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Le ragioni del referendum contro il Fiscal Compact

Posted on 12 giugno 2014 by admin

logo referendum austerita2Il rispetto del Fiscal Compact – il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’unione economica e monetaria, sottoscritto nel 2012 – costringerebbe il governo italiano a praticare ulteriori drastiche politiche di austerità, per i prossimi due decenni. Si tratta di impegni che tecnicamente non possono essere rispettati, a meno di volere trascinare il Paese in una prolungata recessione dagli effetti sociali devastanti. Per questa ragione, è bene che gli italiani si esprimano sul referendum che abbiamo proposto, respingendo un approccio di finanza pubblica pesantemente restrittivo che non ha alcuna giustificazione tecnico-scientifica. Il referendum ha per oggetto aspetti specifici della legge 243 del 2013, la quale dà attuazione al principio del pareggio di bilancio recentemente introdotto nella Costituzione (con la legge costituzionale n. 1 del 2012). Tuttavia, il significato politico del referendum è molto chiaro: si tratta di chiedere ai cittadini di esprimersi finalmente sull’intero sentiero di austerità previsto dal Fiscal Compact.

Per inquadrare la questione, è opportuno sottolineare che le politiche di taglio della spesa pubblica e incremento della pressione fiscale hanno già avuto effetti devastanti nell’eurozona.

A riguardo è sufficiente concentrare l’attenzione sui risultati dell’operare dei vincoli europei sul deficit e sul debito all’indomani della crisi scoppiata alla fine del 2007. La risposta del tutto inadeguata alla crisi ha portato nell’eurozona a una crescita del numero dei disoccupati da 11,6 ad oltre 19 milioni di fine 2013 (con un incremento che sfiora il 65%) e il pil ancora oggi risulta di 1,5 punti inferiore al livello raggiunto nel 2007 (dati Commissione Europea, a prezzi costanti). In Italia, a causa della risposta sbagliata alla crisi, il pil resta oggi a un livello del 9% più basso rispetto allo scoppio della crisi e la disoccupazione è più che raddoppiata, passando da 1,5 a 3,1 milioni. Viceversa, negli USA, dove il Presidente Obama ha varato il Recovery Act, stanziando risorse per circa 800 miliardi di dollari, la crisi ormai è un ricordo lontano e l’economia ha ripreso una crescita solida.

Le ulteriori dosi di austerità previste dal Fiscal Compact riguardano l’equilibrio strutturale del bilancio e l’abbattimento del debito pubblico alla soglia ritenuta ottimale del 60% del rapporto tra debito e pil. Vediamo quali sarebbero le conseguenze di queste politiche.

Cominciamo con l’obbligo relativo al debito pubblico. Secondo il Fiscal Compact, il debito dovrebbe essere ridotto ogni anno di un ventesimo della differenza tra il rapporto debito pil registrato dal Paese considerato e il valore obiettivo del 60%. Cosa dovrebbe fare l’Italia per soddisfare questo impegno? Dovrebbe continuare con il mettere in fila avanzi primari, e cioè anno dopo anno registrare un eccesso della raccolta fiscale rispetto alla spesa pubblica destinata a produrre merci e servizi (con esclusione quindi degli interessi sul debito).

Per capire quale sia la strada indicata dal Fiscal Compact occorre ricordare che secondo la condizione di sostenibilità delle finanze pubbliche, dato un certo obiettivo del rapporto tra debito e pil, l’avanzo primario necessario a conseguirlo dipende dalla differenza tra due grandezze estremamente importanti: il costo medio del debito pubblico (cioè il tasso di interesse che mediamente lo Stato paga ai possessori dei titoli del debito pubblico) e il tasso di crescita del pil nominale (cioè la velocità a cui cresce il prodotto interno lordo ai prezzi correnti, includendo cioè l’inflazione)[1].

A questo punto, prendiamo come riferimento il Documento di Economia e Finanza (DEF) varato nell’aprile scorso dal governo Renzi. Il DEF assume le seguenti previsioni sul Pil reale e nominale del Paese:

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Riguardo al costo medio del debito e al valore complessivo del rapporto tra debito pubblico e pil, nel DEF si assumono i seguenti valori:

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Da questi dati si può agevolmente desumere che il DEF giunge alla determinazione di un differenziale positivo tra costo del debito e crescita nominale[2]. In particolare, il differenziale risulterebbe essere superiore a un punto nel 2014, per poi ridursi a circa mezzo punto nei due anni successivi:

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Alla luce del quadro descritto nel DEF e assumendo per gli anni successivi al 2018 la conferma del medesimo differenziale tra costo medio del debito e crescita del pil nominale assunto dal governo per il 2018, il quadro programmatico macroeconomico e di finanza pubblica previsto dal governo risulterebbe il seguente:

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Si tratta di un quadro che condurrebbe ad abbattere il debito pubblico di circa 15 punti, al 120,5% del Pil, a fine legislatura (2018) e porterebbe il debito pubblico sotto il 60% del Pil in 20 anni (nel 2034 si arriverebbe a un rapporto tra debito e pil del 57%). Come si osserva, quindi, il DEF prevede di cogliere l’obiettivo dell’abbattimento del debito al 60% in 20 anni ed anche di realizzare il pareggio di bilancio in termini strutturali (al netto cioè delle variazioni cicliche), secondo quanto previsto dalla disciplina del Fiscal Compact (l’obiettivo sarebbe conseguito nel 2016).

Sulla assurdità del principio del pareggio, qui mi limito a ricordare che quando negli USA, nel 2011, la destra repubblicana spinse per introdurre nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio, cinque premi Nobel e altri autorevoli economisti scrissero a Obama. Spiegarono che “inserire un tetto alla spesa pubblica peggiorerebbe le cose” e “chiudere il bilancio in pareggio aggraverebbe le recessioni”. Il pareggio di bilancio è dunque una “pericolosa camicia di forza” che “impedirebbe al governo di ricorrere al credito” quando ce n’è bisogno e “favorirebbe dubbie manovre finanziarie, quali la vendita di beni pubblici”. Obama ascoltò l’allarme dei Nobel e si guardò bene dall’inserire il pareggio in Costituzione. In Italia, invece, abbiamo zelantemente recepito il principio e inseguiamo da anni con pervicace coerenza questo fantomatico obiettivo di “sana finanza pubblica”[3].

A questo punto, per comprendere a fondo quali possano essere gli effetti deleteri della politica di abbattimento del debito prevista dal Fiscal Compact, effettuiamo un confronto tra questa linea di austerità e una politica economica alternativa, qui considerata unicamente come esempio di riferimento, consistente nello stabilizzare il rapporto tra debito e pil al valore previsto alla fine del 2014. A questo scopo, utilizziamo ancora i dati del governo con riferimento alla crescita nominale del pil e al costo medio del debito pubblico. Viene fuori il seguente scenario:

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Si osserva che gli avanzi primari – lo ricordiamo: gli eccessi della raccolta fiscale sulla spesa pubblica di scopo – sarebbero molto più contenuti e scenderebbero dall’1,7% del 2015 ad appena lo 0,79% dal 2018 in poi. È utile sottolineare la differenza tra i gravosissimi avanzi primari richiesti per rispettare il Fiscal Compact e quelli sufficienti a stabilizzare il debito rispetto al pil:

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La differenza tra le due politiche è estremamente significativa. Già il prossimo anno una semplice politica di stabilizzazione consentirebbe di avere maggiori risorse a disposizione, per riduzioni di tasse e aumenti di spesa pubblica, per 26 miliardi. Una maggiore disponibilità di risorse che nel 2018, anno finale della legislatura, raggiungerebbe i 77 miliardi di euro. Si noti che l’avanzo primario che il Fiscal Compact imporrebbe alla luce delle ipotesi governative nel 2018 raggiungerebbe la cifra stratosferica di 90 miliardi di euro[4].

Il confronto con tra i gravissimi sacrifici richiesti dal Fiscal Compact e una “semplice” politica di stabilizzazione del debito fanno comprendere quanto sia assurdo imboccare la strada dell’abbattimento del debito a tappe forzate che l’Europa tecnocratica ci chiede.

Ma la strada del Fiscal Compact mostra la sua assoluta insostenibilità alla luce di alcune ulteriori considerazioni. Lo studio sopra riportato assume infatti i valori delle ipotesi governative come se, effettivamente, fosse possibile inanellare una serie di avanzi primari del 5% ed avere al tempo stesso una crescita reale dell’economia intorno al 2% (come assume il DEF). In realtà sappiamo ormai molto bene che ciò è impossibile. Il fallimento della dottrina dell’austerità espansiva – secondo cui le politiche di austerità favoriscono la crescita – è ormai stato confermato dai fatti, oltre che dalla teoria macroeconomica. E, come ha riconosciuto anche Olivier Blanchard, l’autorevole capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale, l’austerità riduce drasticamente la crescita. Insomma, se davvero provassimo a fissare avanzi primari dell’ordine del 5%, ciò farebbe crollare il pil, determinerebbe una riduzione delle entrate fiscali e porterebbe ad una ulteriore crescita (non a un decremento) del rapporto tra debito e pil. D’altra parte, si tratta dello scenario cui abbiamo già assistito in questi anni. E poi: in che modo potremmo accumulare avanzi primari di quel valore? Gli analisti dovrebbero sapere bene che le politiche di austerità di questi anni hanno già drasticamente ridimensionato la quota della spesa pubblica sul pil (-6% rispetto al 1990) e hanno portato la spesa pubblica per cittadino in termini reali a livelli molto inferiori alla media dell’eurozona[5].

