati di donne e giovani, inquadrati in strutture di professionalità meno alte. In questi stabilimenti la cultura “della professionalità”, sovente anticamera dei processi d’identificazione con l’azienda, appare poco diffusa; fu qui che più facilmente le forme di lotta tracimarono, assumendo un volto più radicale ed il tema del recupero delle relazioni sindacali unitarie venne messo in secondo piano rispetto agli obiettivi concreti della vertenza.

Allora il ragionamento sulla radicalità delle pratiche conflittuali fu strettamente connesso a quello, già citato, della democrazia e della partecipazione alle decisioni. Il tema della democrazia, che tanta parte ancora oggi assume nelle piattaforme Fiom, si configurò allora anche come forma di controllo esercitata sui mezzi adoperati per ottenere gli obiettivi. Non si trattava solo di approvare o respingere gli accordi, ma più materialmente di decidere i passaggi concreti del conflitto. È bene però notare l’ambivalenza di alcune forme conflittuali (quali i blocchi stradali, assai diffusi in concomitanza del rinnovo contrattuale del 2008 e di quest’ultimo) che già allora cominciarono a praticarsi e che nelle vertenze degli ultimi mesi hanno visto diffusione maggiore. Se da un lato questo tipo di conflitto appare più “radicale” delle forme tradizionali (come lo sciopero o i cortei interni), dall’altro segnala una difficoltà di delegati e lavoratori a portare la lotta “dentro” il proprio posto di lavoro. Quasi che il confronto/scontro “generico”, che si manifesta con una protesta in strada, sia più semplice da sostenere rispetto a quello diretto verso la controparte aziendale per la quale prevale talora una logica di “reverenza”.

Nonostante l’indubbio successo della campagna dei precontratti, la criticità maggiore di quell’esperienza consistette, a detta degli stessi dirigenti e militanti sindacali che l’hanno vissuta, nella parzialità di queste mobilitazioni, incapaci all’atto pratico di porsi come terreno generale per il rilancio da una parte, della prospettiva politico-sindacale promossa dalla Fiom, dall’altro di un ragionamento più vasto sul futuro industriale del paese. È proprio per questo che il successivo rinnovo contrattuale, firmato nel 2008, ha visto uno sforzo straordinario della Fiom - ma anche di Fim e Uilm - nel cercare la piattaforma unitaria, prima, e la firma congiunta, dopo. Ed è proprio per questo che la nuova rottura sindacale rischia di ricondurre la Fiom nelle stesse secche del 2004.

Quello del 2008 è stato un contratto raggiunto faticosamente (dopo 18 mesi di trattativa) sulla base di una piattaforma sottoposta –come richiesto dalla Fiom- al voto dei lavoratori che però non è stato in grado di superare del tutto lo strappo del 2003. Non solo perché non è apparso ben chiaro all’inizio della trattativa quale contratto si stesse rinnovando (quello del 2003 o l’ultimo contratto unitario del 1999), ciò nonostante una sentenza del Tribunale di Monza riconoscesse l’ultrattività del contratto del 1999, ma anche perché quel contratto non è riuscito a sciogliere alcuni nodi strategici, primo tra tutti quello sul voto dei lavoratori rispetto alle ipotesi di accordo. Oggi, infatti, a fronte di un nuovo accordo separato sul biennio economico, la Fiom ha richiesto che l’accordo sia validato da un referendum tra i lavoratori. È importante notare, inoltre, che parallelamente all’accordo separato di ottobre 2009, Fim e Uilm hanno richiesto la disdetta dell’accordo unitario così faticosamente raggiunto nel 2008. Per tutta risposta la Fiom ha annunciato la disdetta del “patto di solidarietà” che consentiva da divisione tra le tre sigle confederali di un terzo dei seggi nelle elezioni delle Rsu (avvantaggiando di fatto le sigle meno rappresentative rispetto alla Fiom).

L’impasse attuale dei rapporti sindacali di categoria è solo in parte confrontabile con quella vissuta nel biennio 2003-2004. Altre variabili, infatti, concorrono a rendere la situazione sensibilmente differente: tra queste la crisi economica in cui la rottura si è consumata e la maggiore gravità della divisione tra le confederazioni sindacali rispetto a quella del 2002 (Patto per l’Italia). La prima rende difficile immaginare una nuova stagione di vertenze decentrate simili ai precontratti; la seconda inserisce lo strappo della Fiom nel contesto di una riflessione strategica più ampia, che coinvolge anche altre categorie in cui si stanno discutendo i rinnovi contrattuali su piattaforme distinte. Da una parte, quindi, la situazione è tale che è difficile immaginarne un’uscita senza un accordo tra le parti sulle regole democratiche. Queste devono essere lette non solo come l’applicazione di un giusto principio di democrazia nei luoghi di lavoro, ma come una via pragmatica di risoluzione delle controversie nelle relazioni industriali. Il rischio, altrimenti, è quello di un’ulteriore frammentazione normativa che darebbe vita a regimi plurimi e a ingiustificate discriminazioni all’interno dello stesso comparto contrattuale. Dall’altra, però, mai come questa volta le problematiche dei meccanici sono inserite in un contesto confederale più ampio e non rappresentano un’ “eccezione” nel panorama delle relazioni industriali. Sulla carta ci sono tutte le premesse perché il prossimo congresso della Cgil possa affrontare congiuntamente l’impasse dei meccanici e quella confederale, cogliendo un’occasione che non ha precedenti nell’ultimo decennio. Capiremo nelle prossime settimane se il dibattito interno alla Cgil si orienterà in questa o, come pare, in altra direzione.

* Ricercatrice, Università di Milano e Camera del Lavoro Metropolitana Milano

[1] Si veda, su questa stessa rivista, l’articolo di Antonella Stirati del 1/05/09, “Contenuti e rischi dell’accordo sulla riforma della contrattazione”.
[2] Già nel termine, i “pre-contratti” alludono ad un anticipo del contratto successivo che sarebbe stato, nella speranza dell’organizzazione poi concretatasi, unitario.
[3] Si veda, in proposito, Cominu S. e Tajani C. (2005), La stagione dei precontratti, in AA.VV. “Precariopoli, parole e pratiche delle nuove lotte sul lavoro”, Manifestolibri, Roma
[4] La Lombardia, per altro, è la regione in cui si registra la maggior distanza tra retribuzioni di fatto e retribuzioni contrattuali nel settore metalmeccanico. Questo a conferma di una diffusa prassi di contrattazione salariale a livello aziendale ed individuale.

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La condizione economica dei lavoratori

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1]  ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti.  I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati  invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata,  mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it

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