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Al Consiglio europeo l’austerità resta un tabù

Pubblicato il 27 Marzo 2013 da admin

Nell’ultimo Consiglio europeo (14 e 15 marzo 2013), a parte le dichiarazioni di principio sulla necessità di favorire la crescita e l’occupazione, non è stato compiuto nessun passo avanti sostanziale sul terreno della revisione dei rigidi vincoli di bilancio e di finanza pubblica imposti agli Stati membri dal Patto di stabilità. Nella sostanza è stata confermata la linea del rigore sostenuta dai paesi nordici e, segnatamente dai tedeschi, che sul capitolo del consolidamento dei conti pubblici hanno letteralmente puntato i piedi.

La cronaca dei due giorni riferisce di uno scontro tra francesi e tedeschi sul tema dell’austerità, con i primi a sostenere che c’è un “rischio di rigetto dell’Europa in quanto tale” se il risanamento procede “troppo in fretta” ed i secondi a ribadire che l’obiettivo del pareggio di bilancio “non è in contraddizione ma deve essere visto come interdipendente con la crescita“.

A dire il vero nessuna delle due posizioni ha espresso una consapevolezza piena delle difficoltà in cui versano le varie economie nazionali. Ed anche l’atteggiamento dei francesi è apparso del tutto ingabbiato nella logica rigorista assurta a filosofia dominante in ambito Ue. Alla fine a spuntarla è stata però la Cancelliera tedesca, com’è facilmente desumibile da un confronto tra le sue dichiarazioni rese nel corso del vertice e le conclusioni dello stesso trasfuse nel documento ufficiale. Molto chiaro, da questo punto di vista, il punto 3  delle Conclusioni del Consiglio, che tutte le delegazioni hanno sottoscritto: “Nel percorso verso bilanci strutturalmente in pareggio si stanno compiendo progressi sostanziali che devono continuare. Il Consiglio europeo sottolinea in particolare la necessità di un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita, ricordando nel contempo le possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti del patto di stabilità e crescita e del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance”.[1] Cosa dice questo punto? Che la disciplina del Fiscal Compact sul pareggio di bilancio rimane in piedi e continuerà  a guidare le scelte di finanza pubblica dei paesi membri. E che solo nell’ambito dei vincoli previsti dallo stesso, e dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), si potranno concepire misure dirette a favorire la crescita dell’economia e dell’occupazione. Come a dire: vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca! Da un certo punto di vista queste conclusioni rappresentano un vero passo indietro, perché ripropongono una visione “espansiva” dell’austerità che è stata clamorosamente smentita dalla realtà di questi anni. Cosa significa d’altro canto l’espressione “possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti” se non la riproposizione dello schema secondo il quale le politiche di bilancio restrittive possono costituire delle leve per lo sviluppo dell’economia?

Diciamolo chiaramente: i governanti di questa Europa assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, disinvolti, festanti, su una nave prossima ad inabissarsi. Eppure di segnali preoccupanti in giro per l’Europa ce ne sono tanti, dalla Grecia alla Spagna, passando per la Slovenia, il Portogallo, l’Ungheria, la stessa Italia. Paesi dove la grave crisi economica, indotta dalle misure di austerità, si sta sempre più impastando a una vistosa crisi politica e a una pericolosa deriva della democrazia. Populismo, sfiducia nelle istituzioni, antipolitica, punteggiano sinistramente il panorama politico europeo, mentre masse sempre più grandi sono tagliate fuori dal benessere e risucchiate dal vortice della povertà. Questo il contesto. Ma  i 27 capi di Stato e di governo  che si sono incontrati a Bruxelles dal 14 al 15 marzo scorso hanno ragionato come se di fronte avessero una situazione di relativa “normalità”.