Insomma, il Fiscal Compact disegna un sentiero impercorribile all’insegna della più ottusa austerità. Un sentiero semplicemente non percorribile. È indispensabile che l’Italia e l’Europa abbandonino al più presto questo percorso. Auguriamoci che il referendum contro il Fiscal Compact possa dare un contributo incisivo in questa direzione.

  *Membro del Comitato promotore del referendum contro il Fiscal Compact Università del Sannio

[1] Se infatti indichiamo con Y il pil nominale (cioè il valore della produzione annua di merci e servizi, a prezzi correnti), con B il valore complessivo del debito pubblico, con g il tasso di crescita del Pil nominale (g = DY/Y), con r il costo medio del debito pubblico, con G la spesa pubblica, con T il prelievo fiscale, con DB il deficit pubblico annuale (la variazione del debito necessaria a coprire l’eccesso annuo di uscite sulle entrate fiscali dello Stato, per cui DB = G – T + rB) dove G è la spesa pubblica primaria, T le entrate fiscali, si ha che il rapporto debito/pil risulta costante quando:

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Da cui, con opportune sostituzioni, si ottiene la condizione di sostenibilità delle finanze pubbliche:

realf f2

In questa equazione il termine (T – G)/Y rappresenta l’unico avanzo primario – ossia l’eccesso di entrate fiscali sulla spesa primaria (la spesa esclusi gli interessi sul debito) – compatibile con un rapporto debito/Pil costante. Questa condizione può essere interpretata secondo due criteri, equivalenti dal punto di vista della logica economica ma assolutamente diversi sul piano delle implicazioni politiche. Il primo criterio è quello che mira all’abbattimento del debito: esso infatti verte sulla fissazione politica di un dato livello dell’avanzo primario e sulla determinazione conseguente del rapporto debito/Pil al quale il sistema tenderà a convergere. Il secondo criterio punta invece alla mera stabilizzazione del debito: esso si basa sulla fissazione del rapporto debito/Pil ai livelli correnti, e sulla determinazione dell’avanzo primario necessario a mantenere costante quel rapporto.
[2] Per quanto attiene alle previsioni per il 2014, è ormai chiaro che la previsione del governo è ottimistica. La Commissione Europea e l’OCSE hanno effettuato una previsione di crescita dello 0,6 per il 2014 e inoltre l’Istat ha già registrato una riduzione del pil nel primo trimestre 2014 pari a -0,1%. Vi è al tempo stesso da osservare che successivamente alla pubblicazione del DEF si è assistito a una significativa contrazione dello spread rispetto ai titoli del debito pubblico tedeschi e ciò incide favorevolmente sul costo medio del debito, sia pure parzialmente e lentamente in considerazione della struttura per scadenza e del regime dei tassi del debito italiano.
[3] Per ulteriori considerazioni rinvio al mio “Il pareggio è un abbaglio”, L’Unità, 18 aprile 2014.
[4] Queste cifre si situano ben al di sopra dell’ipotetico vantaggio a lunghissima scadenza che si dovrebbero ottenere una volta completato l’abbattimento del debito, dopo un ventennio circa di restrizioni.
[5] A riguardo la tabella di seguito è molto eloquente:

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Fonte Eurostat. Dati a parità di potere d’acquisto (PPP).
La tabella è tratta dallo studio di Stefano Perri e mio “Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta”, economiaepolitica.it, 1 aprile 2014.

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Quella incostituzionale liberalizzazione del contratto a termine

Posted on 08 aprile 2014 by admin

Il contratto a termine è di nuovo al centro della scena. Infatti, anche la prima fase del Jobs Act del nuovo Governo (il decreto legge n. 34 del 2014) punta su questo tipo contrattuale, quasi che, attraverso la sua continua revisione, si possano risolvere tutti i problemi occupazionali. A ben vedere – al di là delle molteplici e argomentate perplessità sugli impatti occupazionali del lavoro flessibile[1], e quindi pure dei contratti a termine – c’è un piano del discorso di grande attualità sul quale è bene concentrare l’attenzione: la sostanziale identità funzionale tra “termine” e “licenziamento”, dalla quale occorre partire per avere piena consapevolezza dell’importanza delle questioni in gioco.

Fermo restando la differenza formale e strutturale, “termine” e “licenziamento” appaiono, nei fatti, strumenti di adeguamento delle dimensioni dell’organico alle mutevoli esigenze organizzativo-produttive. Entrambi assumono maggiore rilievo nelle fasi in cui le imprese devono affrontare congiunture economiche difficili e mercati particolarmente mutevoli. Al contempo non può dimenticarsi che il potere libero (cioè privo di limitazioni) del datore di estinguere il rapporto di lavoro, attraverso vuoi il licenziamento vuoi la (precedente) apposizione del termine, rende vana ogni altra tutela per il lavoratore, intaccandone – si badi – la libertà e la dignità: da questo punto di vista, la stabilità del rapporto di lavoro costituisce l’architrave del sistema giuridico di protezione del lavoro subordinato.

Nell’evoluzione ordinamentale, se la disciplina del licenziamento, a partire dagli anni ‘60/’70 (soprattutto con la famosa tutela reale: l’articolo 18, per intenderci), si è fatta sempre più vincolante per le imprese, l’apposizione del termine al contratto di lavoro, a mo’ di compensazione, ha via via visto maggiori aperture. Tuttavia, nella disciplina del contratto a termine si è sempre mantenuto un punto ben fermo: la necessità di una “causale”, ovvero di una motivazione, che giustificasse e legittimasse l’apposizione del termine al contratto[2]. E’ con il Governo Monti, precisamente con la cd. Riforma Fornero, che il quadro muta. In questa versione, il contratto a termine a-causale è corredato da due limiti: la previsione di un primo ed esclusivo rapporto di durata non superiore a dodici mesi e il divieto di proroga. Dopo la parentesi del Governo Letta – per quanto qui interessa, priva di interesse -, il Governo Renzi pare proprio intenzionato a proseguire con decisione sulla strada della a-causalità, aumentando sensibilmente le perplessità già generate dalla Riforma Fornero.

Il decreto 34 consente alle imprese, nell’arco temporale di 36 mesi, di assumere a termine senza alcuna motivazione; e il contratto, nei limiti dello stesso arco temporale, potrà essere prorogato non per una sola volta, bensì per ben 8 volte (e a poco servirebbe ridurre la durata complessiva del contratto o il numero di proroghe consentite, come pare si voglia fare nel rimettere mano al decreto in sede di conversione). Unico vincolo è il rispetto della clausola di contingentamento, fissata nel 20% dell’organico aziendale. Insomma, nell’ambito di tale percentuale – non semplice da calcolare, quasi il doppio di quella già indicata dai contratti collettivi[3] e dalla quale restano comunque fuori una serie di ipotesi e di lavoratori, si pensi ad esempio agli ultra 55enni -, il datore di lavoro potrà scegliere indifferentemente se stipulare contratti a termine o a tempo indeterminato, con buona pace dell’interesse dei lavoratori alla stabilità del rapporto (almeno di quelli che rientrano in quella percentuale!). In un sol colpo, si torna indietro di decenni!

Dinanzi a tale scenario, mi limiterò a proporre due considerazioni.

La prima, di carattere per così dire giuridico-fattuale, discende dal forte squilibrio contrattuale determinato dalle novità descritte. La nuova normativa consente al datore di lavoro di assumere un lavoratore con contratti di durata molto breve e prorogabili ad intervalli più o meno regolari (si pensi al caso di un lavoratore assunto con un contratto di 5 mesi a cui, nel rispetto del limite di 36 mesi e delle 8 proroghe, quel contratto potrebbe essere prorogato circa ogni 4 mesi). Bene, v’è da pensare che, anche qualora il lavoratore ritenesse di subire ingiustamente trattamenti inferiori rispetto ai colleghi assunti a tempo indeterminato, molto difficilmente si attiverebbe per rivendicare i propri diritti. In barba al rispetto del principio di non discriminazione, che – giova ricordarlo – è ampiamente ribadito proprio nella normativa sul lavoro a termine tanto dal nostro ordinamento quanto da quello dell’Unione europea.

La seconda considerazione è di tipo giuridico-sistematico. Se già le ultime riforme sul contratto a-causale potevano sollevare dubbi di legittimità costituzionale, proprio per la stretta correlazione funzionale tra licenziamento e termine di cui dapprima di diceva, oggi quei dubbi si traducono in certezze[4]. Cerco di spiegarmi meglio. Grazie alla preziosa opera della Consulta, è possibile rinvenire l’esistenza di un principio costituzionale contro i licenziamenti individuali arbitrari che li rende legittimi solo se basati su una valida motivazione, principio oggi esplicitamente espresso anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE (art. 30). Tutto ciò, a mio avviso, comporta necessariamente l’individuazione di un corrispondente principio anche per quanto concerne l’apposizione del termine al contratto di lavoro. Se così non fosse, la portata del divieto del licenziamento arbitrario risulterebbe svuotato. Più esplicitamente, si può dire che la stipulazione dei contratti a termine non dovrebbe mai essere libera: altrimenti sarebbe sufficiente per il datore di lavoro “scegliere” di stipulare tanti contratti a tempo determinato – verosimilmente a breve scadenza, ipotesi verso cui, oggi, il Jobs Act sembra proprio spingere – per aggirare, con l’automatica cessazione del rapporto allo spirare del termine, il rispetto del principio che impone una giustificazione al licenziamento. A nulla gioverebbe chiamare in ballo le pure nette differenze giuridiche tra il licenziamento e il termine: l’osservazione, condivisibile sul piano strettamente tecnico-formale, peccherebbe di astrazione, finendo per perdere di vista il peso che, in concreto, tanto l’uno quanto l’altro assumono nel complessivo equilibrio delle posizioni delle parti contrattuali.

Sicché, per l’apposizione del termine al contratto devono essere previste regole coerenti con quelle dettate per i licenziamenti al fine anzitutto di non rendere ineffettive queste ultime. Ed allora, se per i licenziamenti la regola è quella della giustificatezza (oggettiva o soggettiva) – eloquentemente non toccata dalla riforma Fornero -, la medesima regola deve presiedere anche alla disciplina del contratto a termine. In questo caso la giustificazione necessariamente precede (e non segue) la stipulazione del contratto, legittimandone poi l’estinzione. Una giustificazione che, quindi, non potendo, per ovvi motivi, riguardare comportamenti del lavoratore, deve essere ricondotta a un’esigenza organizzativa inevitabilmente diversa da quella per la quale si stipula un contratto a tempo indeterminato.

In conclusione, nel nostro ordinamento giuridico la tutela del lavoratore alla stabilità del rapporto di lavoro non può che tradursi anche nel limite alla stipulazione di un contratto a termine attraverso una causale organizzativa. Il legislatore è tenuto ad osservare questa regola. Ha, per converso, il potere di decidere come congegnarla: tramite ipotesi tassative da lui stesso individuate; mediante il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali; attraverso una norma generale. Tutte tecniche ampiamente utilizzate nel tempo. Altro non pare consentito. In caso contrario ad essere drasticamente ridotto, più che il livello dei tassi di disoccupazione (tutto da dimostrare), sarà (questa è una certezza) il livello di tutele e la dignità dei lavoratori.

 

*Docente di diritto del lavoro nell’Università del Sannio

 

[1] Al riguardo si vedano: Leon P. e Realfonzo R., L’economia della precarietà, Manifestolibri, 2008; Brancaccio E., Anti- Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, FrancoAngeli, 2012; Speziale V., La riforma del licenziamento individuale tra diritto ed economia, in Rivista italiana di diritto del lavoro, 2012, I, p. 523 ss; Zoppoli L., Flex/insecurity. La riforma Fornero (l. 28 giugno 2012, n. 92) prima, durante e dopo, Editoriale Scientifica, 2012; Gallino L., Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario, Laterza, 2014.
[2] Sull’evoluzione della disciplina del lavoro a termine, v. da ultimo: Franza G., Il lavoro a termine nell’evoluzione dell’ordinamento, Giuffré 2010; Menghini L., L’apposizione del termine, in Persiani M., Carinci F. (diretto da), Trattato di diritto del lavoro, Cedam, 2012, vol. IV, p. 212 ss.
[3] In proposito cfr.: Alleva P., Precari per decreto e per sempre e Mariucci L., Decreto lavoro e Jobs act: contraddizioni da sanare, entrambi in www.dirittisocialiecittadinanza.org.
[4] Sviluppo la riflessione attinente al parallelo tra “termine” e licenziamento” per valutarne le molteplici implicazioni giuridiche su diversi piani, in Saracini P., Contratto a termine e stabilità del lavoro, Editoriale Scientifica, 2013.

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Quando l’Italia voleva sconfiggere la disoccupazione

Posted on 17 dicembre 2013 by admin

Può sembrare strano, ma nel corso del Novecento, in alcuni circostanze particolari, l’Italia ha saputo porsi in una posizione tutt’altro che di retroguardia nella sperimentazione di nuove forme di contrasto alla disoccupazione. Penso in particolare a tre momenti, corrispondenti ad alcuni anni della prima metà del secolo scorso: il 1906, il 1919 e il biennio 1946-1947.

A Milano, nell’ottobre del 1906, si tenne il primo congresso internazionale per la lotta contro la disoccupazione. Si trattò di una novità assoluta. Il consesso internazionale, organizzato dalla Società Umanitaria (ente filantropico nato nel 1893) aveva l’obiettivo di favorire la sinergia fra diversi specialisti della materia e di predisporre strumenti di contrasto al fenomeno. Fu un evento spartiacque, perché all’inizio del Novecento, in Italia come altrove, l’idea che la disoccupazione fosse un fenomeno involontario e non il frutto di una scarsa propensione al lavoro era ancora un’acquisizione recente e precaria. Per tutta la prima fase della storia del capitalismo il problema dei senza lavoro, sconfinando nel più ampio tema del pauperismo, non era percepito come un fenomeno degno di particolare attenzione e di cui la collettività e i pubblici poteri dovessero farsi pienamente carico. Lo dimostra anche l’evoluzione della lingua, dal momento che fino a buona parte dell’Ottocento il termine “disoccupato”, tradizionalmente usato in contesti estranei rispetto a quello dell’economia politica, poteva anche assumere il significato di “ozioso” o “nullafacente”.[1]

Nel 1919, in seguito agli sconvolgimenti e ai traumi della Grande guerra, in un contesto sociale ed economico caratterizzato da un brusco aumento delle file dei senza lavoro (ancora in gran parte lavoratori agricoli, di ritorno dal fronte), l’Italia fu il primo paese occidentale a varare una legge per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione rivolta a una larga platea di soggetti. È vero che il Regno Unito aveva già introdotto, nel 1911, un analogo schema assicurativo; si trattava però di un esperimento che riguardava solo limitate categorie di lavoratori. La legge italiana del 1919 prevedeva una tutela per tutti i lavoratori (di entrambi i sessi) fra i 15 e i 65 anni, inclusi i contadini, gli operai e gli impiegati, con la sola eccezione dei pubblici dipendenti, dei lavoratori a domicilio e degli addetti ai servizi domestici. Si trattava di una legge ambiziosa, figlia degli assetti corporativi sorti duranti il conflitto, e nata nel clima di montante conflittualità sociale del primo dopoguerra. Sebbene con la normativa del 1919 il nostro Paese avesse per molti versi anticipato alcune delle indicazioni dell’International Labour Office, in questo caso il primato dell’Italia si rivelò effimero. La legge del 1919 rimase in molti casi inapplicata, specie nei contesti rurali, probabilmente anche a causa della generale arretratezza del tessuto economico e della radicalizzazione dello scontro di classe. Nel 1923, a un anno dalla marcia su Roma, sarebbe stato il governo fascista a smantellare definitivamente la normativa sulla previdenza, riorganizzandola poi, negli anni seguenti, all’interno della cornice della politica economica corporativa. Durante il ventennio fascista, in un contesto politico favorevole all’aumento delle nascite e al mantenimento di bassi salari, la lotta alla disoccupazione di fatto non fu niente di più che un slogan propagandistico.[2]

Dopo il disastro della seconda guerra mondiale, in un’Italia dove le schiere di disoccupati si contavano a milioni, una classe politica di alto profilo seppe rifondare attorno al diritto al lavoro l’intero ordinamento giuridico del Paese. Tra il 1946 e il 1947 l’attività dell’Assemblea costituente fu un momento alto di elaborazione programmatica, in cui il contrasto alla disoccupazione venne interpretato come cardine della costruzione della democrazia. Il contributo dei comunisti, e di Palmiro Togliatti in particolare, fu decisivo al riguardo. Soltanto guardando al superamento delle forme capitalistiche della produzione era possibile concepire un’Italia realmente “fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione), in cui “la Repubblica riconosce[sse] a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove[sse] le condizioni [in grado di rendere] effettivo questo diritto” (art. 4).[3] L’apporto innovativo della componente più avanzata dell’Assemblea costituente si evince con chiarezza dalle parole usate da Togliatti nella sua proposta iniziale dell’articolo citato. Il secondo comma così recitava: “allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini lo Stato interverrà per coordinare e dirigere l’attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione secondo un piano che dia il massimo rendimento per la collettività”.[4] Fu questa ispirazione, di marca schiettamente collettivista, ad aver fatto (e a fare tuttora) della Costituzione repubblicana del 1948 un modello insuperato per lo Stato sociale democratico, in cui il contrasto alla disoccupazione trova il più alto riconoscimento fra i principi supremi dell’ordinamento giuridico.[5]

Le epoche sin qui richiamate – l’età giolittiana, il primo e il secondo dopoguerra – oltre a essere diverse fra loro sono anche lontane dalle circostanze politiche, sociali ed economiche di oggi. Nonostante ciò, volgere lo sguardo all’indietro, a questi tre momenti della storia italiana del Novecento, non è un esercizio puramente accademico: serve invece a mostrare che la disoccupazione, come tutti i fenomeni sociali, è un prodotto storico, e come tale si trasforma non solo nelle sue dinamiche reali, ma anche nelle forme della sua rappresentazione e negli strumenti pensati per contrastarlo. Perché un tema come quello della disoccupazione sia posto al centro del dibattito pubblico è determinante l’esistenza di un’organizzazione dei lavoratori e di una volontà politica in grado di imporre il tema all’ordine del giorno e di proporre validi strumenti di contrasto. Se in Europa l’Italia vorrà di nuovo tentare di dare un contributo alla lotta alla disoccupazione dovrà iniziare un cammino che preveda la consapevolezza dei passi già compiuti in passato, e che non rinneghi i momenti più alti della propria storia, come l’elaborazione dei principi costituzionali.