Una dimostrazione è venuta anche dalla posizione espressa da Mario Monti, che è arrivato al vertice in rappresentanza (Si fa per dire) di una Italia sbrindellata, smarrita, in profonda crisi, sia economica che politica. In sostanza il nostro Presidente del Consiglio ha chiesto, e ottenuto, che il paese possa ricominciare a spendere denaro pubblico per investimenti, a condizione che il deficit strutturale di bilancio si mantenga in un range compreso tra il pareggio e il 3% del Pil. La montagna ha partorito il topolino, verrebbe subito da dire. Intanto perché non è ancora chiara la tipologia degli investimenti produttivi che potrebbero essere scomputati dal calcolo del deficit pubblico e le modalità con cui si andranno a definire le procedure di scorporo saranno stabilite soltanto nei prossimi mesi, in seguito a negoziati con la Commissione, e tra gli Stati membri, che non si annunciano né facili né scontati. Per l’Italia, nondimeno, gioca sfavorevolmente anche l’assenza di una chiara prospettiva di governo, essendo previsto per il prossimo mese di aprile l’avvio dei negoziati, dopo l’approvazione da parte del parlamento del Programma Nazionale di Riforme (PNR) previsto dal Six pack, il pacchetto di regolamenti varato nel 2011 per rafforzare la governance europea in tema di bilanci pubblici.

Poi c’è il merito della questione, che sta racchiuso in questa frase dello stesso Monti:  “Il rigore fiscale resta la priorità”. Certo, perché l’obiettivo del pareggio di bilancio, con quello che ne discende in termini di tagli alla spesa e misure di austerità, rimane praticamente in piedi.

A proposito della tipologia di investimenti da scorporare dal calcolo del deficit si parla, ad esempio, della quota di cofinanziamento dei fondi strutturali europei e dei crediti delle imprese verso le amministrazioni pubbliche. Bene. Ma se non si mette in discussione il folle obiettivo contenuto nel Trattato di Stabilità di ridurre di un ventesimo all’anno la quota del debito che eccede il 60% del Pil, che per l’Italia significherebbe rastrellare circa 50 miliardi all’anno tra tagli alla spesa e nuove tasse, l’effetto sull’economia delle risorse “liberate” verrebbe ad essere immediatamente annullato, neutralizzato, dalle parallele misure di rigore atte a conseguirlo. Delle due l’una: o si applica una moratoria all’abbattimento del debito (c’è chi ha proposto una sua stabilizzazione[2]) e, quindi, si liberano davvero risorse per rilanciare l’economia oppure ogni misura per la crescita sarà solo un palliativo, se non un buco nell’acqua vero e proprio.

L’Europa unita è un vascello in piena tempesta, non comprendere che è arrivato il momento di cambiare a questo punto potrebbe essere davvero un errore esiziale.

[1] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013).
[2] Stabilizzare il debito per arginare l’austerità, di Riccardo Realfonzo, in Economia e Politica, 07.03.2013

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Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili

Pubblicato il 26 Dicembre 2011 da admin

(AGI) - Roma, 26 dic. - “Crescita e rigore, cioe’ austerita’, sono inconciliabili”. E’ il grido d’allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell’Universita’ del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all’Universita’ Roma Tre, che sulla rivista online “Economia e politica” contestano le certezze del premier Monti e della sua “manovra di ‘risanamento’ aspramente restrittiva”, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.
“L’origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita’ non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese”. Allora, a livello europeo “l’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e’ una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu’ grande di quello cinese”, ma “porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita’ per rilanciare l’economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti”.
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, “sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza”, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo’ cosi’ essere sintetizzata: “Far pagare le tasse a chi puo’ e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’e’ invece una emergenza pensioni”. Insomma, “l’equita’ va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno”, ma anche qui occorre fare attenzione: “La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l’attivita’ produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche’ non c’e’ mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo”. (AGI) Cav

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Cronache dalla crisi

Pubblicato il 24 Agosto 2010 da admin

Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sull’andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.

1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti in primis, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.

2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato Juliusturm, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.

3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, Alan Blinder ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci.  E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole Peterson Institute for International Economics che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.

4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” - un mantra che era del PCI dei vecchi tempi - come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si  rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota Lettera degli economisti. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.

[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.

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