*Università degli Studi Roma Tre

[1] A questa prima fase della storia della disoccupazione in Italia è dedicata la mia ricerca di dottorato: M. Alberti, La “scoperta” dei disoccupati. Alle origini dell’indagine statistica sulla disoccupazione nell’Italia liberale (1893-1915), Firenze University Press, Firenze 2013.
[2] Cfr. S. Musso, Le regole e l’elusione. Il governo del mercato del lavoro nell’industrializzazione italiana (1888-2003), Rosenberg & Sellier, Torino 2004, pp. 171-273; G. Gozzini, Le politiche di welfare per l’industria, in Storia d’Italia. Annali, 15, L’industria, Einaudi, Torino 1999, pp. 1188-1197.
[3] Cfr. da ultimo le riflessioni di G. Zagrebelsky, Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1, Einaudi, Torino 2013.
[4] P. Togliatti, Discorsi alla Costituente, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 37.
[5] Costantino Mortati, in occasione della prima inchiesta parlamentare sulla disoccupazione, affermò che il principio costituzionale del diritto al lavoro implica l’obbligo giuridico dello Stato di porre in essere politiche economiche finalizzate al raggiungimento della piena occupazione. “Il diritto al lavoro presuppone la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica, in Commissione parlamentare di inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, vol. IV, tomo 1, Camera dei Deputati, Roma 1953, pp. 85-86).

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La gestione pubblica dell’acqua dopo la sentenza della Corte costituzionale

Posted on 13 dicembre 2010 by admin

1. La Corte dichiara legittimo un articolo di cui un milione e quattrocentomila cittadini chiedono l’abrogazione

È di pochi giorni fa la pubblicazione della sentenza n. 325 del 2010 della Corte Costituzionale che ha deciso su una pluralità di ricorsi regionali contro l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, così come modificato dal cd. decreto Ronchi (art. 15 del d.l. 135 del 2009, convertito in legge n. 166 del 2009).

Non v’è dubbio che la Corte costituzionale con questa sentenza abbia difeso il vecchio, ossia il processo di privatizzazione che è stato intrapreso dall’ordinamento italiano a partire dal 1990. La corte non ha tenuto in nessun conto il nuovo vento antiliberista che soffia nel Paese (ma non solo, come dimostrato dall’esempio del comune di Parigi) e che ha portato alla raccolta di ben 1.400.000 per l’abrogazione della citata normativa, la stessa che era contestata dalle regioni. Certo, si potrebbe correttamente obiettare che un organo di garanzia deve essere immune dalle pressioni politiche. Ed è certamente vero, anche se, occorre dire, in altri casi, si pensi alla decisione del 1993 sull’ammissibilità dei referendum elettorali, la Corte si comportò diversamente, modificando la propria giurisprudenza proprio per andare incontro alla richiesta di cambiamento che proveniva dal Paese. Ma questa volta questo non è avvenuto.

Dal punto di vista giuridico, la sentenza può essere divisa in tre parti, di cui una prima scontata, perche la Corte si era già pronunciata su analoghe questioni negli anni precedenti (e si sa che molto difficilmente la Corte cambia il proprio orientamento). Una seconda invece fondata su quelle questioni che sono state sollevate per la prima volta dai ricorsi regionali contro il 23 bis (che sono stati redatti da giuristi di grandissima sensibilità, alcuni dei quali, come Roberto Cavallo Perin, anche impegnati nella redazione del disegno di legge regionale della Puglia per la ripubblicizzzione dell’acqua), attraverso la formulazione di domande del tutto nuove. Ci si sarebbe potuti ragionevolmente attendere dalla Corte, dunque, perlomeno una declaratoria di parziale illegittimità dello stesso art. 23 bis, proprio per la profondità dei ricorsi regionali che erano tra l’altro molto ben argomentati sotto il profilo giuridico e proprio perché il loro accoglimento non avrebbe dovuto comportare alcuna modifica alla giurisprudenza pregressa. Una terza parte, comunque sia, è positiva, sebbene rappresenti poca cosa nell’economia complessiva della decisione.

Per cominciare da quest’ultima parte, mi pare significativo il passaggio in cui la Corte chiarisce che la normativa del 23 bis non è affatto attuativa di obblighi europei: la Corte riconosce infatti che in questa materia vi è un indubbio margine di discrezionalità del legislatore italiano. In questo modo il giudice delle leggi svela la mistificazione compiuta dall’articolo 23 bis, nella parte in cui tale articolo si auto qualificava attuativo del diritto comunitario. Si trattava di una mistificazione, spesso denunciata, anche da chi scrive, molto probabilmente compiuta dal Parlamento per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la scelta impopolare di privatizzare i servizi pubblici locali attribuendone falsamente la responsabilità all’Unione europea. A tale proposito la Consulta ha infatti affermato chiaramente che «le disposizioni censurate dalle ricorrenti non costituiscono né una violazione né un’applicazione necessitata della richiamata normativa comunitaria ed internazionale, ma sono semplicemente con questa compatibili, integrando una delle diverse discipline possibili della materia che il legislatore avrebbe potuto legittimamente adottare senza violare l’evocato primo comma dell’art. 117 Cost.» (punto 6 del considerato in diritto.

Ma veniamo adesso alle altre due parti della decisione.

2.La giurisprudenza precedente della Corte costituzionale sui servizi pubblici locali e sul servizio idrico in particolare

Come osservato, la risposta negativa ad alcune questioni era pressoché scontata proprio perché in altre recenti occasioni la Corte aveva avuto modo di chiarire il suo punto di vista. Nel 2004 (sentenza n. 272) la Corte aveva affermato che spetta allo Stato la disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, e che il fondamento costituzionale di questa disciplina era dato dalla «tutela della concorrenza», materia affidata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato dal nuovo art, 117 della Costituzione a seguito della riforma del 2001 (punto 3 del considerato in diritto). In questa decisione la Corte aveva comunque lasciato un margine di intervento alla potestà legislativa regionale per i servizi privi di rilevanza economica. Nel 2008 (sentenza n. 335), con specifico riferimento al servizio idrico integrato, la Corte ha affermato che «le quote di tariffa riferite ai servizi di fognatura e depurazione» sono «dei veri e propri corrispettivi dovuti per lo svolgimento di attività commerciali» (punto 6.1 del considerato in diritto), abbracciando dunque chiaramente una ricostruzione privatistica e commerciale del servizio idrico. Nel 2009 (sentenza n. 249), sempre con riferimento al servizio idrico, la Corte aveva respinto un ricorso della regione Calabria, che rivendicava la propria competenza legislativa in merito alla disciplina delle modalità di gestione del servizio idrico integrato ed aveva affermato la piena legittimità costituzionale dell’art. 150 del Codice dell’ambiente (d.lgs. 152 del 2006) che disciplinava le forme di affidamento di questo servizio perché, afferma la Corte, «tali regole sono dirette ad assicurare la concorrenzialità nella gestione del servizio idrico integrato, disciplinando le modalità del suo conferimento e i requisiti soggettivi del gestore, al precipuo scopo di garantire la trasparenza, l’efficienza, l’efficacia e l’economicità della gestione medesima» (punto. 14.1 del considerato in diritto). Sempre nel 2009 (sentenza n. 307), in accoglimento di un ricorso dello Stato contro una legge regionale della Lombardia in materia di servizio idrico, la Corte ha affermato l’inderogabilità della disciplina statale in materia in quanto essa spetta allo Stato sulla base di «sue competenze esclusive in una pluralità di materie: funzioni fondamentali degli enti locali, concorrenza, tutela dell’ambiente, determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni». «Deve, in altri termini – secondo la Corte – parlarsi di un concorso di competenze statali, che vengono esercitate su oggetti diversi, ma per il perseguimento di un unico obiettivo: quello della disciplina del servizio idrico integrato» (punto 4 del considerato in diritto). Occorre notare che in questa ultima sentenza la Corte doveva pronunciarsi su due diverse disposizioni della legge regionale della Lombardia, una che rendeva obbligatoria la separazione della gestione delle reti da quella del servizio e una che promuoveva la concorrenza in maniera ancora più aggressiva della disciplina statale (allora era vigente la disciplina del cd. lodo Buttiglione che prevedeva la gara, la società mista e l’in house, senza condizionare quest’ultima forma come fa attualmente l’art. 23 bis): la legge della Lombardia obbligava gli enti locali, ad eccezione del comune di Milano, ad affidare questo servizio con gara. Ebbene la Corte, con riferimento alla prima questione, ha affermato l’inderogabilità della disciplina statale, sancendo testualmente che «L’art. 49, comma 1, della legge regionale n. 26 del 2003, novellato dalla legge regionale n. 18 del 2006, ponendo il principio della separazione delle gestioni, violava specificamente la competenza statale in materia di funzioni fondamentali dei comuni, laddove, in contrasto con la disciplina statale, consentiva ed anzi imponeva una separazione non coordinata tra la gestione della rete e l’erogazione del servizio idrico integrato» (punto 5.2 del considerato in diritto). Invece, colpo di scena, con riferimento alla seconda questione, la Corte ha affermato la derogabilità della disciplina statale da parte della legge regionale proprio perché in questo specifico caso era la legge regionale a offrire una tutela maggiore della concorrenza. La Corte infatti ha affermato: «Al riguardo, deve considerarsi che la Costituzione pone il principio, insieme oggettivo e finalistico, della tutela della concorrenza, e si deve, pertanto, ritenere che le norme impugnate, in quanto più rigorose delle norme interposte statali, ed in quanto emanate nell’esercizio di una competenza residuale propria delle Regioni, quella relativa ai “servizi pubblici locali”, non possono essere ritenute in contrasto con la Costituzione» (punto 6.2 del considerato in diritto). Si tratta dunque di una giurisprudenza che da alcuni anni sposa le tesi privatrizzatrici dello Stato, fondando le proprie decisioni sulla nuova competenza che la sciagurata riforma costituzionale del 2001 ha attribuito alla potestà legislativa dello Stato, ossia «la tutela della concorrenza». La Corte, insomma, utilizza come parametro di legittimità il solo art. 117 della Costituzione, misconoscendo tuttavia il valore degli articoli della Costituzione del 1948 che si occupano specificamente dei rapporti economici, ossia gli articoli 41, 42 e 43 Cost., nei quali non solo la concorrenza non è contemplata ma in cui ampio spazio è riservato alla tutela delle finalità sociali, dell’utilità sociale e delle esigenze collettive. Dimenticando di interpretare l’art. 117 della Costituzione alla luce della prima parte della Costituzione, la Corte ha fondato le sue recenti decisioni unicamente sul titolo di competenza dello Stato «tutela della concorrenza», che è stata incredibilmente elevata a valore costituzionale.

3. Le domande nuove sottoposte alla Corte: la rilevanza economica e la lesione dell’autonomia costituzionale (art. 5 Cost.) degli enti locali

Ecco perché una parte della decisione era, purtroppo, scontata: con questi precedenti, tra l’altro così vicini nel tempo, la Corte non poteva facilmente prendere una diversa direzione.

Tuttavia, su almeno due punti essenziali ci si sarebbe potuti ragionevolmente attendere almeno una limitata apertura alle tesi regionali, proprio perché si trattava di vere e proprie novità su cui la Corte in passato non era stata sollecitata a pronunciarsi.

Il primo riguardava la nozione di rilevanza economica e, in particolare, se, una volta affermata la competenza dello Stato in materia di forme di gestione dei servizi pubblici locali (in conformità con la giurisprudenza pregressa), potessero essere le regioni o gli enti locali a stabilire “in concreto” quali fossero le condizioni in virtù delle quali tale rilevanza doveva essere attribuita ad una data attività. Sul punto la Corte ha «escluso che gli enti infrastatuali possano soggettivamente e a loro discrezione decidere sulla sussistenza della rilevanza economica del servizio» (punto 11.4 del considerato in diritto), in quanto l’attribuzione della competenza ad apprezzare se in concreto sussistano le condizioni per attribuire la rilevanza economica avrebbe finito con lo svuotare la competenza statale in materia di concorrenza. La corte afferma chiaramente di desumere il concetto di rilevanza economica dall’ordinamento comunitario. Si rifà infatti espressamente alla giurisprudenza della Corte di Giustizia CE che ha spesso adottato una nozione oggettiva di attività economica[1]. In questo modo, tuttavia, la Corte costituzionale cade, in primo luogo, in una evidente contraddizione perché prima afferma che in questa materia non ci sono vincoli europei da rispettare, poi però incomprensibilmente attinge la nozione di attività economica proprio dal’ordinamento comunitario. In secondo luogo effettua una inaccettabile semplificazione dell’ordinamento comunitario, perché la giurisprudenza della Corte di Giustizia CE non è monolitica e perché inoltre l’ordinamento comunitario non ha una nozione univoca di attività economica: ad esempio per il libro verde sui servizi di interesse economico generale la nozione di attività economica è soggettiva, dipende quindi dalla valutazione soggettiva dell’ente pubblico. La Corte costituzionale, dunque, una volta affermato che ci troviamo in un ambito non coperto da vincoli europei, avrebbe dovuto dedurne che la nozione di attività economica deve essere ricercata in primo luogo nella Costituzione repubblicana del 1948 e in particolare in quegli articoli da 41 a 43 che sanciscono chiaramente la prevalenza dell’utilità sociale e dei fini sociali sulla libertà di iniziativa economica privata.

Occorre anche incidentalmente osservare che la nozione di rilevanza economica è una nozione recentemente introdotta dal legislatore, proprio nel momento in cui si è posto l’obiettivo di privatizzare i servizi pubblici locali. La prima legge che ha introdotto questo concetto è la legge n. 326 del 2003, il cd. lodo Buttiglione. Prima, nel 1990, il legislatore, con la legge n. 142, aveva introdotto il concetto di rilevanza «imprenditoriale»[2]. Occorre chiedersi per quale motivo nel 2003 il legislatore avverte l’esigenza di introdurre il diverso concetto di rilevanza economica. È il cattivo legislatore che introduce questo concetto, proprio nel momento in cui la politica decide di abdicare dal suo ruolo di decidere cosa dovesse essere ricompreso nel mercato e cosa ne fosse escluso. È il cattivo legislatore che ha inteso pilatescamente far credere che ci sia qualcosa che è oggettivamente economico e qualcosa che non lo è oggettivamente. Ed è in questo tranello che è caduta la Corte costituzionale, pur avendo il potere di far emergere questo errore del legislatore. Quello della rilevanza economica, infatti, è un falso concetto: sicuramente non è un concetto giuridico, ma una categoria sociologico-economica, appunto perché esso non ha alcun valore definitorio ma è indeterminato, scivoloso, indefinibile (la rilevanza imprenditoriale, invece poteva avere una qualche utilità definitoria, perché giuridicamente è data una definizione di impresa; tra l’altro la nozione di impresa è collegata a quella di servizi pubblici dallo stesso art. 43 della Costituzione che espressamente riguarda le «imprese» che si riferiscono a servizi pubblici essenziali). In astratto, infatti, tutto può avere rilevanza economica: anche la giustizia potrebbe essere considerata un’attività economica (ipoteticamente offerta da arbitri privati), così come la difesa, che potrebbe in astratto essere soddisfatta da eserciti privati (è solo con gli stati nazionali che si crea l’esercito di cittadini, sul modello dell’esercito rivoluzionario francese, ma nei periodi precedenti essa era svolta da mercenari, appunto, appaltati dallo Stato). Dunque non esiste la rilevanza economica in rerum natura. La rilevanza economica è stata pertanto il pretesto ideologico che è servito per giustificare il processo di privatizzazione. Da un lato essa aveva la funzione di allargare a dismisura le attività che devono essere poste sul mercato, dall’altro ha confuso l’attenzione per far credere ai cittadini che la scelta di privatizzare non è una scelta politica, ma deriva dalla natura delle cose, dalla rilevanza economica, appunto. Dobbiamo invece riaffermare il valore della politica e il predominio di questa sull’economia. È la politica che, se vuole interpretare compiutamente il suo ruolo, deve stabilire quali attività sono affidate al mercato e quali sono sottratte al mercato perché necessarie per l’attuazione del bene comune. E la politica deve assumersi la responsabilità di queste scelte, non farle derivare da un preteso vincolo derivante da una supposta natura economica dell’attività. La rilevanza economica ha rappresentato, in sintesi, il cavallo di Troia delle privatizzazioni.

Il secondo e, a mio parere, cruciale aspetto, su cui la Corte non si era fino ad oggi pronunciata, è rappresentato dalla lesione che una disciplina siffatta (art, 23 bis) arreca alla autonomia degli enti locali (art. 5 Cost.), i quali sono in tal modo privati della possibilità di scegliere fra una pluralità di forme di gestione, fra cui anche gestioni genuinamente dirette, come ad esempio quella attraverso azienda pubblica o in economia. Questo è il passaggio più criticabile della sentenza della sentenza perché la Corte, in realtà, decide di non decidere avvalendosi di un mero espediente procedurale. In altri termini, la Corte afferma che poiché le gestioni dirette sono state cancellate dall’ordinamento nel 2001 con la l. 448 (art. 35), questa censura è stata sollevata con grande ritardo dalle regioni. La Corte, tuttavia, non ha tenuto conto di due fattori decisivi, a dimostrazione della pretestuosità di un simile argomento. Se fosse entrata nel merito, la Corte avrebbe necessariamente dovuto dare ragione ai ricorsi regionali. In primo luogo, se è vero che la legge n. 448 del 2001 aveva soppresso tutte le forme di gestione diretta, è pur vero che la successiva normativa del 2003, ha introdotto l’in house con pari dignità rispetto alla gara. Quindi, assodato che l’in house altro non è che un succedaneo della gestione diretta tramite azienda, come afferma la stessa Corte costituzionale in questa sentenza, dopo il 2003 tale obiezione non avrebbe potuto essere sollevata dalle regioni. È dunque solo con l’art. 23 bis che il diritto degli enti locali di scegliere tra una gestione privata ed una gestione pubblica (per quanto nella criticabile forma di spa pubblica) viene fortemente limitato, per non dire azzerato (in quanto l’in house diventa un’eccezione sottoposta a una pluralità di condizioni). La lesione del principio autonomistico determinata dalla soppressione delle genuine forme di gestione pubblica non poteva che essere sollevata dalle Regioni solo dopo l’approvazione dell’art. 23 bis, visto che medio-tempore, dal 2003 al 2008 esisteva un surrogato (un succedaneo) della gestione diretta nella forma dell’in house, dotato di pari dignità rispetto all’affidamento con gara. Ciò che emerge dunque chiaramente è che con questa sentenza la Corte costituzionale non ha affermato la piena legittimità costituzionale dell’art. 23 bis, ma si è limitata a sancire che spetta solo allo stato la disciplina in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica. Essa infatti si è pretestuosamente rifiutata di entrare nel merito dei limiti costituzionali che incontra la stessa legge dello Stato proprio con riferimento all’obiezione giuridicamente più pregnante, ossia quella della lesione del principio autonomistico. Non è dunque esatto sostenere che questa sentenza della Corte costituzionale affermi la piena compatibilità con la costituzione dell’art. 23 bis. Al contrario, sulla questione di maggior peso, e direi forse proprio perché ineludibile nel merito, pur di non decidere la Consulta è ricorsa ad un chiaro escamotage procedurale. Vi sono pertanto ancora legittimi e motivati dubbi circa la legittimità costituzionale di una disciplina stratale pro-concorrenziale, come quella introdotta dal 23 bis, che arriva sino ad annullare il potere di scelta dell’ente locale. Cosa altro è l’autonomia locale, su cui si assiste ad una insopportabile retorica, se essa non ricomprende proprio il potere di decidere quelle che sono le forme di gestione dei servizi pubblici locali più rispondenti ai bisogni della comunità amministrata? Basta leggere l’art. 112 del dlgs 267 del 2000, che chiarisce cosa debba intendersi per servizio pubblico locale, per rendersi conto di quanto essenziali siano tali attività. Curare gli interessi dei cittadini, infatti, significa innanzitutto stabilire quali siano i bisogni di interesse collettivo che devono essere garantiti per realizzare lo sviluppo sociale, economico e civile, ed avere anche la possibilità di soddisfare direttamente questi bisogni, alle condizioni stabilite dall’ente pubblico, che spesso non coincidono affatto con quelle che sarebbero prodotte da un’impresa privata che agisce sul mercato (libero o regolato)[3].

4. Quali strategie per la difesa dei beni comuni dopo il 23 bis e la sentenza della Corte costituzionale 325 del 2010

Adesso resta il problema di comprendere quali siano le strategie da utilizzare per garantire il risultato della gestione pubblica dell’acqua ed evitare che l’Italia diventi a breve territorio di conquista da parte delle grandi multinazionali francesi e dei colossi, oramai quasi del tutto privati, nati dalle ex – municipalizzate come A2A, Hera, Acea, Iren, ecc.

Le strategie per contrastare la privatizzazione sono pertanto di due tipi, una politica e una giuridica.

Dal punto di vista giuridico, e in particolare sul piano amministrativo, purtroppo, la situazione è desolante. La legge dello Stato che disciplina i servizi pubblici locali è l’art. 23 bis che ha superato indenne il vaglio di legittimità costituzionale (anche se la questione di maggior peso resta aperta). La Corte, in questa stessa sentenza, ha anche espressamente annullato l’art. 1 della l. n. 2 del 2010 della Regione Campania che si limitava semplicemente a dichiarare il servizio idrico «privo di rilevanza economica». L’unico strumento che offre il diritto positivo vigente sul piano amministrativo è dunque confinato al ricorso all’in house, che la stessa legge guarda con estremo sfavore, sottoponedolo a penetranti limiti e condizioni. Questo istituto è stato giustamente da più parti criticato per due differenti motivi. Innanzitutto perché non rappresenta una vera forma di gestione diretta dei servizi pubblici, in quanto l’affidamento ad una società in house si risolve sempre e comunque in una esternalizzazione del servizio e inoltre perché è culturalmente subalterno alla logica privatistica che ha sfigurato il diritto pubblico in questi ultimi anni: gli istituti di diritto pubblico sono stati progressivamente mortificati perché la logica aziendalistica ha invaso tutti gli spazi possibili. Tuttavia, la polemica sull’istituto dell’in house, che pure si fonda su valide ragioni, rischia non solo di essere sterile (perché non esistono alternative giuridicamente percorribili), ma è anche destinata a scomparire tra pochissimo. Infatti, dopo la scadenza delle “vecchie” concessioni prevista per legge, se gli enti locali non saranno riusciti a realizzare validi affidamenti a “organismi di diritto pubblico” (così sono definite dal diritto interno e da quello comunitario le società interamente pubbliche), saranno obbligati a mettere a gara il servizio e questo strumento (e tutta la relativa polemica) potranno tornare di attualità solo dopo la scadenza delle nuove concessione ai privati, dunque tra 20 o 30 anni. Inoltre, continuare a sostenere che a diritto positivo vigente gli enti locali possano realizzare aziende speciali, attraverso modifiche degli statuti comunali, rischia solo di creare ulteriore confusione e favorire invece che bloccare il processo di svendita dei beni comuni.

A questo punto, stando alla più recente posizione post-sentenza formulata dai giuristi che avevano sostenuto il percorso bocciato dalla Corte costituzionale (che finalmente introducono un ragionamento giuridico, non limitandosi ad affermare, bonariamente, come in passato «ripubblicizzare si può, basta averne la volontà politica!», e che ammettono, dunque, che la strada giuridica per la gestione pubblica è una strada stretta da ricercare all’interno di deroghe ed eccezioni) i comuni dovrebbero inserire nei propri statuti la clausola che il servizio idrico è di interesse generale. Non più, dunque, privo di rilevanza economica (quindi si ricomincia, tutto da rifare il lavoro svolto finora che, comunque sia, non ha ancora portato a nessuna istituzione di azienda speciale nei comuni ove la modifica statutaria è avvenuta). Inoltre, si propone di inserire questa clausola negli statuti comunali sperando che la Corte costituzionale ritorni sui suoi passi. Insomma un vero e proprio arzigogolo da (raffinati) giuristi.

Francamente mi pare irresponsabile, a questo punto, di fronte ad un attacco ai beni comuni di dimensioni così devastanti e ad un quadro tanto pericoloso, continuare a sostenere che a diritto positivo vigente, dopo l’art. 23 bis e dopo questa decisione della Corte costituzionale, si possa ancora sperare di realizzare in via amministrativa un affidamento della gestione del servizio idrico a un’azienda speciale. L’acqua non si salva con i sofismi giuridici, ma evitando che sia svenduta ai privati. E la svendita, purtroppo, è dietro l’angolo.

Così facendo si rischia solo di frapporre ulteriori ostacoli a quelle “poche” amministrazioni locali che fossero seriamente intenzionate a sottrarre, per il momento, il servizio idrico al mercato, nell’attesa che il quadro legislativo si modifichi, anche a seguito dei referendum, e si reintroducano genuine forme pubblicistiche di gestione[4]. A diritto positivo vigente, ai sensi di questa nefasta legislazione, solo così, e peraltro ancora per poco tempo (ossia il 31 dicembre 2010 in alcuni casi, e 31 dicembre 2011 nella maggior parte dei casi) si può cercare di raggiungere un risultato “minimo”, ossia evitare che le imprese private entrino nel mercato dell’acqua, in attesa che i referendum, che ci auguriamo vincenti, ridisegnino il quadro legislativo. Solo così si può tentare di mettere al sicuro l’acqua per un congruo numero di anni, anche 20 o 30, e dunque conservare la gestione in mano pubblica della risorsa idrica, lavorando nel frattempo affinché il vento mercatista cessi e perché la politica riesca ad accogliere le istanze di tutela dei beni comuni che con sempre maggior forza si levano nel paese, ripristinando le forme di gestione diretta genuinamente pubblicistiche.

Passiamo ora al piano politico. Per battere sul piano culturale l’ideologia del mercato ancora dominante, occorre da un lato riaffermare la supremazia della politica sull’economia e delle gestioni veramente pubbliche su tutte le forme di gestione privatistica, siano esse realizzate in forma di società pubblica, sia in forma aziendalistica. La sconfitta politica e culturale affonda infatti le sue radici nella trasformazione dell’azienda giolittiana in un’azienda dotata di «personalità giuridica» e di «autonomia imprenditoriale», ossia in un ente pubblico “economico”, (aggettivo certamente significativo), avvenuta nel 1990 e che ha permesso alle vecchie aziende pubbliche di comportarsi come degli imprenditori privati. Da allora il governo dei servizi pubblici locali si è allontanato dal perseguimento del bene comune per essere soffocato dalla cultura aziendalistica. Non dimentichiamo che il processo di trasformazione delle aziende speciali in s.p.a. è iniziato nel 1997, a seguito dell’approvazione della prima legge Bassanini, che rimetteva alla libera decisione degli enti locali questa trasformazione, divenuta poi obbligatoria solo a fine 2001, con la legge 448, art. 35. Trasformazione che è stata chiesta con forza ai consigli comunali proprio dai consigli di amministrazione delle aziende speciali, che erano nel frattempo diventate delle imprese aggressive per effetto della modifica del 1990, appunto per potersi finalmente liberare degli ultimi (tenui) vincoli pubblicistici cui erano sottoposte.

Dunque, nell’immediato, l’impegno deve concretizzarsi nella richiesta di una legge di moratoria che sospenda l’applicazione della normativa transitoria del Ronchi e nel sostegno ai referendum per abrogare la normativa privatizzatrice. Ma ciò che serve sopra ogni cosa è una grande battaglia culturale e politica che abbia come obiettivo la richiesta di una legge che ridia dignità agli enti locali, mettendoli nuovamente in grado di scegliere tra più alternative di gestione, tra cui anche quelle veramente pubblicistiche, come la gestione in economia o quella dell’azienda di giolittiana memoria, ossia degli strumenti che siano strutturalmente idonei a garantire il bene comune prima dell’economicità della gestione, studiando le forme necessarie e autenticamente democratiche di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alla gestione del servizio.

 

 

[1] In un noto caso del 1991, più volte confermato, (cfr. CGCE del 23.4.1991 in causa C-41/90, Hofner/Macroton, R, 1991, I, 1979) la Corte di Giustizia CE ha affermato che un servizio di collocamento, benché gestito da un ente pubblico, costituisce in realtà una attività economica perché mette in relazione domanda ed offerta di lavoro, dichiarando quindi non conforme al trattato la riserva allo Stato di questa attività.
[2] L’Art. 22 della l. 142 del 1990 introdusse il concetto di rilevanza economica ed imprenditoriale proprio con riferimento alle aziende speciali, al comma 3, lett. c). Si riporta di seguito l’articolo citato: «1. I comuni e le province, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedono alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali. 2. I servizi riservati in via esclusiva ai comuni e alle province sono stabiliti dalla legge. 3. I comuni e le province possono gestire i servizi pubblici nelle seguenti forme: a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda; b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di opportunità sociale; c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica ed imprenditoriale; d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale».
[3] Sia consentita un’osservazione a questo proposito. La legge dello Stato (art. 23 bis) cancella in questo modo la specificità dei servizi pubblici, in quanto elimina la vecchia disciplina relativa ai modi gestione dei servizi locali (come era sempre stato sin dalla legge di municipalizzazione del 1903 fino alla legge 142 del 1990 con cui si attribuiva all’ente locale il potere di decidere come gestire i servizi, attribuendo ad esso anche la possibilità di gestirli direttamente – o in economia o attraverso azienda). Questa disciplina viene sostituita da una disciplina dei modi in cui l’attività di servizio pubblico può essere (anzi deve essere) affidata ad un soggetto (privato) diverso dall’ente locale. Le modalità di affidamento dei servizi locali previste dall’art. 23 bis, infatti, si risolvono sempre in una esternalizzazione: è così non solo per la gara, ma anche per l’in house, perché la società in house, benché di proprietà pubblica, è, sul piano formale, pur sempre un soggetto terzo rispetto all’ente locale. Con l’art. 23 bis si conclude dunque un processo di privatizzazione che non ha pari in Europa. I servizi pubblici vengono equiparati ai contratti pubblici: per il legislatore non c’è differenza se il comune deve soddisfare un proprio bisogno (riferito al comune come soggetto), come ad esempio quello di far pulire i locali della sede dell’amministrazione comunale, oppure se il comune deve decidere di organizzare il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti (bisogno che non è del comune come soggetto, ma della collettività di cittadini rappresentata dal Comune). Anzi, paradossalmente, dopo l’art. 23 bis le amministrazioni locali hanno più possibilità di scelta in merito ai contratti pubblici che non ai servizi pubblici. Infatti, per un’amministrazione locale sarà possibile evitare il ricorso al mercato e orientarsi per l’autoproduzione nel caso di appalti di servizi o di lavori (come dire, per spazzare i locali sede degli uffici comunali, ad esempio: questa attività potrà legittimamente essere svolta dal comune non solo con una gara d’appalto, ma anche in economia, cioè attraverso i propri dipendenti, e pure con una società interamente pubblica, cd. in house, che non deve nemmeno sottostare a tutte le condizioni previste dall’art. 23 bis, come la relazione all’autorità garante, la specifica motivazione, ecc.). La medesima cosa non sarà possibile proprio con riferimento ai servizi pubblici locali (come il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti o il servizio idrico), ossia quelle attività che rientrano tra i fini stessi dell’ente e che – secondo quanto afferma lo stesso legislatore (art. 112 del dlgs 267 del 2000) – sono «rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali». Una conclusione assolutamente aberrante e profondamente in contrasto con i principi e i valori che ispirano la Costituzione repubblicana: il legislatore statale ha legato le mani ai comuni che vogliono realizzare fini sociali e promuovere lo sviluppo economico e civile della collettività.
[4] Sotto questo punto di vista, l’esperienza più significativa è quella che ha avuto luogo a Napoli, nel corso del 2009, purtroppo bloccata dalle resistenze in seno al Consiglio di Amministrazione dell’ATO2. A riguardo si rinvia ai capitoli 5 e 10 del libro Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli, di Riccardo Realfonzo (Tullio Pironti Editore, dicembre 2010).

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Quarant’anni fa. E oggi

Posted on 23 maggio 2010 by admin

C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?

L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).

È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione: l’introduzione del lavoro interinale, la liberalizzazione delle causali per la stipulazione di contratti a termine e ancora l’esplosione delle collaborazioni coordinate e continuative, per non fare che qualche esempio, hanno di fatto consentito al padronato di avvalersi delle prestazioni di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori senza che costoro potessero godere dei benefici della stabilità del rapporto d’impiego.

Per di più, si tratta di artifici normativi che non sono imputabili esclusivamente a quelle forze che nel panorama politico identifichiamo abitualmente come di destra o centro-destra: il lavoro interinale (e la consequenziale abrogazione della legge sul divieto di appalto della manodopera, che risaliva addirittura al 1960) fu introdotto dal primo governo dell’Ulivo nel 1997, che allora era sostenuto da tutta Rifondazione; e ancora ad un governo «progressista» (e a un ministro del lavoro proveniente dalla Cgil) è da ascrivere la famosa – o meglio, famigerata – circolare del 2006, che per gli addetti ai call-center collocava il discrimine tra autonomia e subordinazione nel fatto che essi ricevessero le telefonate dagli utenti o le facessero motu proprio per promuovere la vendita di servizi alla clientela.

Se dunque non vogliamo cadere nell’abituale fallacia idealistica di ritenere che tutto andrebbe per il meglio se solo al governo ci fossero persone di buona volontà, dobbiamo pur chiederci se non ci sia una qualche spinta oggettiva che condizioni l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del nostro diritto del lavoro. E a questo riguardo, un principio di risposta può essere messo come segue.

Si dice spesso che lo Statuto dei Lavoratori non piovve dal cielo, ma scaturì dalle lotte sociali che attraversarono tutti gli anni ’60, fino a sfociare nell’autunno caldo del 1969. Indubbiamente è vero. Ma non bisognerebbe mai dimenticare che quella stagione di lotte dipendeva a sua volta dal fatto che il nostro sistema economico veleggiava in quegli anni verso la piena occupazione. La lotta di classe è certo consustanziale al modo di produzione capitalistico, ma affinché la lotta dia luogo ad un conflitto, in cui i lavoratori riescano produttivamente a rivoltarsi contro le condizioni che il padronato impone per assoldarli (e ad esigerne delle altre), il mercato del lavoro dev’essere «sparecchiato»: non dev’esserci disoccupazione. La prima funzione della disoccupazione è infatti quella di mantenere l’autorità del padrone sul lavoratore. Come osservò una volta Joan Robinson, fintanto che il padrone è in condizione di dire: «Se non vuoi il lavoro, ci sono molti altri che lo vogliono», quest’autorità è indiscutibile e normalmente indiscussa; solo quando il lavoratore può dire: «Se non mi vuoi, ci sono molti altri che mi vogliono», la situazione può dirsi mutata, e dunque può sorgere il conflitto[1].

Ma se le lotte operaie costituivano un prodotto (e non dunque un presupposto) della piena occupazione, a cosa era imputabile quest’ultima? Non si dica che era stata l’espansione fordista del boom economico: si scambierebbe di nuovo l’effetto con la causa. Perché all’origine del miracolo economico non c’era affatto un’impresa capitalistica libera di laisser faire, ma – al contrario – la «costituzione economica» disegnata nel Titolo III della Costituzione repubblicana del ’48, che vincolava il riconoscimento della libertà economica dell’impresa al rispetto delle garanzie dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e ne subordinava l’azione al governo pubblico dell’economia, quale condizione essenziale (come aveva intuito Palmiro Togliatti) per assicurare l’effettività di quel «diritto al lavoro» sancito solennemente dall’art. 4 della Costituzione stessa[2].

Lo Statuto dei Lavoratori fu insomma il figlio legittimo di quella Costituzione: in senso formale e in senso materiale. Le limitazioni che esso poneva all’autonomia delle imprese (i «lacci e lacciuoli» di cui si sarebbe a lungo doluto Guido Carli) non erano altro che una manifestazione del potere di disposizione dello Stato sul funzionamento dell’apparato produttivo, ossia sull’impiego dei mezzi di produzione. Più esattamente, ciò che dal lato delle imprese appariva come un vincolo, cioè come un negativo, non era altro che l’effetto positivo dei rapporti di produzione statuali e della loro capacità di surdeterminare il funzionamento complessivo dell’economia pubblica e privata[3].

In tutt’altra direzione si muove invece l’Unione Europea. «L’azione degli Stati membri e della Comunità – dice infatti l’art. 4 del Trattato istitutivo, nel testo modificato dal Titolo II, art. G, del Trattato di Maastricht – dev’essere improntata ad una politica economica «condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza».

Non si potrebbe enunciare meglio il contrasto (o meglio l’antinomia)[4] esistente tra l’art. 41 Cost. e l’art. 4 del Trattato: l’uno vorrebbe lo Stato a coordinare e indirizzare, l’altro ordina di «lasciar fare»; l’uno vorrebbe che si perseguissero «fini sociali», l’altro è convinto – come già Adam Smith – che quali siano i fini da perseguire e i mezzi da scegliere ognuno può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di stato o legislatore.

Si dovrebbe peraltro ricordare che una scelta così radicalmente antitetica a quella compiuta dai nostri padri costituenti non si basava soltanto su preferenze politico-istituzionali market-oriented, ma serviva a difendere concreti e corposi interessi commerciali della Germania, come poi i fatti si sarebbero presi carico di dimostrare[5]. Ma non è questo che qui interessa. La domanda piuttosto è: perché mai una costituzione economica del genere dovrebbe risultare esiziale per le sorti del lavoro dipendente? Per un semplice ma incontrovertibile motivo: e cioè che, sulla sua base, il lavoro cessa di essere un «diritto» e viene degradato al rango di semplice «libertà»[6]. Libertà di cercarsi un posto se lo si trova, libertà di contrattare un salario elevato se ci si riesce, libertà di andarsene se non si viene cacciati prima: non ci può essere altro che questo sul mercato capitalistico del lavoro, quello appunto della «libera concorrenza». Marx l’aveva scritto a chiare lettere: su questa base, «il lavoro non è che una merce come le altre» e deve subire le stesse alterne sorti che il mercato impone a tutti i fattori produttivi; «sarebbe sciocco considerarlo da una parte come una merce, e d’altra parte volerlo porre al di fuori delle leggi che determinano i prezzi delle merci»[7].

Non si tratta di essere banalmente antieuropeisti: quello lo lasciamo fare ad altri. Ma è appunto da sciocchi continuare a credere che l’adesione alla costruzione europea così tenacemente voluta da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi , con il concerto di altre eminenti personalità inopinatamente ascese al rango di padri nobili del «riformismo» italico (che in verità era tutt’altra cosa), non sia stata la prima responsabile dei rovesci subiti dalla classe lavoratrice negli ultimi vent’anni. Diciamolo chiaramente: lo Statuto è ancora giovane, sono loro ad essere vecchissimi. Vengono dall’Ottocento.

 

[1] Cfr. Joan Robinson, Un programma per la piena occupazione (1943), ora in Ead., Occupazione, distribuzione e crescita, a cura di M. C. Marcuzzo, Bologna, il Mulino, 1991, p. 101.
[2] Per una disamina in chiave marxista della «costituzione economica» contenuta nella Carta costituzionale del ’48 rinviamo a Luigi Cavallaro, Lenin in Italia (ma non se ne sono accorti), «Critica marxista», n. 6, 2009, pp. 35-41, dove anche il riferimento all’emendamento suggerito da Togliatti durante i lavori dell’Assemblea costituente e di fatto confluito nell’attuale formulazione dell’art. 41 comma terzo Cost.
[3] Abbiamo argomentato più distesamente questo punto in L. Cavallaro, Come nacque e morì il conflitto di classe in Italia, «Alternative per il socialismo», n. 7 (2008), pp. 140-154.
[4] Così già Natalino Irti, L’ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, Laterza, 1998, spec. pp. 22 ss.
[5] Si vedano su questa rivista i numerosi interventi di Sergio Cesaratto, a cominciare dall’ultimo: http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luno-due-tedesco-the-sick-fraulein-of-europe-ii/.
[6] V. più ampiamente L. Cavallaro, Costituzioni e diritto al lavoro. Un’interpretazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, «Rivista italiana di diritto del lavoro», 2003, I, pp. 227-258.
[7] Karl Marx, Salario, prezzo e profitto (1867), trad. it. di P. Togliatti, a cura di A. A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 69.
[8] Si veda l’appassionata rivendicazione dello stesso Prodi apparsa giusto il 20 maggio scorso sul Corriere della Sera: http://archiviostorico.corriere.it/2010/maggio/20/Prodi_per_euro_scrissi_Kohl_co_9_100520002.shtml.

 

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano Liberazione del 20 maggio 2010

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Fallimento strategico

Posted on 18 febbraio 2009 by admin

Le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico hanno un significato eminentemente politico, ma segnano anche un punto di svolta nella contesa tra paradigmi alternativi di politica economica. Esse ratificano infatti un percorso fallimentare che sarebbe ingeneroso attribuire alla sola volontà del segretario dimissionario, ma che questi ha comunque perseguito con tenacia: la rescissione di ogni legame fra gli eredi del Partito comunista italiano e quella tradizione, che potremmo definire “solidaristico-keynesiana”, che aveva ispirato la redazione delle norme fondamentali della nostra “costituzione economica”.

Quali esse siano è ben noto. L’art. 41 Cost., che – dopo aver affermato che l’iniziativa economica è libera – stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana e demanda alla legge il compito di definire i “piani e programmi” opportuni perché l’iniziativa pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. L’art. 42, che enuncia il diritto di proprietà solo per attribuirgli una funzione sociale e disciplinarla in modo da renderla accessibile a tutti. L’art. 43, che riserva alla proprietà pubblica (ed eventualmente a “comunità di lavoratori”) la produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o di beni in regime di monopolio naturale o che abbiano preminente interesse generale. L’art. 44, che disciplina la proprietà terriera prevedendo obblighi e vincoli che assicurino equi rapporti sociali.

Ma si debbono aggiungere (e approssimando comunque per difetto) l’art. 36, che assicura al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; l’art. 37, che garantisce piena equiparazione fra uomo e donna anche sul lavoro (non senza precisare che il raggiungimento dell’eguaglianza richiede una legislazione di favore per le donne); l’art. 38, che garantisce che siano provveduti i mezzi a chi si trova nell’impossibilità di lavorare per infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria; e certamente l’art. 39, che istituisce il contratto collettivo nazionale come forma principe per la determinazione della “giusta retribuzione”.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso le scelte di politica economica sostenute dalla maggioranza di coloro che del Partito democratico sono stati ispiratori (ossia i superstiti dell’ala cattolico-sociale della Democrazia cristiana e i liquidatori del Partito comunista italiano) è agevole verificare come siano state tutte di segno opposto rispetto al quadro delineato dalla nostra Costituzione. L’adesione acritica – talora perfino ridicola – a tutti i dettami dell’ortodossia economica di ispirazione neoclassica e di segno politico monetarista ha fatto sì che, durante le loro esperienze di governo (incluse quelle immediatamente successive al terremoto politico del 1992), essi hanno provveduto a privatizzare il patrimonio industriale, bancario e produttivo pubblico, depotenziare fino a svilirlo il contratto nazionale di lavoro, comprimere l’area di applicazione della legislazione a tutela del lavoro, abbattere la garanzia pubblica per le pensioni, liberalizzare i prezzi dei mercati immobiliare e mobiliare, imbrigliare entro rigidi paletti quantitativi e “federalisti” le leve collettive della politica fiscale e di bilancio e ridurre consequenzialmente il lavoro pubblico ad un’area di nullafacenti (poco) privilegiati – quasi mai per cattiveria loro, beninteso, ma spesso semplicemente per mancanza di mezzi con cui lavorare. E dall’opposizione, essi hanno contestato i governi in carica solo perché (ed in quanto) non facevano altrettanto.

I risultati di questo lavoro ultradecennale, certificati dalla perdita secca dei salari sul piano distributivo e dal correlativo innalzamento delle quote appropriate dalla rendita (specie finanziaria e immobiliare) e dai profitti, hanno progressivamente eroso il bacino di consenso dell’Ulivo, poi dell’Unione e ora del Partito democratico, fino a ridurlo all’attuale lumicino. Mentre il “bisogno di comunità” indotto dalla feroce dinamica che un mercato concorrenziale assume in una periferia capitalistica, quale indubbiamente è il nostro Paese, ha aperto spazi prima inimmaginabili al voto a destra: un voto pesantemente segnato da Dio, Patria e Famiglia, ma che ai lavoratori, sommersi e non, appare ormai senz’altro preferibile rispetto allo stolido inno alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo concorrenziale, al quale credono ormai soltanto gli ultimi giapponesi de lavoce.info.

E’ comprensibile che dal Popolo delle Libertà si levi commosso l’onore delle armi per il segretario dimissionario: nessuno come il capo dell’attuale classe dirigente del Partito democratico ha fatto così tanto per assicurare all’avversario una vittoria così durevole. Altra questione è se quel partito potrà risollevarsi dopo una bancarotta materiale e ideale così pesante: si tratta al momento di una scommessa così aleatoria che si farebbe fatica a trovare un buon credit default swap.

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